
Alla base della piramide
Serie: Agenzia Sullivan & Soci
- Episodio 1: Incontro clandestino
- Episodio 2: Una visita inaspettata
- Episodio 3: Nuovi orizzonti
- Episodio 4: Tempo di risposte
- Episodio 5: A pesca
- Episodio 6: … Si ottiene tutto
- Episodio 7: Come tutto ebbe inizio
- Episodio 8: Si accendono i riflettori
- Episodio 9: 60 minuti
- Episodio 10: Un pianoforte in penombra
- Episodio 1: Con le buone maniere
- Episodio 2: Aria pesante
- Episodio 3: Piove sul bagnato
- Episodio 4: Topo di biblioteca
- Episodio 5: Salmone Affumicato
- Episodio 6: Arriva la cavalleria
- Episodio 7: Carnevale
- Episodio 8: Due lenti sono meglio di una
- Episodio 9: Il passato non si cancella
- Episodio 10: I problemi non vengono mai da soli
- Episodio 1: Alla base della piramide
- Episodio 2: Dietro le quinte
- Episodio 3: Pioggia di sangue
- Episodio 4: Nuovi incentivi
- Episodio 5: Destruction Derby
STAGIONE 1
STAGIONE 2
STAGIONE 3
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“Detective Davies” una voce di donna all’altro capo del telefono.
“Sì, sono proprio io, con chi parlo?”
“Ha talmente tante donne da non ricordarle nemmeno?” una breve risata “Sono Shirley, l’amica di Mary. Avrebbe voglia di incontrarmi prima che inizi il turno di lavoro? Pensavo ad una tavola calda non lontana dal Rising Star, la frequentavamo spesso quando staccavamo” aveva provato a mascherare un po’ d’ansia, ma la voce non era affatto ferma come durante il nostro primo incontro.
“Nessun problema, a che ora pensava di fissare il nostro appuntamento?”
“Alle tre del pomeriggio, così avremo tempo per parlare a sufficienza: che ne dice?”
“Senza dubbio. A preso, signorina Romanoff.”
Prima di mettermi al volante avevo deciso di placare il brontolio sommesso che proveniva dal mio stomaco come il verso di una balena arenata su una spiaggia. Mi recai dal mio amico dei panini, lui sì che era contento di vedermi, dopo l’ottima recensione che avevo lasciato la scorsa volta. Uno sguardo di sfida fu tutto ciò che ottenni quando mi piazzai di fronte al bancone, l’odore di carne e cipolle aveva già messo in moto la saliva.
“Un panino semplice” voltai la testa alla mia destra nella vana speranza che non mi riconoscesse.
“Questa merda, allora, è stata più buona di quanto pensassi, eh?” la soddisfazione nella voce bastò a farmi passare la voglia di guardarlo negli occhi.
“Sì, esatto. Ho sognato per giorni questo ben di Dio. La sera mi masturbo pensando ai tuoi hamburger.”
“Basta che paghi, poi puoi ficcarteli anche dove non batte il sole.”
“Il servizio clienti è il vero punto di forza di questa topaia del cazzo. Complimenti vivissimi” me ne andai senza attendere ulteriori apprezzamenti sulla mia persona.
Cercai di capire il perché provassi piacere nell’ingurgitare quella schifezza che creava più guai che vantaggi al mio corpo, non ne venni a capo. Buttai la carta nel cestino di fronte al “Rising Star”, poi mi rimisi al volante: con lo stomaco pieno si guidava molto meglio.
Il sole, alla fine, aveva vinto la sua lotta con le nubi ed ora era pronto ad accecarmi con i suoi raggi luminosi che riflettevano sulla carrozzeria delle auto di fronte a me. Come al solito, avevo dimenticato gli occhiali da sole in ufficio, soldi buttati al cesso.
“Chissà se Sully si sta divertendo giù al porto” provai a comporre il numero sul cellulare mentre ero fermo al semaforo ma non ottenni alcuna risposta dal mio collega. Brutto segno.
