Amore mio

Serie: Quello che chiamate perdono


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Mentre si trova sull'autobus e sta cercando di mandare un messaggio a Roberto, Sveva incontra una persona che le ricorda sua nonna e a cui racconta di Luigi. La donna, forse un fantasma o forse una sconosciuta in carne e ossa, la incita ad andare avanti e concedere una possibilità a Roberto.

Nell’attesa di prendere la decisione giusta per tutti, il tempo passa e si rimane fermi.

Ricordo Anna pronunciare queste parole e sorridermi dietro una tazzina di caffè, mentre io mi attorcigliavo nervosa i capelli intorno alle dita. Ero giovane e innamorata della persona sbagliata, in poche parole ero in trappola.

“O decidi di soffocare i tuoi sentimenti e guardare altrove, oppure combatti. Non ci innamoriamo mai con buonsenso, Sveva.”

Io, invece, avrei voluto rimanere in un limbo e non scegliere niente, per non correre il rischio di guardarmi indietro e scoprire di aver sbagliato. Volevo essere giusta.Non sono cambiata tanto da allora, ho sempre paura di decidere, di ferire qualcuno, forse perché so quanto male possa fare, so quanto io possa essere distruttiva.

“Allora, lo hai sentito?”

Ho appena finito di applicare un colore e Margherita mi è arrivata alle spalle silenziosa. Sussulto e le lancio un’occhiata da sopra la spalla, senza smettere di sciacquare il pennello.

“Gli ho mandato un messaggio ieri sera.”

“E?”

“Ci siamo scritti per un po’, poi lui mi ha invitato a casa sua per cena.”

Margherita sbuffa spazientita: “Possibile che ti devo tirare fuori le parole di bocca? Ci sei andata?”

Chiudo l’acqua e mi asciugo i guanti, continuando a evitare il suo sguardo.

“Non potevo Marghe.”

“Ma perché ho un’amica così deficiente?” sbotta lei con un tono per i miei gusti troppo alto. “Di cosa avevi paura? Che ti chiudesse in casa e ti saltasse addosso? Non mi sembra così pericoloso Roberto.”

Sospiro, a volte mi sento stupida a spiegare le mie ragioni. “Non voglio litigare con Giorgia.”

“Come se non lo facessi già” replica lei alzando gli occhi al soffitto. “Sarebbe il caso che le parlassi sul serio. Dovete sedervi e stare lì, anche per ore, togliervi tutti gli accidenti di sassi che avete nelle scarpe.” Margherita posa una mano sul mio braccio e mi costringe a guardarla. “Luigi non è intoccabile solo perché non c’è più. Non sei stata tu a tradire la famiglia, Giorgia deve farsene una ragione.” Annuisco non troppo convinta e, appena vedo una cliente entrare, mi sottraggo veloce a questa conversazione complicata. So benissimo che concedere spazio a Roberto significherebbe vedere mia figlia ancora più lontana. Rimanere ferma non sarà la soluzione giusta, ma è il male minore.

Esco da lavoro un po’ più tardi del solito e, quando arrivo alla fermata, il mio autobus è già partito. Potrei aspettarne un altro ma, nonostante la stanchezza nelle gambe e nella schiena, decido di camminare. Mi sembra così, che i pensieri reclamino meno attenzione.

Il telefono vibra per un messaggio e sullo schermo compare il nome di Roberto. Non dovrei esserne contenta, ma il mio cuore la vede diversamente.

“Come è andata oggi? Siete di nuovo riuscite a cavarvela senza di me?” Mi immagino il suo sorriso davanti al cellulare.

“Diciamo di sì, anche se le tue clienti più affezionate erano tristi.”

“Solo loro?” Fisso quelle due parole rimanendo immobile in mezzo al marciapiedi. Mi sento vulnerabile, troppo esposta. So di non poter rispondere. Sto per mettere via il telefono, quando qualcuno mi scontra e me lo fa cadere. Mi abbasso per raccoglierlo, spero che non sia rotto.

 “Mi scusi tanto.” Anche il passante si china e le nostre dita si sfiorano. Una scarica elettrica mi percorre, sollevo lo sguardo e incrocio un paio di occhi verdi. Mi esce un gemito. Non è lui, non può succedere di nuovo!

