Amabel

Non voglio restare sola. I pensieri cercano ricordi, ma questi mi feriscono, lacerano la mia anima fragile, lasciandomi viva in un’agonia senza senso. Piccoli lividi subungueali, caviglie sottili, cosce tornite, gambe slanciate, muscolose, perfettamente proporzionate. A cosa mi servono?

Rannicchiata sul pavimento in legno al centro della sala da ballo, circondata da specchi alti due metri, mi sento insicura. Capita quando mi chiudo in me stessa. Il mento della mia testolina schiaccia le dita della mano, ferma sul ginocchio. La mia testa è appesantita da ricordi bellissimi. Ora sono mutati in incubi. Sfioro le dita con la guancia, la mia mano destra, priva di comando, si rilassa mentre stringo il ginocchio. Abbraccio la mia solitudine, un vuoto immenso per me che resto. La mano scivola lungo la coscia, un po’ come la vita. Guardo la mia caviglia sottile, la mano la sfiora: un solletico, un brivido, niente. Accarezzo il collo del mio piede con la testa ancora poggiata sul ginocchio. Esercito una pressione graduale premendo le dita dei piedi. Percepisco un dolore lieve, se insisto diventa acuto e gradevole. Mi piace? Non è come il freddo metallo sulla mia pelle, non è la stessa sensazione che mi tiene ancorata a questo mondo. Da giorni ci penso intensamente, non riesco a decifrare le sensazioni del mio corpo in balia di se stesso. Sospiro afflitta senza lacrime. Ho il dolore e la danza, basterà per andare avanti? Agli occhi di tutti la risposta è ovvia. Come posso andare avanti priva di anima?

Non voglio restare sola, ma nemmeno voglio aiuto. Mi alzo, riprendo a danzare, potrei farlo su una mina. Danzo fino allo sfinimento, sono la prima ad entrare l’ultima ad uscire da questa sala, mi sento come il principio e la fine, da quando non ci sei più. Ho solo voci nella mia testa, sono tutte tue. Sono una piacevole distrazione, ma è spaventoso da quando non sei più tu a chiamarmi per nome.

«Sei ancora qui, Ama?» La voce di Marta mi riporta alla realtà, un suono distante e ovattato.

Indosso la maschera del sorriso, che mi salva da mille domande. La mia facciata è perfettamente in ordine. Finché sorrido con il mio bel faccino, nessuno si accorge del problema.

«Andate pure senza di me. Ci vediamo domani.» Il mio sorriso è una barriera. Amabel, la vera me, dov’è?

Amiche, per quanto mi siano vicine, stanno lontane dal mio dolore. Il loro abbraccio è caldo, ma non riesce a penetrare il gelo dentro di me.

«Amabel, cosa stai facendo?» La voce dell’istruttrice di danza è un filo di preoccupazione appena mi vede ancora in sala.

«Sto ripassando gli ultimi passi.» Sussurro, quasi mi soffoco.

«Amabel, tesoro mio, nemmeno tu puoi andare oltre la perfezione. Dimmi cosa c’è che non va?» È gentile come sempre, ma insiste.

«Non lo so.» Le parole mi bruciano la gola.

«Tua sorella non vorrebbe vederti così, che tu appassisca. Cosa direbbe di quei tagli che ti fai all’interno coscia? Devi reagire, Amabel.» Le sue parole mi fanno male, come ne è al corrente? Sento come se la lama mi stesse lacerando ora.

Abbasso lo sguardo, provo vergogna, le lacrime minacciano di scendere. «Non posso farcela da sola» ammetto.

«Non sei sola, e non devi affrontare tutto questo da sola. Tua sorella vorrebbe vederti trovare la forza di andare avanti, di vivere per entrambe.»

La guardo intensamente, ha ragione, non sono sola, voglio rimanere sola ad infliggermi un dolore che non mi spetta, come se quello che sto passando potrebbe riportarla in vita. O forse voglio raggiungerla ovunque sia.

«Per me è troppo vivere per entrambe quando a malapena riesco a farcela io. Guardami, sono un cadavere!» urlo disperata.

«Sei bellissima come il primo giorno che sei entrata qua dentro insieme a tua sorella.» Il tono della voce di lei è così gentile e rassicurante, eppure, esplode nella mia testa scombussolando una miriadi di ricordi che cadono come petali nel mio abisso.

