Amba Aradam
Leggero un aquilone attraversa il cielo scomponendo le ombre proiettate sul profilo della via. Un errore di traiettoria gli fa prendere quota all’improvviso, nello stesso momento in cui una cerulea bicicletta viene poggiata al muretto rossastro che la separa dal vuoto. Si sente un leggero tintinnio.
Michele rimane immobile a guardare il panorama dall’alto: è una bella sensazione, una carezza che lo fa sentire vivo. Anche quando è costretto ad abbassare il ritmo di pedalata durante una gara ciclistica. Non importa se è primo, se sta vincendo e vorrebbe tagliare il traguardo con le mani alzate. Michele è pagato per perdere, e finora ha sempre pensato che se mai avesse vinto, il danno sarebbe stato maggiore del guadagno. In fondo, si era convinto negli anni, per un attimo di gloria avrebbe perso il conforto di una vita scevra da preoccupazioni, incombenze e aspettative.
Perché ti ostini a fare la lepre?
Il ricordo di una domanda troppo saggia, arrivata troppo presto, fa eco al sibilo dell’aquilone che lentamente perde quota seguendo il filo dell’orizzonte. Ma Michele se non era lepre, era ostinato; perciò rispondeva ogni volta con la stessa aria malinconica, alzando il volume del grammofono, e dell’ironia che aveva imparato a usare come uno specchio ustorio.
Per rivincita: cerco la tartaruga contro cui persi!
Gli impianti stereo e le televisioni avrebbero invaso a breve le case degli italiani, ma il ventottenne Michele preferiva ancora il vecchio grammofono del nonno. E preferiva essere lepre.
L’aveva capito fin da quando era bambino, tra i banchi di scuola, partecipando alle risse in cortile, alle gare di poesia; mentre ascoltava il radiogiornale prima di guardarsi davanti allo specchio, dopo una vittoria, sazio di successo, cavalcando un trionfo infantile, uno di quei trofei composti della stessa materia dei sogni. Michele aveva riconosciuto da subito la sua indole eretica: mal sopportava una società che a parole si proclamava portatrice di progresso, e nei fatti regalava fame e desolazione impacchettandole con nastrini e carte luccicanti. Non studiò mai logica, tuttavia capì da subito il paradosso nel quale era caduto, e cercò di rimanere ai margini del mondo che lo conteneva, rinchiuso nella sua verità . Almeno così ha creduto finora.
La prima volta che la maestra scrisse ottimo in fondo al tema d’italiano rimase pietrificato. I compagni seppero che era un buono. Il giorno successivo non andò a scuola: non avrebbe sopportato l’idea che fosse diventato un prodotto ben riuscito della società nella quale viveva. La maestra, il papà , i fratelli, gli amici: tutti sarebbero stati a guardarlo mentre cercava di conformarsi alle regole imperanti, mentre raggiungeva i traguardi destinati ai vincitori. Le persone a lui vicine non fecero nulla di esplicito per indurre tale percezione, ma fu il contesto generale – con ogni probabilità – a spingerlo in simili ragionamenti. Era ancora un bambino, eppure una parte di lui non ragionava da bambino! E questo aquilone in cielo, che risale le correnti ascensionali, lo riporta giù nei meandri della memoria. Prima delle poesie, delle eresie, e delle verità .
Cosa me ne faccio di un ottimo, se servirà per andare a combattere e uccidere?
Si ripeteva tornando a casa di corsa, sorridendo al grembiule sporco di terra. Le macchie lo rincuoravano, senza che ne comprendesse il perché. Non ancora sapeva che quei buchi neri erano un simbolo, la parte meno evidente di come si possa vivere felici con vistosi difetti, anche durante un periodo storico in cui essere perfetti, diligenti, impeccabili, stacanovisti, obbedienti, regolari e integerrimi doveva essere la naturale inclinazione di ogni cittadino, la stella polare dei superuomini nati dalla cultura eugenetica, il lasciapassare per l’accettazione sociale. Purtroppo, però, Michele lo avrebbe capito quando il grembiule non si sarebbe più potuto sporcare, sminuzzato dall’inesorabilità del tempo. E avrebbe scritto, affinché Poesia, ossia eresia, suscitasse intenso amore.
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“E avrebbe scritto, affinché Poesia, ossia eresia, suscitasse intenso amore.”
Una chiusura degna di nota. Penso realmente, e ne ho fatto un mio slogan, che “solo l’amore ci può salvare”. Anche la parola se va in quella direzione. Una pagina difficile, da rileggere per capirla, ma l’intento è meritevole. Apprezzo.
Grazie, in effetti la storia è da concludere (ho sbagliato a non scriverlo).