
ANSIA
Ridono. Ridono tutti. Ridono di me? Cosa ho fatto? Mi guardano. Cosa ho che non va? Ho del dentifricio sulla guancia? Una macchia di caffè sul naso? Cammino e mi guardano. Non sono neanche vestita in modo strano. Ho la maglietta al contrario? Forse le scarpe diverse? No. La metro è affollata. Prendo la tessera dell’abbonamento e la passo sullo scanner. Rosso. Riprovo. Rosso. Ho tre persone dietro. Sto creando una fila. Riprovo. Ancora rosso. Le mani mi tremano. Riprovo. Verde. Il cuore rallenta un pochino.
Scendo le scale o prendo quelle mobili? Vado con le scale classiche. Inciampo nella gonna e scivolo di un gradino. “Ohi, tutto bene?” “Si grazie, mi scusi se le sono finita addosso!”. Avrei dovuto prendere le scale mobili. Sulla banchina ci sono tante persone, vuol dire che la metro sarà piena. Un gruppo di ragazze mi guarda. Sono molto belle. Forse pensano che sono brutta? Che starei meglio senza occhiali? Si, forse dovrei togliermeli, lo penso sempre anche io. Arriva la metro, lo spostamento d’aria mi alza un po’ la gonna, mi affretto ad abbassarla e mi guardo intorno. Che vergogna. Si aprono le porte e aspetto che la gente scenda. Sono la prima a varcare la soglia quindi mi sbrigo. Urto un uomo con il mio zaino: “Mi scusi!”. Devo occupare meno spazio, non posso dare fastidio così alle persone. Mi schiaccio contro le porte del lato opposto a quello di entrata. Cerco di farmi piccola. C’è un vecchio che mi fissa. Devo avere qualcosa che non va. Voglio arrivare a casa e guardarmi allo specchio. Forse ho i capelli e il trucco disastrati. Forse sono sporca. Devo osservarmi. Non ho spazio di manovra per prendere il telefono e controllarmi con la telecamera. Non lo farei comunque. Sarebbe imbarazzante. Mancano tre fermate. Tengo la testa bassa e guardo un cagnolino accucciato tra le gambe del padrone: deve avere paura in mezzo a tutta questa gente, con tutti questi odori, con tutti questi suoni e questi sguardi. Squilla un telefono. Di chi è? Il suono viene dal mio zaino. Oh no. La gente si gira verso di me. È forse calato il silenzio o è una mia impressione? Stanno tutti fissando me? Con un movimento goffo riesco ad aprire la piccola tasca esterna e prendo il telefono. Sullo schermo c’è scritto mamma. La richiamo dopo. Alzo la testa, la gente sta parlando come prima.
Ecco la mia fermata, scendo. Questa volta prendo le scale mobili. Fisso lo sguardo sulle pubblicità che scorrono sul muro. Spero di non incontrare nessuno che conosco; non in queste condizioni, non sapendo cosa ho che non va. Casa è ormai vicina, vedo il portone. Cerco le chiavi nello zaino e dietro di me arriva la signora del piano superiore, mi vede trafficare e dopo un paio di minuti decide di aprire con la sua chiave. Sono un disastro. Devo vedermi allo specchio, capire il motivo degli sguardi e le risate. Apro la porta, poso lo zaino per terra e corro al bagno. Mi osservo. Il mio riflesso mi guarda di rimando. È tutto normale: capelli, trucco e vestiti. Non c’è niente che non va nell’immagine dello specchio. È questo il problema. Non c’è niente che non va.
Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Ciao Valeria, devo ammettere che a un certo punto più che ansia pensavo fosse proprio sociopatia! Però grazie al ritmo che hai dato al racconto se riuscita a rappresentare bene questo sentimento.
Brava.
Veramente bello questo piccolo testo che fa male al punto giusto e fa riflettere, molto. Inutile dire quante e quante volte capita e come è vero. Questo è scontato. Hai scelto un tema diffuso e lo hai trattato nella maniera migliore. Senza scadere nei giudizi inutili. La scrittura è veloce, interessante, senza fronzoli. Come essere lei/lui. Molto brava
Grazie mille!
No, no, se è così, domani, se lo trovo, prendo un tassì!
Hahahah sì infatti
Racconto breve e veloce, come il tratto che percorre la protagonista. Praticamente hai fatto la fotografia a uno stato d’animo, paranoia o ansia che sia. Un lavoro ben riuscito, forse hai liquidato il finale troppo velocemente.
Bel racconto. Mi è piaciuto
Bello… e non solo. Originale, interessante autoanalisi psicologica di un giorno di ordinaria follia nella grande città.
Non nascondo di avere un’idea di episodi per la metro di Roma, di cui sono assiduo cliente.
Scritto con lo stile giusto, quasi un flusso di coscienza. Sprazzi qua e là di un mondo esterno che, come un boomerang, si ritorce e torna sulla protagonista: esemplare l’immagine del cagnolino accucciato.
Piaciuto molto.
Ti ringrazio per l’analisi e le belle parole, contenta che ti sia piaciuto!