
Amici miei
Serie: Il gruppo storico
- Episodio 1: Amici miei
- Episodio 2: Scherzi e risate
STAGIONE 1
Ricordo che in quegli anni avevo un gruppo di amici con cui trascorrevo la maggior parte del mio tempo libero, era un gruppo ormai abbastanza esteso, visto che si era andato sviluppando nel corso di quegli ultimi anni con ragazzi che si erano aggiunti man mano nel tempo, ma quelli con cui ero più legato erano Andrea, Luca e Nicola.
Andrea era un mio compagno di scuola del liceo, un ragazzo non troppo alto, con capelli neri e ondulati che portava lunghi. Suonava bene la chitarra e aveva una incredibile capacità nei lavori manuali. Aveva frequentato l’ultimo anno di liceo in America, sfruttando uno di quei programmi di scambio culturale, ma a causa di ciò era stato bocciato all’esame di maturità al suo rientro. Non aveva una ragazza fissa, ma il suo modo molto fisico di entrare in contatto con le persone e soprattutto con le ragazze, e la popolarità dovuta al suo soggiorno americano facevano sì che ne frequentasse sempre qualcuna, anche se forse per qualche forma di gelosia non condivideva mai queste compagnie con noi.
Luca era un amico di infanzia di Andrea, più grande di un anno rispetto a noi, era alto e longilineo con occhi scuri con sopracciglia folte che gli davano un’espressione seria. Era stato uno studente modello e aveva preso sempre voti altissimi fino a diplomarsi con il massimo. Suonava il pianoforte e studiava musica da tanti anni e dopo il liceo aveva deciso di continuare il Conservatorio. Con le ragazze era da sempre schivo per timidezza e poca fiducia in sé stesso e quindi non aveva mai avuto grandi successi in questo campo.
Nicola era un amico che avevo conosciuto negli anni della parrocchia e dei campi scuola quando eravamo quasi bambini. Aveva un anno più di me ed era bello di una bellezza sfuggente e inconsapevole. Aveva un fisico magro e vigoroso, portava i capelli lisci e lunghi e tutto questi particolari gli davano un incredibile successo con le ragazze, successo che lui sembrava subire passivamente. Erano infatti di solito le ragazze che lo notavano e cercavano di instaurare dei contatti con lui, senza che lui avesse bisogno di mettersi in mostra o cercare occasioni di incontro. Aveva frequentato l’istituto tecnico per periti elettronici, ma aveva una vera passione per l’architettura, cosa che lo aveva spinto a iscriversi a quella Facoltà.
Dagli ultimi anni del liceo vivevamo quasi in simbiosi e le nostre giornate passavano uguali con lo studio la mattina e i nostri ritrovi pomeridiani nel bar che era il nostro ritrovo, e sembravano scandite con la precisione di un orologio a pendolo. A quel tempo le ragazze ci sembravano un paese sconosciuto e straniero che scrutavamo da lontano e conoscevamo solo per sentito dire. Una cosa che ricordo bene erano i lunghi pomeriggi a casa di qualcuno ad ascoltare un assolo di chitarra dei Pink Floyd o i lunghi passaggi sinfonici di qualche brano dei Genesis. Mi ricordo le infinite litigate, le interminabili conversazioni a sfotterci uno con l’altro, parlando delle squadre di calcio, divisi fra i tifosi di una o dell’altra squadra.
Passavamo molti pomeriggi facendo sport insieme. Io, Nicola, Luca e Michele, un altro amico del gruppo, ingaggiavamo intensissime partite di tennis in doppio dall’estate della maturità. Prima invece, negli anni del liceo ci eravamo appassionati al calcetto: a quel tempo era uno sport sconosciuto e non esistevano campi per giocare e ci dovevamo arrangiare giocando clandestinamente nella palestra del liceo che il pomeriggio tardi e la sera dopo cena era spesso vuota. Per farlo avevamo dovuto trafugare le chiavi approfittando del fatto che venivano spesso lasciate incustodite dai gruppi sportivi di pallacanestro o di pallavolo che usavano la palestra per gli allenamenti nel pomeriggio.
Ci organizzavamo poi durante le ore di lezione la mattina per cercare di radunare nel nostro gruppo o anche trovando amici di amici per arrivare a un numero sufficiente di persone per poter giocare una partita. Si finiva poi spesso la sera tardi perché giocavamo finché non eravamo sfiniti e continuavamo poi a stare insieme a cercare di placare la sete infinita bevendo da qualche parte tutti insieme.
Me le ricordo bene quelle partite clandestine, mi ricordo l’eccitazione che ci prendeva già da ore prima, l’euforia dentro la pancia mentre ci si preparava. Erano sempre battaglie durissime dove anche senza nessun premio in palio tutti lottavamo forsennati su ogni pallone, su ogni marcatura. E poi durante, e ai margini della partita, c’erano le infinite risate per i tanti scherzi, per le continue battute e prese in giro reciproche che nascevano durante le partite, ma che continuavano anche nelle serate e nei giorni dopo.
