Alla porta

Serie: L’isola


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Rossella e Andrea sono chiusi nel cottage quando qualcuno bussa alla porta

Il suono si insinua nella stanza come un veleno.

Un colpo. Poi un altro.

Qualcosa—o qualcuno—sta cercando di entrare.

Mi premo contro il muro, il cuore che martella nelle costole. Tu resti immobile, la mascella serrata, gli occhi fissi sulla porta.

Poi, un sussurro.

Una voce, bassa, roca, appena udibile oltre il legno.

«Ve l’ho detto… non dovete essere qui.»

Un brivido mi corre lungo la schiena.

Ti muovi lentamente verso la porta, i muscoli tesi come corde pronte a spezzarsi. Io trattengo il fiato.

Un altro colpo. Più violento.

Mi afferri per un braccio e mi trascini indietro, indicandomi il piccolo angolo cucina.

«Stai bassa» sussurri.

Annuisco, rannicchiandomi accanto al mobile.

Tu afferri il coltello che avevamo lasciato sul tavolo. Non è un’arma vera, ma è tutto quello che abbiamo.

Le tue mani tremano appena.

Silenzio.

Poi il rumore cambia.

Non più colpi.

Qualcosa—o qualcuno—sta girando la maniglia.

Il chiavistello resiste.

Poi, all’improvviso, tutto tace.

Lascio uscire un respiro che non sapevo di trattenere.

Ti avvicini alla finestra, scostando un lembo della tenda con un dito.

La spiaggia è vuota.

O almeno così sembra.

«Se n’è andato?» chiedo, la voce ridotta a un soffio.

Tu non rispondi subito. Ti avvicini alla porta, accostando l’orecchio al legno. Ascolti.

Silenzio.

Poi scuoti la testa.

«Non lo so.»

Aspettiamo. Secondi, forse minuti. Il tempo sembra allungarsi, distorcersi.

Poi decidi.

Con un gesto rapido, apri di scatto la porta, brandendo il coltello.

La veranda è vuota.

Nessuno.

Solo la sabbia increspata dal vento e il mare che lambisce la riva.

Fai un passo fuori. Io rimango sulla soglia, il cuore in gola.

Poi lo vedi.

Sul pavimento della veranda, proprio davanti alla porta, c’è qualcosa.

Un oggetto lungo, sottile. Un coltello.

Mi avvicino con cautela, fissando l’oggetto con il respiro sospeso.

Il manico è di legno scuro, il filo della lama opaco sotto la luce lunare.

Ma non è questo il dettaglio che mi fa rabbrividire.

È quello che c’è inciso sulla lama.

Una parola.

ROSS

Il mio nome.

Un nodo di terrore mi stringe lo stomaco.

Ti volti verso di me, il volto teso.

«Rossella… dobbiamo andarcene.»

Chiudiamo la porta a chiave e ci sediamo sul letto, i volti tesi, il respiro ancora spezzato.

Le mie mani tremano mentre accarezzo il bordo del coltello lasciato davanti alla porta.

«Come fa a sapere il mio nome?» chiedo.

Tu scuoti la testa. «Non lo so.»

Mi passo le mani tra i capelli, cercando di pensare con lucidità.

«E se non fossimo soli? Se quest’isola non fosse davvero disabitata?»

Rimani in silenzio per un attimo, poi prendi una decisione.

«Domattina ce ne andiamo.»

«Di notte no?»

«Non possiamo guidare nel buio, non sappiamo nemmeno cosa c’è oltre il cottage.»

Annuisco, ma l’inquietudine mi divora lo stomaco.

Fuori, tutto è silenzioso.

Troppo silenzioso.

Ci sdraiamo sul letto, uno accanto all’altra, senza chiudere occhio.

Poi, nel cuore della notte, lo sentiamo di nuovo.

Non un colpo.

Non un respiro.

Qualcosa di peggio.

Un suono basso, gutturale.

Una risata.

Una risata lenta, spezzata, quasi soffocata.

Proveniente da dietro la porta.

Non ci muoviamo.

Io stringo il lenzuolo tra le dita.

Tu afferri di nuovo il coltello.

La risata continua.

Poi una voce, bassa, quasi un sussurro.

«Non dovete essere qui.»

Mi stringo a te, il cuore che minaccia di esplodermi nel petto.

Non osiamo muoverci.

I minuti passano.

Poi, la risata si spegne.

Un rumore di passi.

E di nuovo, il silenzio.

Tu trattieni il fiato, poi ti alzi. Mi guardi negli occhi.

«Domattina. Appena c’è luce.»

Annuisco, senza parole.

Siamo bloccati qui.

E l’isola ci sta guardando.

L’alba arriva troppo lentamente.

Non dormiamo. Restiamo seduti, schiena contro schiena, fissando la porta e la finestra, aspettando il minimo suono, il più piccolo segno che non siamo soli.

Ma niente.

Solo il mare, il vento, il canto lontano di qualche uccello.

All’apparenza, tutto è normale.

All’apparenza.

Quando il sole inizia a filtrare tra le tende, ci alziamo in silenzio. Prepariamo in fretta le nostre cose, senza nemmeno parlare. Sappiamo già cosa fare.

Tu afferri lo zaino, controlli che le chiavi siano in tasca. Io stringo il coltello con il mio nome inciso sulla lama. Non voglio tenerlo, ma nemmeno lasciarlo qui.

Lo infilo nello zaino.

Tu apri la porta.

L’aria fresca del mattino ci investe. Il cielo è di un azzurro perfetto, il mare calmo, la sabbia immacolata.

Nessuna traccia dell’uomo.

Nessuna traccia di nessuno.

Ma sappiamo entrambi che non significa nulla.

«Andiamo» dici a bassa voce.

Ci muoviamo veloci, senza correre. L’auto è parcheggiata dietro il cottage, coperta da rami e cespugli. Quando la vediamo, il sollievo è quasi tangibile.

«Dio, per un attimo ho pensato che non l’avremmo trovata» mormoro.

Tu non rispondi. Tiri fuori le chiavi, apri la portiera, metti in moto. Il motore tossisce, poi si accende.

Una scarica di adrenalina. Ci siamo.

Ce ne andiamo.

Abbiamo vinto.

Poi guardo lo specchietto retrovisore.

E vedo le sagome.

Non sono molte.

Tre, forse quattro.

Lontane, appena distinguibili contro la linea degli alberi.

Immobili.

Che ci osservano.

Il mio sangue si gela.

«Andrea…»

Segui il mio sguardo. Ti irrigidisci.

«Cazzo.»

Fai retromarcia, le ruote che sollevano polvere e sabbia. L’auto si immette sul sentiero sterrato che attraversa l’isola.

Le figure non si muovono.

Ma io lo so.

So che ci stanno guardando.

E che sanno.

Serie: L’isola


Avete messo Mi Piace7 apprezzamentiPubblicato in Horror

Discussioni

  1. Mi piace la scelta di frasi brevi, secche. Scandiscono il tempo di una notte che sembra non finire, definiscono una paura che segue i ritmi del respiro: “Lascio uscire un respiro che non sapevo di trattenere.”. Bravissimo!!!