Anime dimenticate

Serie: Frammenti di una notte di gennaio


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Cosa succede quando dimentichiamo qualcuno?

Io non ho un nome. O meglio, ce lo avevo, ma non lo ricordo più. Puoi chiamarmi Marco, o Luca, oppure Luigi se preferisci; tanto non ha importanza. Rimarrei comunque l’uomo senza nome. E poi, qui, nessuno ha un nome.

Ora ti starai chiedendo “qui dove?”

È un posto strano questo: prova a immaginarlo un po’ come un ospizio, oppure come un ospedale. Le pareti sono tutte bianche e i corridoi grandi; anche le nostre stanze sono grandi ma vuole, a parte un letto animo nell’angolo a sinistra, contro il muro. Ci sono finestre dappertutto ed entra molta luce, ma non è una bella luce. Fuori c’è sempre una spessa nebbia che avvolge tutto e non ci è permesso uscire dall’edificio.

Qui il tempo perde la sua consistenza, non esiste più. Sono entrato nell’edificio due giorni fa; ma, forse, sono passati mesi, se non anni.

Qui nessuno parla, sono tutti silenziosi. Se ne stanno seduti sulle loro sedie a fissare la nebbia. Ci sono anche degli “infermieri” che si occupano di noi: ci preparano da mangiare, ci cambiano le lenzuola; ma sembrano non vederci, per loro siamo come dei fantasmi. Inesistenti.

Quando sono arrivato ho provato a fare amicizia, senza nessun risultato. Sono arrivato con la consapevolezza che quello, per me, era un luogo di passaggio. Aspettavo una visita o una chiamata dai miei cari, almeno per il giorno del mio compleanno; ma non è mai arrivata e, piano piano, mi sono adagiato alla vita che fanno tutti.

Svegliarsi, mangiare, fissare la nebbia, dormire.

Il tutto in un estremo silenzio.

Ho pensato che, magari, parlando tra di noi ci saremmo potuti ricostruire una vita; ma siamo tutti chiusi nel dolore di essere stati dimenticati.

Qui siamo quasi tutti anziani ma, ogni tanto, arriva anche qualche bambino. In questi momenti il silenzio viene squarciato dalle loro urla che chiamano la mamma, ma nessuno gli dà retta, né gli “infermieri”, né tanto meno noi “ospiti”. Continuano a urlare per un po’, poi si stancano e si ammutoliscono, senza emettere più un suono.

Mi si strazia l’anima e vederli lì, la felicità che abbandona i loro corpicini… Come ci si fa a dimenticare di un figlio, di un padre o di una madre, di un nonno? Siamo davvero così tanto inglobati nel nostro io da dimenticare chi ci vuole bene, chi per noi ha dato la vita?

Svegliarsi, mangiare, fissare la nebbia, dormire.

Svegliarsi, mangiare, fissare la nebbia dormire.

Non ci è neanche permesso morire. Siamo destinati a restare incatenati in questo limbo di nebbia e silenzio con soltanto i nostri ricordi (ironia della sorte!) di quelle persone che ci hanno dimenticato.

Non ricordiamo più i nostri nomi o le nostre vite, solo i loro volti. Perché nessuno ha più tempo o voglia di ascoltare le nostre storie e noi, piano piano, non diventiamo altro che nebbia.

Io non ho un nome. Puoi darmelo tu, se preferisci. Ma non avrebbe comunque nessuna importanza perché, ormai, faccio parte della schiera delle anime dimenticare.

E da qui non si può più tornare indietro.

Serie: Frammenti di una notte di gennaio


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Discussioni

  1. Ciò che più mi colpisce di questo episodio è l’umanità che ho respirato fin dalle prime righe. Mi sono sentita combattuta chiedendomi se si trattasse di una sorta di ‘purgatorio’ per anime in cerca di pace, oppure di una struttura di accoglienza. La risposta certamente la conosco, ed è quella che segue il filone della narrazione fin dal primo episodio. Tuttavia, sento molto la seconda e, per questo, ti ringrazio perché mi hai ‘mossa’ dentro, ricordandomi che le ‘anime dimenticate’ stanno ovunque, dove ci sono dimenticanza e abbandono. In quei ‘non luoghi’ dove si sta in attesa, della morte, spesso, o anche di una famiglia che ti accolga. Sono quei luoghi di passaggio e sospensione. Ecco, il tuo racconto me li ha ricordati.

    1. Grazie Cristiana per queste bellissime parole che mi hanno emozionata tantissimo! Il racconto può leggersi in diverse sfaccettature, sia come persone che vengono abbandonate dai familiari, ma anche come anime che vengono dimenticate da chi, ancora in vita, dovrebbe ricordarsi di loro. Ognuno può interpretare questo mio racconto con ciò che sente più vicino, non c’è una visione giusta o sbagliata.

  2. Io lo vedo come un luogo astratto dove la struttura ha poca importanza ed anche gli infermieri, giustamente indicati tra virgolette, sono un’allegoria. Un ‘non luogo’ per le tante anime dimenticate che forse stanno solo in un’altra città, o che hanno una colpa che non viene perdonata o che subiscono questa orribile indifferenza che sembra dilagare. Ottimo lavoro Tatiana.

  3. Possiamo immaginarlo come un ospizio o un ospedale, ma non è né l’uno né l’altro. È una triste realtà difficile da sottoporre a giudizio. Meno difficile e in negativo è giudicare l’assenza dei loro cari, di quali, pur nella follia, conservano sicuramente il ricordo.

    1. Possiamo immaginarlo come meglio crediamo, ma il risultato non cambia: è, fondamentalmente, un luogo di “solitudine forzata”. Difficile comprendere chi dimentica i propri cari, come hai sottolineato

  4. Ho lavorato per tanti anni in una struttura socio-sanitaria privata: un centro di riabilitazione con ambulatorio, RSA, casa protetta. La situazione era spesso drammatica e sconvolgente. I pazienti, soprattutto vecchi con lo sguardo vacuo che, nel migliore dei casi, guardavano fuori, oltre la vetrata; oppure sembravano assenti, con lo sguardo perso nel vuoto, nella maggioranza dei casi. (Forse la stessa nebbia di cui parli nel tuo racconto.) Nessun luogo é piú adatto a proteggere in modo adeguato queste persone fragili se non la loro casa con i propri familiari che possano o siano disposti a farsene carico. Il compito, peró, di solito é arduo; soprattutto quando insorgono le demenze. Se si é soli o non abbastanza supportati nell’ assistenza di un familiare non autisufficiente con gravi disturbi mentale, la sindrome di Burnout é sempre dietro l’ angolo.
    Il tema di questo tuo racconto é toccante. Hai sfiorato il nervo scoperto di una situazione che si sta acutizzando ogni giorno di piú.

    1. Grazie Maria Luisa per aver condiviso con me la tua esperienza. L’ho trovata molto intensa e racchiude un po’ quello che nella mia immaginazione è il luogo del mio racconto. Non vuole essere una critica a chi porta i propri parenti nelle strutture, perchè a volte è forse necessario per dare cure adeguate che i familiari non possono dare. Allo stesso tempo, il fatto che ci siano infermieri o personale specializzato, non solleva i familiari dal compito di “accudire emotivamente” i propri cari. Perchè quello rimane un compito che soltanto chi ci vuole bene può assolvere e nessun altro.

  5. “Ho pensato che, magari, parlando tra di noi ci saremmo potuti ricostruire una vita; ma siamo tutti chiusi nel dolore di essere stati dimenticati.”
    Grande intensità!!!👏 👏 👏