Al tempo la nostra vita era tutta lì, in quelle interminabili serate di musica, o in quelle partite che non volevamo mai finire e che ci lasciavano stremati e pieni di una soffusa felicità che talvolta negli anni ho ritrovato in qualche faticosa ed entusiasmante gita in montagna.
Un’altra cosa che ricordo bene erano i tanti e tanti episodi divertenti che diventavano poi l’argomento di lunghe serate di racconti e risate.
Una volta, quando eravamo ancora al Liceo c’era una assistente di laboratorio che ci divertivamo prendere in giro a causa della sua completa ignoranza che la rendeva totalmente inadeguata al suo ruolo. Con la inconsapevole crudeltà che avevamo a quell’età, un giorno decidemmo di farle uno scherzo sfruttando al massimo questa sua ridicola caratteristica e così una mattina io e Andrea andammo in laboratorio e la trovammo immersa nella lettura di una rivista di pettegolezzi mondani con la stessa concentrazione che si potrebbe dedicare alla lettura di un saggio scientifico.
“Ciao Rossella”, le dissi, “la professoressa di Fisica chiede se gli puoi portare il Metronotte”.
“Ciao ragazzi, ma cos’è il Metronotte, io non ce l’ho”, rispose lei stupita dalla mia richiesta.
Intervenne Andrea con la sua famosa faccia di bronzo e la incalzò: “Ma come, Rossella, tu hai un posto di responsabilità e devi garantire l’adeguatezza delle attrezzature di laboratorio e non hai il Metronotte?”
“Non so neanche cosa sia il Metronotte: ma a cosa serve?”
“Guarda, noi facciamo finta di non aver sentito, che se lo sapesse il Preside rischieresti di essere rimossa dall’incarico e magari finire a fare la bidella semplice”, dissi io per farle capire la pericolosità della sua situazione.
“Rossella, il Metronotte è lo strumento per misurare l’intensità del buio: è importantissimo in un laboratorio”, disse Andrea, assumendo l’aria da secchione che gli riusciva benissimo.
“Ma certo”, aggiunsi io, “serve per verificare il grado di buio che c’è in un locale e poter così fare gli esperimenti quantistici con i raggi laser: non si potrebbe determinare il numero di fotoni di un laser se prima non si verifica l’intensità del buio!” terminai la mia supercazzola e la guardai fingendo una grande preoccupazione.
Lei ci guardava sbalordita e balbettando disse: “Ma…ma…ma io non immaginavo che ci fosse questa mancanza, avevo detto che non avevamo abbastanza strumenti, ma mi avevano detto di lasciare perdere: sicuramente se mi avessero fatto fare un inventario ce ne saremmo accorti”.
Ci guardò ansiosa e disse: “Secondo voi cosa devo fare?”
Noi sentivamo che stavamo per scoppiare a ridarle in faccia, ma come consumati attori riuscimmo a mantenere il sangue freddo e Andrea le disse: “Guarda Rossella, fai subito una richiesta scritta al Preside su carta intestata e chiedi che venga messo subito in ordine un Metronotte di ultima generazione”.
“Sono assolutamente d’accordo, indica anche la marca, quelli della Texas Instruments sono i migliori: poi ti possiamo mandare i dati tecnici, il numero di buioni per micron quadrato che riesce a rilevare e altri dati simili“, aggiunsi io.
“Si, mi raccomando, i buioni sono l’equivalente dei fotoni per il buio ed è fondamentale che il numero rilevabile sia più alto possibile”, aggiunse Andrea, che ormai riusciva a sparare stronzate sempre più grosse, scatenato com’era.
“Si, si certo, ci penso io e vi assicuro che sui buioni non accetterò compromessi”, rispose Rossella sempre più agitata.
Poi ci guardò con gratitudine e aggiunse: “Vi ringrazio ragazzi, intanto voi copritemi e dite alla Professoressa che io l’avevo già ordinato dall’inizio dell’anno, ma ci sono state lungaggini burocratiche”.
“Puoi contare su di noi, Rossella, stai tranquilla”, dissi io, mettendole la mano sulla spalla.
Uscimmo dalla stanza e girammo l’angolo del corridoio di corsa e appena fummo lontani cominciammo a ridere fino ad avere le convulsioni e non riuscire più a respirare.
Qualche giorno dopo sapemmo che il Preside si era infuriato perché si era visto portare in firma un ordine di un Metronotte della Texas Instruments completo di dati tecnici e che la povera Rossella era stata convocata per una solenne lavata di capo dall’esterrefatto dirigente
Serie: Il gruppo storico
- Episodio 1: Amici miei
- Episodio 2: Scherzi e risate
I buioni mi hanno fatto un sacco ridere 😂
Sono contento, mi venuta di getto quando ho aggiunto questo racconto che è inventato di sana pianta partendo dall’idea del “metronotte” 😉
Un tuffo indietro in un passato che assomiglia tanto al mio. Tranne per il fatto che per una marachella del genere avremmo perso i capelli noi, per le urla del vicepreside. Qualunque stupidaggine facessero gli impiegati della scuola i colpevoli erano sempre gli studenti.
Ben scritto, molto piacevole. Qualche piccola cosina di sistemare nel testo.