
Amore amaro
Serie: Pace in terra
- Episodio 1: Quanto una foglia che increspa l’acqua
- Episodio 2: Pace in terra
- Episodio 3: Coraggio!
- Episodio 4: Amore amaro
- Episodio 5: Un ago e un cuore
- Episodio 6: Al buio
STAGIONE 1
Amare Amore è amaro, dove sei? Amore, amare cos’è se non sei qui? Amare è il mare, infinito. Amare è presente, è futuro, è infinito. Sollevai la punta della matita e aggiunsi a caratteri cubitali: IVAN TI AMO.
Ecco! Ora era scritto, nero su bianco. Dal cuore al foglio, dal cuore al foglio e oltre la finestra, per le strade e la neve, dove la gente combatteva, piangeva, abbracciava una persona cara ritrovata, ne consolava un’altra. Dove c’era il mio Ivan. Indugiai ancora su quel nome accostato a quelle parole scritte, come fosse collegato ad ognuna di loro da sempre. Arrossii pensandolo ed ancora emozionata le incorniciai all’interno di un enorme cuore. Un cuore che trafissi al centro, disegnando con un tratto deciso una lunga freccia; anche se sarebbe stato più giusto disegnare un proiettile e fare un foro a quel cuore che sanguinava in silenzio da mesi, da quando la guerra improvvisamente ci aveva diviso.
Una porta sbatté, poi passi. Ma non me ne accorsi. Ancora sovrappensiero spostai il quaderno sulla coperta del letto, cercando poi con estrema lentezza il laccio che tenevo in tasca.
Quando quel giorno avevo estratto lo scarpone dalla neve, il suo laccio mi era rimasto in mano. Eccolo, lo portai alle labbra e lo baciai, lo baciai più volte pensando al mio Ivan. Te lo giuro Ivan, terrò duro! Questa guerra finirà e noi ci abbracceremo di nuovo – dissi a me stessa dando un ultimo bacio prolungato a quel laccio facendomi scappare un forte sospiro.
«Ehi ragazzina, ma cosa stai facendo?» disse la ragazza del letto a fianco guardandomi divertita
«Chi io? Non sto facendo proprio niente. Niente che ti riguardi!» dissi nascondendo il quaderno, facendo così cadere di contro la torcia che avevo infilato nel letto
«Che ci fai ora a terra ragazzina?»
«Schh! Ma mi lasci in pace, non vedi che mi è caduta la torcia sotto il letto? Chissà se si è rotta, oh cavoli e il laccio dov’è?»
«Non si è rotta, mi sta abbagliando! Sbrigati che c’è anche l’infermiera che sta venendo verso di noi!» disse la ragazza girandosi di scatto nel letto
«Ehi cos’è tutto questo chiasso qui? Ragazzina, non sai che è notte fonda?» disse l’infermiera senza tanti preamboli
«Mi è caduta la torcia, mi scusi ora la spengo. Sa me l’aveva regalata mio padre da piccola…»
«Non mi sembri tanto grande per dire “da piccola” e comunque finiamola qui, consegnami la torcia, poi sdraiati e dormi. Se non mi sbaglio eri tutta bendata fino a sta mattina, hai bisogno di riposare e non sforzare gli occhi in assenza di luce»
«Mi scusi ha ragione, ma non è facile stare senza far niente, ho riavuto la vista, ma non riesco a dormire. La torcia comunque me la lasci la prego, ora dormo, promesso»
«Per favore ti ho detto di darmela, è per il tuo bene. E poi mi può essere molto utile, su forza prima che io perda la pazienza!»
«Dagliela, ti conviene» disse la mia vicina di letto senza voltarsi
«La tua amica è più saggia di te»
Il fascio di luce si spense nella mano rugosa e forte della capo infermiera. La mise in tasca e procedette spedita nella penombra cinque file più giù, senza urtare nessun letto. Usò la mia torcia con parsimonia su uno o due pazienti che l’avevano fermata. Guardai con lo sguardo perso nel vuoto quel faro immaginario sbiardire con i miei pensieri. Sospirai, come Penelope separata dal suo Ulisse mi pare si chiami…se mi sente la prof… Oh insomma! Come avrei continuato a scrivere ad Ivan senza la mia torcia!
«È tutta colpa tua!» dissi lanciando il mio cuscino verso quella impicciona
«Ma che modi sono? Bambina cos’hai due anni? Dormi e fai la nanna, e non te la prendere con me, hai fatto tutto da sola!» disse rilanciandomi il cuscino
«Non è vero!» dissi trattenendolo sotto il mento
«Senti la mia era solo curiosità. Eri così buffa, mentre baciavi ripetutamente…cos’era mica l’ho capito? Comunque sei troppo maldestra, non te la puoi prendere con me se ti è stata confiscata la torcia»
«Quella infermiera ha un carattere piuttosto antipatico»
«Ma conviene andarci d’accordo e comunque cerca di capirla, non vive una situazione facile. Ho ascoltato il dottore che pochi minuti fa le diceva di aver perso altri due medici, di aver esaurito le medicine, di esser a corto di posti letto. E la gente continua ad arrivare! Ma forse non sono cose che puoi capire, bambina»
«Smettila di chiamarmi bambina, ho quattordici anni e mezzo! Chiamami Stefania»
«Io ne ho ventitre! Piacere bambina, io sono Maryna»
«Capirai solo otto più di me! Piacere, non mio»
«Ventitré meno quattordici fa nove, quanto hai in matematica?» disse Maryna ridendo
«Ragazze la smettete? Fate silenzio. Shh! – disse una voce nella penombra poco distante
Rassegnata mi girai dall’altro lato poggiando il quaderno sul petto. Dopo un’ora i miei occhi erano ancora aperti. Fissai l’angolo più lontano di quella sala. Il raggio pallido della luna illuminava il canestro da basket senza rete, appena dietro numerosi vestiti erano appesi sulle spalliere di quella che doveva essere una palestra. Eran di tutte le forme e colori, tutti capi diversi con una cosa in comune, erano tutti macchiati di sangue.
