Alla ricerca della risposta

Serie: A piedi controcorrente - Cronache semiserie di un fuggitivo pandemico -


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Immobilizzato dal dolore in una stanza che somiglia sempre più a un ospedale, il protagonista è costretto a fermarsi. Il corpo si blocca, mentre la mente continua a muoversi, preparando il terreno alle domande successive.

«Bisogna che tu ti spieghi un po’ meglio. O il dubbio diventa realtà.»

Luigi mi rispose guardandomi come se stesse guardando un pazzo.

Sorrisi e gli dissi:

«No, è che ero qui a pensare a un modo per farmi passare sto dolore. E mentre cercavo qualcosa ho puntato lo zaino e mi è venuto in mente che mi ero portato delle bustine di Oki in caso di emergenza. Se ne prendo una ora e stasera, per domani mattina avrà sicuramente fatto il suo magico effetto. E io posso ripartire, giusto?»

Luigi mi guardò, sorrise e mi disse:

«Vado a prenderti un bicchiere d’acqua allora. Non vorrai prendere la bustina a secco.»

Lo guardai titubante. Lui si girò e si avviò verso la porta.

Non aveva tutti i torti sul bicchiere, ma avrebbe dovuto fare un altro viaggio per continuare ad assistere sto pellegrino che, a sto punto, se stava a casa sua forse era meglio.

Quindi, un attimo prima che aprisse la porta, lo bloccai dicendogli:

«No. Non importa. Grazie, Luigi.»

Presi un angolo della parte alta della bustina con l’altra mano e strappai. Poi aprii la bocca e lasciai cadere la polverina magica esattamente sotto la lingua, quindi chiusi la bocca.

«Oh, questa che storia è?» disse Luigi.

Provai a parlare per rispondergli, ma dopo un accenno di soffocamento cambiai tattica e decisi di comunicare con le mani. Gli feci capire di aspettare.

Dopo pochi secondi, ancora in vita, gli dissi:

«Un trucchetto che mi ha insegnato il medico della ditta dove lavoravo. La polvere lasciata sotto la lingua viene diluita dalla saliva che si accumula e, in più, inizia a fare effetto prima, visto che comincia a essere assorbita dal corpo già dalla bocca, prima che dallo stomaco. In più, essendo diluita con la saliva, non rischi di danneggiarti lo stomaco.»

Chiusi il discorso facendogli un occhiolino.

Lui chiuse la porta, si girò e mi disse:

«Sei un diavolaccio. Questa mi mancava.»

Buttai la bustina nel cestino che avevo accanto al letto e mi buttai giù, a peso morto, sui cuscini.

«Speriamo che faccia effetto.»

Mi girai verso la finestra e lo cercai con lo sguardo, il mio amico. Ma non c’era. Come le nuvole, che gli impedivano di volare.

Il mio sguardo cambiò obiettivo e si perse per qualche secondo sul comodino, con sopra appoggiata una televisione. Non ci avevo fatto caso fino a quel momento.

Poi la voce improvvisa di Luigi mi riportò indietro da, che so, dodici secondi in cui la mia mente era andata lontano:

«Scusa, eh. Posso farti una domanda?»

«Certo», gli dissi.

«Come mai tutta sta fretta? Cioè, siccome sei a piedi non penso che hai dato appuntamento a qualcuno, con ora, data e giorno precisi, no?»

Lo guardai e poi mi guardai dentro e giuro che le parole che uscivano dalla mia bocca erano pari a quelle dei pensieri che c’erano. Ovvero zero.

Non sapevo dare una risposta a quella domanda.

E così gli dissi, sorridendo:

«Non lo so. Davvero non lo so.»

Lui mi guardò e disse:

«Beh, forse dopo pranzo ti riuscirà di dirci perlomeno il nome, ok? Ci vediamo tra poco.»

Aprì la porta, uscì dalla stanza e io rimasi solo, a cercare chissà dove con lo sguardo la risposta a quella domanda.

La televisione era piccolina. Sarà stata un ventidue pollici. Restai a guardarla per diverso tempo. Non la accesi mai: tanto lo show era tutto nella mia testa, con Luigi che, in veste di presentatore, dava la prima domanda del quiz al concorrente — io — rimasto ghiacciato per ore, con il pubblico, in quel caso l’uccellino, tornato apposta per supportarmi, un po’ preoccupato per l’attesa.

Quale spettacolo migliore ci sarebbe mai potuto essere della TV accesa?

Per evitare la pazzia che stavo rasentando pericolosamente in quei minuti, decisi di staccare il programma.

Il mio sguardo, come i miei pensieri, si perse allora nel continuare a cercare la risposta alla domanda di prima nei dettagli di quella stanza che, dopo aver avvistato l’appendiabiti accanto alla porta d’ingresso, mi fece pensare che forse in quella stanza ci ero entrato proprio in quel momento.

La risposta mi portò a notare ora anche i vari quadri appesi alle pareti, la porta che conduceva al bagno e dei libri appoggiati su una mensola non distante dal letto.

Mi allungai per prenderne uno a caso. Il fortunato fu Siddhartha di Hermann Hesse.

Iniziai a sfogliarlo e non so se quello che trovai in quel libro fu una specie di risposta alla domanda che Luigi mi aveva fatto, ma un indizio. Un aiuto che mi portasse in qualche modo a una risposta.

Lo lessi fino a metà tutto d’un fiato e a riportarmi nuovamente alla realtà, stavolta, fu l’ingresso improvviso di Maria nella stanza.

Aprì la porta e disse:

«Allora, come sta il nostro pellegrino pazzo?»

Continua...

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