Ancore di carta

Serie: Nastro adesivo per le piccole crepe


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: La torta

«Mi scusi, ma questo è il mio posto» mi rivolsi a una donna corpulenta con due borse a quadretti nelle mani. Aveva occupato entrambi i sedili, senza curarsi troppo del fatto che accanto a lei ci fosse un altro passeggero. «Ecco il mio biglietto.»

Lanciandomi un’occhiata di disapprovazione, la signora infilò una borsa sotto il sedile e posò l’altra sulle ginocchia. Una settimana fa avrei semplicemente cercato un altro posto in fondo al pullman, senza dire nulla. Ma Fausta mi aveva insegnato una lezione preziosa: non permettere mai a nessuno di toglierti una briciola dei tuoi diritti. Certo, se solo lei avesse mai viaggiato su un autobus di campagna impregnato di polvere, sudore e profumi economici, probabilmente avrebbe cambiato idea. E sarebbe stata la prima a correre a cercare un taxi.

In quindici anni nulla è cambiato – persino l’autista sembra non essere invecchiato. Una piccola macchina del tempo… Solo le maschere si sono consumate. Sono seduta con i miei pantaloni chiari e le scarpe da ginnastica, stringendo al petto uno zaino colorato. Ho paura che qualcuno mi riconosca e cominci a farmi domande – sulla vita, sul lavoro, su un milione di cose inutili. E non puoi certo rispondere: «Lasciami stare. Non impicciarti».

So una cosa con certezza: se sei una persona forte, lo rimani per sempre. Non importa dove ti porti la vita, cosa ti tocchi affrontare o superare. Non riuscirai a mollare, ad abbassare le mani o a cercare una scorciatoia. No. Forse, per uno o due anni, ti rifugerai in uno stato di apparente felicità, cullandoti con canzoni sul futuro radioso. Cercherai di accontentarti del minimo, di somigliare agli altri, di confonderti nella folla. Perché essere diversi è terribilmente difficile.

Poi crolli. Non puoi passare le giornate a parlare di nuove ricette e a stare davanti al forno, sfornando dolci che nessuno vorrà più il giorno dopo. Solo per meritarti il titolo di “Miglior casalinga dell’anno”. È insopportabilmente noioso pensare a quanti soldi servano per essere felici. Sorridere felice nelle foto per i social – solo per far morire d’invidia gli altri. Ridicolo. Sapete perché? L’invidia umana è persistente e testarda. Ti seguirà a lungo e, un giorno, quando abbasserai la guardia, ti travolgerà come un’onda. E le persone che credevi di conoscere da una vita saranno le prime a lanciarti una manciata di fango nella ferita aperta.

Mi sembra che le persone dal volto cupo siano quelle a cui, molto tempo fa, qualcuno ha rubato i sogni. Probabilmente più di uno. E i primi a farlo sono stati spesso i genitori.

«Non farai danza, nella nostra famiglia non si fa. Vai a studiare per diventare cuoca!»

«Archeologa? Certo! Scaverai le patate nell’orto della nonna, ecco la tua archeologia!»

«Pittura? Ma hai visto come scrivi? Sembra che una gallina abbia camminato sul foglio! Sai quanto costano i pennelli e i colori? E chi pulirà tutto dopo?»

E così una bambina, che sognava scarpette da ballo e leggerezza, si ritrova a studiare controvoglia la matematica, mentre le lacrime le scendono sulle guance. A volte, di sera, quando nessuno la vede, sistema i suoi peluche in fila e balla il “Lago dei cigni”. La treccia scomposta, le guance arrossate, lo sguardo scintillante. Nella sua mente vede un’enorme sala gremita di persone che la applaudono con entusiasmo. E, in fondo alla sala, incrocia lo sguardo ironico e socchiuso di sua madre.

La magia svanisce. Gli spettatori si trasformano in orsacchiotti di peluche, la sala concerti in una stanza comune, e il tutù bianco e le scarpette da ballo si rivelano essere una semplice gonna a fiori e vecchi sandali. Senza dire una parola, la madre torna in cucina, mentre la bambina resta immobile al centro della stanza, cercando di calmare il cuore che batte all’impazzata. Da quel giorno, anche dopo anni, ogni volta che proverà a sognare qualcosa di bello, ricorderà quello sguardo beffardo. Ogni volta, finché la parte del cuore responsabile della magia non si atrofizzerà del tutto. Finché la ragazza magra non si trasformerà in una donna corpulenta con due borse a quadretti, intenta a rubarmi il posto che mi spetta sull’autobus.

L’assenza di sogni rende le persone piatte, prive di profondità. Non alzano gli occhi dal grigio asfalto per guardare il cielo. Non tentano di oltrepassare i limiti imposti dalla società e dagli amici. Lucidano con cura le scarpe, dimenticandosi del cumulo di speranze in decomposizione nel fondo della loro anima. Perché è molto più importante riuscire a pagare un conto esagerato in un ristorante, guadagnandosi lo sguardo avido di una ragazza affascinata, piuttosto che regalare un sorriso gratuito a un bambino il cui volto brilla di fede nel miracolo.

I sogni non sono mai gratuiti. Con gli anni, diventa sempre più difficile convincersi che siano giusti e necessari. Ti sorprendi a pensare che hai già trent’anni, e mentre gli altri comprano case o costruiscono la propria, tu ricominci tutto da capo per l’ennesima volta. Nella tua vita ci sono solo qualche scatolone di vestiti, un cane e tante pagine scritte che non valgono nulla. Contemporaneamente detesti le ancore che potrebbero bloccarti nel porto della quotidianità e della noiosa stabilità, ma allo stesso tempo sogni di trovarne una, solo per te.