L’uomo mi porge il cellulare e fa un sorriso. “Non si è rotto, per fortuna. Le ho fatto male?”

Mi esce un “sì” senza rendermene conto, non mi riferisco allo scontro appena avvenuto. Un lampo passa negli occhi verdi.

“Beviamoci qualcosa.” Una parte di me registra una mano prendermi dolcemente sotto braccio e farmi attraversare la strada. Entriamo in un bar e ci sediamo l’uno di fronte all’altra.

“Tu non puoi essere qui.” La mia voce trema come le mie mani. Eppure, non scappo via, non stavolta. È come se fossi ipnotizzata da quegli occhi che ho visto una miriade di volte, gli occhi di cui mi sono innamorata e che ho provato a detestare. Gli occhi che mi sono mancati.

“Lo so, ma sei cocciuta Sveva, ci metti una vita a capire le cose.”

“In realtà, sono a letto e sto sognando.”

Luigi sorride. “Vedila come vuoi.”

“Perché sei qui? Perché sto vedendo delle persone che non ci sono più? Sto per morire anche io?”

Mi risponde  con una risata. “No, no, come ti è venuto in mente? Sei fuori strada, amore mio.”

Amore mio. Il tempo si cristalizza in queste parole. I ricordi fluiscono, mi riportano ai miei vent’anni, a uno scontro sul pianerottolo, a un passaggio in macchina in un giorno di pioggia. Sento il sapore della birra e del nostro primo bacio, quello che gli ho dato ridendo per poi scappare via e di cui, nei giorni successivi, ho provato a scusarmi piena di vergogna. Ricordo le lacrime e i “non possiamo stare insieme!”, la paura di incontrarlo sulle scale insieme a sua moglie, la volta in cui mi ha detto “ti amo” e io gli ho risposto “non puoi”, ma ho pensato “anche io”.

Ricordo le invettive furibonde di mia madre, la depressione di sua moglie, la vergogna mescolata alla felicità. La prima ecografia, le nostre mani intrecciate sulla mia pancia, le parole dolci sussurrate tra i capelli. Il film della nostra vita mi passa davanti, i sorrisi si alternano alle lacrime. È solo un sogno, ma è maledettamente reale.

Lui annuisce, come se potesse sentire e vedere ciò che mi passa per la testa. “Ci siamo amati tanto.”

“Perché non è bastato?” So di averglielo già chiesto, di averglielo urlato contro varie volte.

“Perché amare non ci rende perfetti.”

Faccio una smorfia, provo a trattenere i singhiozzi. “Però ci rende più vulnerabili.”

“E più combattiva” mi fa eco Luigi. “Non eravamo nel giusto Sveva, io ero sposato e con un bambino piccolo, tu eri giovane e piena di possibilità. Non eravamo nel giusto, ma abbiamo fatto bene ad amarci, ad andare fino in fondo.”

“Avrebbe dovuto essere per sempre!” ringhio io, mentre le lacrime scorrono sulle guance.

“Lo è stato, abbiamo avuto il nostro per sempre.” Le dita di Luigi si intrecciano alle mie in un incastro naturale.

“Non avresti potuto fare diversamente. Non mi avresti salvato, comunque.” La stretta tra le nostre mani aumenta. “Per perdonare ci vuole tempo e tu non sei mai stata brava in questo, ma ora è il momento giusto. Se continui a stare ferma affonderai.”

Lo guardo, altre immagini mi vorticano intorno, altre frasi mi risuonano nella mente. Nell’ultimo anno sono rimasta ferma, ho chinato la testa e ho fatto da bersaglio alla rabbia disperata di Giorgia, alle accuse velenose di mia cognata, ai “te lo sei meritato” e i “dovevi pensarci prima” della gente. A stare fermi si muore.

“Cosa devo fare?” mi esce in un sussurro.