L’ambulanza sulla quale ero salita si era fermata in vari punti della città, avevo cambiato letto e luogo forse 11 volte. Mi avevano visitato non so quanti dottori o presunti tali. Molti erano stati chiamati al fronte. Specialmente i chirurgi. Erano passate settimane, mesi. Mesi senza Ivan e senza la mia famiglia. Mesi in cui il rumore famigliare della nevicata era stato sostituito dal sibilo delle bombe che distruggevano tutto quello che conoscevo. Mi strusciai gli occhi ma non c’erano lacrime. Ero stanca, ma non riuscivo a chiudere occhio, buffo no? La vista era tornata, insieme all’udito, avevo riportato ferite anche alla testa. Ero una mummia tornata alla luce. Era la prima volta che ci vedevo di nuovo dopo molto. Forse era questo il motivo per cui ero insonne. Chissà se il mio occhio sapeva produrre ancora le lacrime? Non riuscivo più a piangere, anche se avevo voglia di farlo.
Il giorno dopo mi scusai con la capoinfermiera e le chiesi di poter dare una mano, così come Ivan aveva fatto spontaneamente dal primo giorno, e sono sicura, stava continuando a fare.
«Sai suturare?»
«Come?»
«Sai cucire?»
«Si infermiera capo, mi scusi, non avevo compreso bene la parola»
«Chiamami Sonia»
«So cucire benissimo Sonia, mia madre mi ha insegnato a farlo. Papà era un contadino e gli abiti gli si strappavano spesso. Papà era molto bravo a seminare…ho detto era perché mio padre è morto, ma prima che scoppiasse la guerra per…»
«Senti mi spiace ma non ho tempo di stare ad ascoltare tutta la storia della tua famiglia e del tuo defunto padre. Se sai cucire, seguimi!» disse allontanandosi con fare deciso
«Oh d’accordo si. Grazie! – dissi cercando di allineare il mio passo al suo – E mi scusi, io volevo dare una mano con i malati. Cosa centra se so cucire, oppure no?»
«Qui il tempo scorre ragazzina! Non ho tempo per le tue domande. Vieni qui. Questo è un ago, ora facciamo subito un test»
«Dimitri, ciao. Mi riconosci? – disse la capoinfermiera con un tono incredibilmente dolce – Si, bene e questa è …come ti chiami tu?»
Ma come fa ad essere dolce, e scontrosa il nanosecondo dopo? Pensai prima di risponderle «Mi chiamo Stefania Antonia Kwaieskava»
«Ehm si. Dimitri questa è Stefania, è qui per aiutarti. Quindi cerca di stare fermo e di collaborare. Senti la mia mano? Bene. Se hai troppo dolore stringila e dirò a Stefania di fermarsi un attimo per farti riprendere fiato, d’accordo? Vuoi una stoffa da mordere? Sicuro? Bene»
«Allora Stefania, Dimitri è figlio di un militare, sa benissimo come ci si comporta ed è un paziente facile. Quindi ora vedi questa ferita? Sanguina da ieri notte. L’abbiamo esaminata e non presenta infezioni ma è molto profonda e ci vogliono dei punti di sutura subito. L’ago è questo, devi solo iniziare a cucire, siamo già in ritardo!»
«Cucire cosa? Io so cucire le stoffe, non le persone!»
«Stefania sei venuta tu a chiedermi di poter aiutare le persone. E in questo momento c’è un grande bisogno di questo! Ci sono molti feriti. Non è proprio una mansione adatta per una ragazzina me ne rendo conto, ma se vedo una persona piccola o grande che sia, che mi risponde che sa cucire e pure bene, io ho il dovere di insistere prima di farle fare altro, perché siamo in emergenza. Vista l’età, sarai la più coraggiosa di tutte se accetti! L’Ucraina ha bisogno del tuo aiuto Stefania Antonia Kwaieskava!»
Mi guardò fissa con l’ago ancora diritto e fermo nella mano, come il fucile di un soldato sull’attenti. Se voleva essere un discorso motivazionale, Sonia era riuscita a convincermi. E mentre annuivo e prendevo in mano l’ago, sentii il suo sguardo deciso dare forza alla mia mano, che si avvicinò senza tremare a quei lembi di pelle che si aprivano come petali di una rosa rossa appassita.
Serie: Pace in terra
- Episodio 1: Quanto una foglia che increspa l’acqua
- Episodio 2: Pace in terra
- Episodio 3: Coraggio!
- Episodio 4: Amore amaro
- Episodio 5: Un ago e un cuore
- Episodio 6: Al buio
Brava Maria Anna. Questo episodio è veramente piacevole e a tratti commovente. Fa pensare e ti lascia molto. Hai una capacità incredibile di gestire il brano attraverso i dialoghi e, devo dire, la parte iniziale mi ha colpita.
Ciao Maria Anna, il tuo bel racconto ci ricorda le sofferenza di un popolo ancora martoriato dalla guerra. L’ attenzione ora e` puntata soprattutto sula striscia di Gaza. E nessuno -Europei o Americani – riesce a fermare ne` un conflitto, ne` l’ altro.