«Rina?» una voce vagamente familiare interrompe i miei pensieri e mi strappa dallo stato di piacevole malinconia.

Accanto a me c’è una giovane donna con jeans, una maglietta con inserti di pizzo e una borsetta a tracolla, più adatta a dei sandali che a delle sneakers nere. Nelle mani stringe due enormi sacchetti di plastica, le cui maniglie le segnano profondamente i palmi. La pelle scura, il sorriso smagliante e la coda di cavallo familiare – no, Anna non è cambiata molto dai tempi della scuola, se non fosse per quella stanchezza nascosta nel fondo dei suoi occhi.

«Non ti vedevo da almeno dieci anni!» continua l’ex compagna di banco. «Come stai? Che fai nella vita?»

«Ciao!» rispondo sorridendo e mi alzo per lasciarle il posto. Ormai l’autobus è pieno di passeggeri e lei sarebbe rimasta in piedi per un’ora, appesa con una mano al sedile più vicino e con le borse pesanti nell’altra. «Sono venuta per una settimana. E tu, come stai?»

«Tu vivi in Italia, vero? Dev’essere bellissimo. Ho visto le foto sulla tua pagina. Ma a casa è meglio, giusto? Ti manca, vero?» mi fa l’occhiolino, sicura della sua affermazione.

«Beh… Sì» decido di acconsentire per non scatenare una tempesta di domande che una risposta negativa potrebbe causare.

«Eh, lo immaginavo! Per quanto sia bello là, a casa è sempre meglio. Io non potrei mai andare così lontano e per così tanto tempo. Va bene per un annetto, giusto per mettere da parte qualche soldo. Ma davvero si può? Le mie bambine stanno crescendo, d’estate si allungano e c’è bisogno di vestiti nuovi, di prepararle per la scuola. Poi pensavo di fare qualche lavoro in casa…»

Anna parla e parla, senza preoccuparsi minimamente se io sia interessata o meno. Metà dei passeggeri ascolta con attenzione le sue parole – forse una tradizione locale, che sinceramente mi mette un po’ a disagio. Persino l’autista abbassa il volume della radio per non disturbare le anziane brontolone che viaggiano regolarmente su questa tratta interurbana.

Mi tornano in mente i tempi della scuola. Un tempo invidiavo Anna: è stata tra le prime a frequentare le discoteche e poi a uscire con un ragazzo più grande, anche piuttosto carino. Mentre noi, nelle pause, masticavamo panini sedute sul davanzale, Anna si nascondeva dietro la scuola con il suo ragazzo, che con disinvoltura tirava fuori un pacchetto di sigarette e ne offriva una al professore di educazione fisica. Ah, avreste dovuto vedere lo sguardo con cui ci fulminava quando rientrava in classe dopo il suono della campanella.

Anna è più giovane di me di un anno. Si è sposata con quel ragazzo subito dopo la scuola: oggi lui ha una pancia enorme e occhiaie profonde. Beve troppo e dedica pochissimo tempo alle loro due figlie, che assomigliano così tanto alla madre. E Anna tace e sorride – dopotutto, ha una famiglia e un marito. Una casa. Dei figli. Stabilità. Racconta a tutti quanto sia felice, ma di notte piange nel cuscino. All’alba indossa il giogo e trascina fino a sera il pesante ruolo di “brava moglie”.

Scendo dall’autobus e, con sollievo, metto via la mia educata espressione di cortesia. Non potrei mai vivere come Anna. Abbasso lo sguardo con un senso di vergogna e mi avvicino alle mie offese e abbandonate speranze. «Perdonatemi!» sussurro, temendo che non vogliano più tornare. Passa un intero minuto di silenzio prima che un pensiero sfiori la mia mente: «Chissà quanto costa una casetta sul mare? Forse potrei comprarne una diroccata e ristrutturarla da sola?». In realtà, non ho abbastanza soldi nemmeno per affittare un appartamento. Ma importa davvero, se posso ancora sognare?

Con una manciata di ancore di carta in mano, mi metto in viaggio verso una nuova avventura. Sarà il mare salato a decidere quando sarà il momento di farle dissolvere.

Fine.

Serie: Nastro adesivo per le piccole crepe


Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Ciò che è scritto in questo capitolo è potente, non sai nemmeno quanto.
    Forse, non tutti potranno comprenderlo (non capirlo, ma proprio comprenderlo), perché certe cose vanno vissute per poterne afferrare il senso.
    Hai sfornato una storia davvero bella e piena di significato, che hai scritto in maniera magistrale.

    1. Sento di non meritare queste belle parole. Ho scritto questa storia durante un periodo molto difficile della mia vita. È stato il mio modo di analizzare ciò che stava succedendo e quello che dovevo fare.

      I personaggi racchiudono le caratteristiche di persone diverse, quelle che ho conosciuto nel corso della mia vita. La protagonista compie il suo viaggio, proprio come una volta l’ho fatto io.

      Questa storia è semplice: sono i miei pensieri, esperienze, speranze. Sono io, così come sono.

      Una volta ho fatto leggere questa storia a un’amica e lei mi ha detto: “Bella lettura non impegnativa”. Sì, ho cercato di scrivere in modo fluido, ma secondo me non è esattamente una storia “non impegnativa”.

      Sapere che tu hai capito e vissuto, durante la lettura, ciò che volevo trasmettere è per me un grande piacere. Grazie!