Argento

Dopo una difficile giornata di lavoro, Dino Maffettoni non vede l’ora di infilare le pantofole e spaparanzarsi sul divano di casa. Nella stazione della metropolitana, una follia di gente stressata lotta per aggiudicarsi un posto sul treno nell’ora di punta. Ammassati come sardine, affogano i dispiaceri in piccoli schermi luminosi.

Dino si tiene in disparte; la ventiquattrore Gucci saldamente ancorata al suo polso destro da due manette color argento e il Corriere della sera nella mano sinistra. Non ha la benché minima intenzione di ficcarsi in quel caos afoso; non sopporta la puzza di sudore che i profumi acquistati per pochi spicci in qualche bancarella di vu cumprà riescono solo parzialmente a celare. Preferisce attendere, lasciare che quella mandria disordinata vada altrove, portando con sé malumori, rabbia e odori malsani.

Non deve aspettare molto perché uno sferragliare sibilante annunci l’arrivo del treno successivo. Le porte si aprono e Dino varca la soglia. Attraversa i vagoni fino a quando ne trova uno deserto. Sorride sotto i baffi che non ha: raramente gli capita la fortuna di trovarsi completamente solo durante il viaggio di ritorno. Si accomoda su un sedile, sistema la valigetta su quello alla sua destra senza liberarla dalle manette, e il giornale su quello a sinistra; così, tanto per stare tranquillo. Allunga le gambe e si rilassa sentendosi al sicuro nel ventre di quel serpente di metallo; in meno di un quarto d’ora arriverà a destinazione.

L’idea di spogliare le scarpe gli attraversa la mente, disegnando un mezzo sorriso sulle sue labbra; si appresta a chinarsi per disfare i nodi delle stringhe, ma delle voci lo fanno trasalire.
La
consapevolezza di non essere più solo lo assale con violenza. Alza lo sguardo per osservare i nuovi arrivati. Tre zingari, due ragazzotti e una femmina, sono impegnati nel punzecchiare un quarto ragazzo, un nerd mingherlino con fondi di bottiglia al posto degli occhiali.

(Bella fortuna! Ho evitato quella mandria puzzolente per finire con questi zingari del cazzo!)

«Dai amico, tu sei nostro amico, vero?» I ragazzotti sghignazzano mentre le loro mani colpiscono la vittima con pacche sulla schiena e schiaffetti sulla nuca. La ragazza si tiene in disparte; una gonna stropicciata, lunga fino alle caviglie, cela la sua femminilità. Sul volto ha un’espressione triste, quasi si dispiaccia per quanto sta accadendo.

«Che hai nonno? Problemi?» La minaccia non troppo velata di uno dei due ragazzotti raggiunge Dino come un brivido freddo.

(Problemi?! No, assolutamente nessun problema; fate quel che volete. Cercate solo di sbrigarvi a farlo che la vostra puzza mi sta facendo salire il vomito.)

Dino Maffettoni chiude gli occhi, finge di dormire: quello che succederà da quel momento in poi non lo riguarda.

Le palpebre difendono le sue pupille, ma le orecchie non smettono di ascoltare.

«Adesso ci dai soldi, tu nostro amico, nessun problema.»

«Io non…»

«Questa nostra zona di treno, tu paga noi.»

(Maledetti zingari, peggio degli animali.)

«Ma non ho s s soldi con me!» balbetta il nerd con la sua vocetta sottile sottile.

«Ascolta mia consiglio, dai loro soldi», stavolta è la ragazza a parlare, «se no smettono di gioccare e diventano cativi.»

Dino schiude le palpebre, solo due fessure per dare una sbirciata veloce. Incontra lo sguardo della ragazza: gli sorride ammiccante, mentre si inumidisce le labbra con la lingua. È bella, nemmeno lui può negare questa semplice verità.

Richiude gli occhi,

(Quanto diavolo manca all’arrivo?) 

ma l’immagine della giovane non vuole abbandonarlo. Le sue labbra rosse lo sfiorano, gli accarezzano il corpo. Ovunque. Guidano i suoi brividi di piacere, l’umida sensazione che profuma di vergogna. Vorrebbe rispondere a quei baci, ma lei lo allontana ridacchiando. Meglio così, pensa, non dovrebbe nemmeno immaginarle certe cose. Eppure le immagina; lei gli slaccia i pantaloni e glieli sfila; la lascia fare, si lascia cullare da quei desideri sporchi, perché no? In fondo è tutto nella sua testa.

Il treno rallenta in vista dell’arrivo in stazione. Dino Maffettoni spalanca gli occhi: è nuovamente solo. Sospira. Tra qualche minuto sarebbe arrivato a casa, dove avrebbe trovato la moglie, tre figli e, naturalmente, l’agognato divano.

Una spiacevole sensazione gli attraversa il bassoventre; prima aggrotta la fronte, quindi abbassa lo sguardo per rendersi conto di essere nudo dalla cintola in giù. Il flaccido budello penzola, umido e appiccicaticcio.

«Puttana del cazzo!»

I suoi pantaloni e le sue mutande si trovano a pochi metri da lui, al centro della corsia.

Si alza, fa un passo, ma è costretto a fermarsi; qualcuno gli ha fatto un bello scherzo, usando le sue manette per legarlo a una piantana di sostegno. Della ventiquattrore Gucci nessuna traccia.

(Ma una volta gli zingari non rubavano solo l’argento?! Che giornata di merda! Per fortuna tengo le chiavi delle manette nella tasca dei pant) 

Dino Maffettoni comincia a ridere, ride fino a farsi lacrimare gli occhi.

Il convoglio si ferma. Le porte si aprono.

Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Ahahahah, spettacolo! Ogni tanto un librick così ci sta alla grande. La scena finale è esilarante, ma al di là dell’aspetto ironico, in tutto il racconto sono disseminati svariati significati. Significati alquanto reali, concreti e soprattutto serissimi. Bravo! 🙂

  2. Un racconto molto realistico e decisamente d’impatto. Non mi dispiaccio nemmeno minimamente per Dino, rappresenta l’umanità che ha da ridire su tutto, ma che chiude gli occhi di fronte ai problemi. Ma per fortuna esiste il karma a dire la sua! Bel LAB, complimenti ?