Il traffico, per fortuna, era in diminuzione e non dovetti patire troppo la fila inutile che tanto odiavo. Una volta giunto di fronte all’ufficio parcheggiai senza troppa attenzione e scesi dalla macchina. Ero del tutto assorto nei miei pensieri, non riuscivo a pensare ad altro che non fosse l’identità del nostro amico sconosciuto. Pareva un pesce fuor d’acqua, se confrontato con chi lo circondava, non era di certo un portuale o un negoziante di qualche tipo, doveva essere qualcuno di più importante. Stavo per entrare quando notai con la coda dell’occhio un paio di ragazzini con un cacciavite, puntavano alla mia macchina.
“Ehi voi, che cazzo pensate di cominare con quegli arniesi?” tirai fuori l’aria più minacciosa che potevo, gonfiai il petto.
“Non sono affari tuoi, vecchio del cazzo, tornatene dentro.”
“Quella è la mia auto, pezzi di merda” scostai la giacca per mostrare il calcio della pistola. In quell’istante i due mutarono espressione, dalla sfacciato allo spaventato, gli strumenti da vandalo caddero a terra e rotolarono giù dal marciapiede.
“Scusa, non volevamo fare niente di male” disse il più grosso dei due, si voltarono e scapparono via da dove erano arrivati.
“Imbecilli.”
Rientrato in ufficio mi misi alla ricerca del nostro amico, le registrazioni erano di buona qualità, quindi non sarebbe stato difficile ottenere un riscontro con i database cittadini dell’anagrafe e della polizia, almeno speravo. Difficile pensare che il nostro potesse essere un estraneo, quasi nessuno si fermava in città per più di un paio di giorni, visto il costo della vita da queste parti. Il programma analizzò tutti i volti che riusciva a trovare e, alla fine, il risultato fu sorprendente. Gli feci ripetere l’operazione per tre volte mentre io mi radevo, dopo tanto tempo, una volta finito tornai alla scrivania per verificare il risultato finale: sempre lo stesso. Decisi di chiamare il commissario Morello, una mano non faceva mai male.
“Pronto?” era l’unico con l’insolita abilità di trasmettere fastidio con l’uso di una singola parola.
“Morello, ho delle notizie sul caso della spogliarellista. Sei pronto ad ascoltare la bomba?” sapevo che la mia idea non avrebbe attecchito sul nostro amico, ma dovevo provare a tutti i costi, poteva semplificarci la vita di parecchio.
“Sono tutto orecchi, sbrigati, però, perché ho un sacco di scartoffie da compilare, come al solito.”
“Modigliani, Antonio Modigliani era un assiduo frequentatore del Club, almeno fino ad una decina di giorni fa, e non è più ricomparso dopo l’omicidio di Mary.”
“Cazzo, avviso la stampa. Stasera mandiamo in onda un documentario sull’omicidio della donna, pensi di riuscire a comparire di fronte ad una telecamera?”
“Piantala con questo sarcasmo!”
“Smettila tu con le cazzate, questa, lo sa meglio di me, non somiglia nemmeno un po’ ad una prova. Mi avevi chiamato per ottenere un mandato? Pensi davvero di bussare a casa di Giancarlo Modigliani sventolando un mandato d’arresto per il figlio, per cosa esattamente? Per aver guardato troppo il culo di una mezza puttana? La prossima volta che ti degni di alzare il telefono per aggiornarmi, fa che ne valga la pena. Buona giornata” riattaccò.
Il mio tentativo era andato a vuoto, non che la cosa mi avesse davvero stupito, avevo immaginato una reazione simile da parte del Commissario faccia da cazzo, ora dovevamo trovare qualche altro indizio, aveva ragione lui. Non avevamo un cazzo in mano, i pezzi del puzzle erano sempre più confusi e io faticavo a trovare l’interruttore per accendere la luce. Decisi di berci su, tanto per schiarirmi le idee.
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