«Cosa dovrei fare allora?» Lacrime silenziose solcano il mio viso fino ad inumidirmi le labbra. Stringo i pugni più forte che posso. Cerco una pena che possa farmi reagire, come quei brutti tagli. Il legno della sala è improvvisamente freddo.

Per la prima volta, dopo un anno di lacrime aride, la mia fragilità è più vulnerabile che mai, la sensazione che provo è un disagio. Dovrei semplicemente arrendermi, lasciarla andare in pace. Non voglio, fa male, fa schifo, e mi distrugge dentro. Ogni giorno senza di lei è un tormento, un vuoto che non riesco a colmare. La sua assenza è un dolore costante, un eco che risuona in ogni angolo della mia mente. Impazzisco.

«Amabel stai affogando nel dolore. Per prima cosa devi amarti e poi nuotare, raggiungere l’altra sponda.»

«Cosa vuol dire, cosa devo fare?» le chiedo con il cuore che penzola dal mio corpo esile.

«Torna a vivere, a sorridere sul serio. C’è sempre speranza. In questo momento buio, la luce che ti guiderà sarà quella di tua sorella.»

Annuisco, si crea un silenzio, guardo un sorriso sincero. Vado verso gli spogliatoi con la testa alta, raccolgo le mie cose nel borsone. Quando esco fuori, le luci soffuse mi guidano fuori dalla sala. La luce del vecchio lampione mi investe e a pochi metri da me c’è la mia istruttrice, una presenza rassicurante in questo momento di vulnerabilità. Resto in silenzio mentre lei si avvicina, ma dentro di me un uragano di emozioni è pronto a esplodere. Non posso trattenere le lacrime né la voglia di urlare.

Corro verso di lei, l’abbraccio con tutta la forza che mi rimane, sentendo il bisogno primordiale di sfogarmi. Urlo fino a squarciare le corde vocali, fino a sentire il sapore del sangue in bocca. Lei mi sorregge, soffocando la mia rabbia, tutto il mio dolore con gesti gentili.

Mille luci, mille finestre si aprono in strada. Noi crolliamo a terra ancora abbracciate, tra le lacrime, con un sorriso che nasce dal ricordo di mia sorella. Avverto il peso della sofferenza sollevarsi, e per la prima volta, non sento più dolore. Solo una pace inaspettata e liberatoria.

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Discussioni

  1. Un racconto intenso, struggente, con un bel finale che conforta anche chi legge. Parole come un plettro che pizzicano le corde del cuore, soprattutto quando é amareggiato da perdite simili, piú o meno recenti, e forse definitive.

  2. Ciao, Giuseppe, ho letto con piacere questo racconto dove si parla di arte e dolore, due entità che spesso si trovano associate nell’esperienza umana. Amabel si muove fra estremi: un dolore cieco e autolesionista e la sua completa scomparsa nel finale, con l’urlo e il sangue. Mi ha colpito anche la figura dell’istruttrice, quasi una mediatrice o forse un nuovo oggetto d’amore.

    1. Comunque, hai lo stesso nome e cognome della coprotagonista del librick che sto pubblicando. (Inizialmente era esattamente Elena Grimaldi) Poi verso l’ultimo l’ho mutato ma, ancora non ho scelto se Elena Taddei o Tarsitano. È certo che sia una T

      1. Ah, ecco. Strana coincidenza, ma poi non tanto, perché sia il nome che il cognome che porto sono abbastanza comuni. In ogni caso leggerò volentieri la storia di questa mia mancata omonima.

        1. Infatti, cercavo un cognome abbastanza comune, differente dai i soliti Rossi, Bianchi e Verdi.

  3. “Corro verso di lei, l’abbraccio con tutta la forza che mi rimane, sentendo il bisogno primordiale di sfogarmi”
    Leggendo il tuo racconto ho temuto che questo momento non arrivasse e che lei, come mille e mille di noi facciamo, se ne stesse arroccata nel suo dolore senza accettare una mano che le viene tesa in maniera così delicata. Invece nel finale hai voluto dare una speranza a tutti coloro che scelgono il dolore come fosse una sorta di espiazione di chissà quale colpa. Credo che tu sia riuscito a trasmettere un messaggio di positività, quasi fosse un consiglio dato gratuitamente. Bravo.