“Smettere di sopravvivere e di aspettare. Parla con Giò, raccontale di noi, tira fuori tutto quello che ti passa per la testa, anche la rabbia e la delusione. Spiegale che non esiste un solo modo di amare e dille che sarò sempre con lei.” Si ferma un attimo e mi fa una carezza. “Ma prima di tutto, voglio che tu ti perdoni per avermi amato e per non essere riuscita a darmi una seconda possibilità. Abbiamo avuto il nostro per sempre, ora inizia un nuovo capitolo.” Si alza e mi dà un bacio tra i capelli. “Manda il messaggio a Roberto, è un tipo in gamba, sarà capace di tenerti testa.”

Mi scappa un mezzo sorriso, mentre annuisco impercettibilmente.

“Signora, si sente bene?”

Apro gli occhi di colpo e incrocio lo sguardo preoccupato di una cameriera. Mi giro e vedo la sedia di fronte a me scostata dal tavolo, ma vuota. Mi guardo la mano e avverto il  calore di una stretta. Sogno o realtà non ha importanza, non ho mai creduto nei fantasmi. Torno a guardare la ragazza e le sorrido. “Sì, ora sto bene, grazie.”

Serie: Quello che chiamate perdono


Avete messo Mi Piace6 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Ciao Melania! In questo episodio si esprime appieno il mistero attorno a cui ruota tutta la vicenda. Hai fatto bene a non terminare qui la serie, altrimenti – a mio parere – sarebbe risultata mutilata. Non posso dire cosa aspettarmi dai prossimi due episodi, ma sento che la loro esistenza è tanto necessaria quanto naturale.

  2. Dal mio punto di vista la storia meriterebbe il “vero” finale. Questo per dire che condivido la tua scelta di scrivere ancora qualche capitolo per dare alla vicenda il giusto respiro che merita.
    Non necessariamente dovrà essere il lieto fine, d’altra parte quella che stai scrivendo è una storia di vita vera e non una favola, ma credo che sia giusto dare al tutto la meritata chiusura.

  3. Melania, non so se questo sia il finale della storia, spero di no ma se lo fosse sarebbe fluido, capace, concreto, sognatore, articolato, promettente, bellissimo. Me cojoni.

    1. Ciao Roberto, come sempre i tuoi commenti sarebbero da incorniciare.
      In realtà, avevo pensato di scrivere ancora qualche episodio, ma mi sembra dai vostri commenti che anche così, la storia potrebbe finire. Quindi, lascio decidere a voi che mi leggete se chiudere qui o no. In ogni caso, grazie di cuore!

      1. Eh eh, te piacesse ‘a Coca Cola! So che suonerà crudele ma no, non sarò io a dirti se andare avanti o meno. Lo so, è un’esistenza infernale quella dello scrittore, ma come diceva John Rooney in Road to Perdition, questa è la vita che ci siamo scelti.

  4. Bravissima Melania, un finale che è la perfetta chiusa a questa storia bellissima e commovente. Un storia di colpa e di un perdono che sembra non arrivare mai. Un’ottima costruzione che alla fine non lascia a bocca asciutta. Cosa farà Sveva, come deciderà di vivere, questo non spetta a noi saperlo, solo immaginarlo e sperarlo per lei. Complimenti

      1. Ribadisco, una storia veramente avvolgente. Ho provato molta empatia con la protagonista. Non hai lasciato niente al caso, bensì hai saputo costruire un’ottima struttura narrativa per parlare di una tematica, a mio avviso, difficile da affrontare.

        1. Ancora grazie Cristiana, è stato fondamentale per me ricevere questi commenti. Come scrivevo a Roberto, la mia intenzione originale era di andare ancora un po’ avanti, ma ci devo riflettere. Grazie ancora!

  5. Fantasmi o no Sveva è molto aiutata da questi incontri. Ogni personaggio poi è ben delineato e ha un ruolo nella storia. Credo che tu ci abbia lavorato parecchio su questo racconto, i risultati sono notevoli.

  6. Bellissimo questo stare in bilico tra sogno e realtà, e bellissima la frase finale, “non ha importanza”. Alla fine ciò che conta è che Sveva molli le paure, il passato, e vada finalmente avanti per la sua strada. La cosa che mi piace di più è che leggendoti, spesso, mi dico si, hai proprio ragione, e questo è quello che dovrei fare anche io.