American Gun shop

Serie: Exasperation


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: James è costretto a sopportare l'ennesimo sopruso dovuto all'intolleranza. Qualcosa però sta per cambiare...

Non fu necessario che il sole mattutino gli battesse negli occhi, per svegliarlo. James passò la notte in bianco – la più lunga della sua vita – a pancia in su, sforzandosi di pensare a qualcosa che gli avrebbe fatto versare almeno una lacrima, per farlo sentire vivo. Provò con tutto quello che trovava scavando nelle profondità della memoria, ma persino l’orrore del pomeriggio precedente non riusciva a smuovere nulla. Restò supino per ore e ore, sopportando il ghiaccio che sentiva nel petto, un blocco formato dalle lacrime che non ne volevano sapere di uscire da quei dannati occhi. Per un momento pensò che avrebbe potuto squarciarsi il petto, e allora forse tutto sarebbe fuoriuscito mescolandosi al sangue, sporcando le lenzuola già umide di sudore.

Faceva caldo. Per tutta la notte l’aria umida e rovente gli aveva sussurrato che stava impazzendo, e il fatto che non avesse versato una sola lacrima quella notte ne era la prova. Aveva provato a nascondersi sotto le lenzuola, ma sentiva lo stesso quella vocina, perché era nella sua testa. Lo stuzzicava, chiedendogli dove andrai domattina? Non puoi scappare, James. Tornerai nella tana del lupo, e tutto tornerà com’è sempre stato. Forse stava davvero impazzendo, eppure a quelle cose avrebbe dovuto pensarci. Ma non voleva pensarci, voleva semplicemente piangere.

Si alzò, puntellandosi sui gomiti. Gli bruciavano gli occhi e si sentiva la testa pesante . L’intelaiatura in legno del letto scricchiolò e il rumore echeggiò nella sua testa amplificato di cento volte. Si sedette sul bordo del materasso, scrutando i dintorni in cerca dei suoi vestiti. Erano là, sullo schienale della poltrona tutti spiegazzati. Si mise in piedi, lottando per non perdere l’equilibrio. Cercò di indossare la sua maglietta ma era attillata, e nella calura del mattino gli sembrava di indossare un abito fatto di catene arrugginite. Se la sfilò e sentì la claustrofobia scemare nell’aria densa.

Si voltò a osservare il lato del letto dove Mike stava ancora russando. In fondo al materasso, dove giaceva l’ammasso di lenzuola respinte nel corso della notte, intravide una t-shirt abbastanza larga. La indossò. Andava meglio.

Quando si sedette sulla poltrona all’angolo della stanza, dovette aggrapparsi ai braccioli. Gli sembrava di essere caduto da tre metri di altezza. Si lasciò andare contro lo schienale e chiuse gli occhi, verificando se, magari, ora avrebbe potuto prendere sonno. Aspettò, ascoltandosi, ma l’assopimento non arrivava. Devono sentirsi così, quelli che si fanno di acidi, pensò.

La poltrona era posizionata proprio di fronte all’ampia finestra della camera, e dalle tendine in cotone bianco penetrava la luce estiva. Davanti a sé James aveva come un’istantanea, scattata con la migliore luce possibile, in cui si distingueva nitido ogni dettaglio, dall’etichetta del vinile in posizione sul piatto del giradischi alla margherita in plastica appesa al mazzo di chiavi sul comodino. E proprio accanto alla margherita c’era il portafoglio di Mike.

Allora dentro James iniziò a prendere forma qualcosa, un’idea o forse addirittura un piano. Lo stava costruendo pian piano e con metodo, assemblando i mattoncini che la sua mente aveva sfornato durante tutta la notte senza che lui potesse controllarla; tanti mattoncini che avevano preso forma in modo sconnesso, a distanza di ore l’uno dall’altro. Ora la torre del castello era quasi in piedi – La torre di Raperonzolo, pensò James ricordando i cartoni della Disney che guardava con mamma – e lui lo vedeva nella sua mente ormai ridotta a uno schermo che riproduceva immagini e sequenze di fotogrammi. Era una torre altissima, come quella della favola, ma attorno ad essa il paesaggio era diverso. Il bosco incantato, con le sue querce e le conifere, era stato sostituito con una landa desolata cosparsa di cenere, dalla quale i tronchi aguzzi degli alberi carbonizzati svettavano minacciosi. Dalla finestrella della torre non scendeva una treccia di capelli biondi,

(“Mamma, voglio i capelli come Raperonzolo” disse, e la madre che lo guardava con un sorriso diverso dal solito. Diverso perché la piega delle labbra era snaturata da un sentimento che veniva risvegliato in lei solo a volte quando James si comportava in modo diverso rispetto ai suoi coetanei dell’asilo. La consapevolezza di un qualcosa che lei aveva sempre visto, lo aveva sentito, perché era sua madre, quando lui ancora non concepiva l’idea di due uomini nello stesso letto),

ma una lingua di fuoco, una fiamma che arrivava dritta al suolo carbonizzando qualsiasi cosa avesse incontrato.

Si alzò, lottando per mantenere l’equilibrio, e quando fu in piedi indugiò qualche istante con la testa tra le mani. Camminò fino al comodino e attese un po’ per vedere se Mike si sarebbe svegliato. Il modo in cui ronfava profondamente gli suggerì che avrebbe dormito ancora per un bel po’. Afferrò il portafoglio, l’aprì e si fermò a guardare.

Nella tasca delle banconote due biglietti da cinquanta. Non male, pensò, ma non gli interessavano i soldi. Si soffermò su una fototessera inserita dietro alla finestrella di plastica trasparente. Era una foto di qualche anno fa, probabilmente non più valida per un documento nuovo, e James si stupì nel vedere quanto Mike gli assomigliasse, in quell’istantanea. I lineamenti del volto che introducevano il naso, i capelli solo leggermente più scuri dei suoi e gli occhi di quel blu che sembrava catturare tutta la luce concentrandola in essi. Nella sua mente venne proiettata in un lampo una scena.

Si trovava in una delle corsie di un supermercato, quella riservata ai liquori. Davanti e dietro, alla sua destra e alla sua sinistra interminabili scaffali colmi di bottiglie di ogni colore, scintillanti sotto alle luci al neon. James sceglieva una bottiglia di Rum cubano e si recava alla cassa. Metteva la bottiglia sul nastro trasportatore e la cassiera – una donna grassa che non vedeva l’ora di finire il turno – alternava lo sguardo tra la bottiglia che si avvicinava e il ragazzo evidentemente al di sotto dei ventun anni. Allora lui esibiva il documento – non il suo, quello che aveva rubato a Mike, e la donna, dopo un’ultima lunga occhiata obliqua diceva: “Sono ventidue dollari e settanta.”

La progettazione del piano era giunta a termine; James sfilò la tessera dal portafoglio e la ripose nel suo.

Serie: Exasperation


Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Horror

Discussioni

  1. Ottima continuazione della storia, dalla quale si preannuncia, forse, un evento inevitabile.
    Vi è qualche refuso, soprattutto all’inizio, ma nulla di irrisolvibile con una lettura più attenta.
    Molto bravo.