Aria pesante

Serie: Agenzia Sullivan & Soci


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Il muro di cinta con su scritto “Roland” a caratteri cubitali, era mangiato dall’edera, segno che quel posto aveva chiuso i battenti almeno cinque o sei anni prima ma, a giudicare dalla ruggine sul cancello, forse anche qualcosa di più. La strada che conduceva alla sede produttiva non era più illuminata e solo i miei fari avevano evitato che mi schiantassi dopo essere passato dentro uno dei crateri che costituivano il manto stradale. Ad attendere il mio arrivo due uomini armati di fucile al plasma, ben vestiti, come al solito de La Famiglia, senza nemmeno avvicinarsi al finestrino annuirono e spinsero, con estrema fatica, il cancello verso sinistra per consentirmi il passaggio. Entrai a passo d’uomo, non volevo certo allertarli e farmi sparare un colpo nella nuca. Il cortile era ampio, un tempo avrebbe potuto ospitare almeno cinque camion allo stesso tempo, quella sera, invece, al suo interno si trovavano solo tre auto, una era quella di Sully, non notai fori di proiettile, segno che si era arreso prima che la situazione potesse degenerare troppo. Scesi dall’auto e richiusi la portiera con un gesto ampio e misurato in modo da lasciare il tempo ai miei amici di osservare che non ero armato.

“Aspetta, rimani là” disse il più anziano dei due, un uomo con la testa brizzolata e l’aria di chi aspettava solo il momento della pensione.

“Va bene, va bene” si incamminò verso di me con passo svelto, il fucile ben saldo tra le mani, una volta accanto a me se lo mise in spalla e mi osservò dalla testa ai piedi.

“Ti perquisisco, non ci fidiamo dei detective da queste parti, non oggi, soprattutto.”

Iniziò dalle spalle con la più classica delle ispezioni, poi passammo al petto, alla schiena, a scendere fino alle gambe, arrivato giù, ricominciò a salire. Per mia fortuna riuscivo a rimanere impassibile, nonostante fosse passato più volte nella zona che nascondeva l’unica difesa che avevo, anche se di difficile estrazione in caso di necessità. Terminata l’operazione mi sorrise, riprese il fucile con un gesto secco.

“Bene, sei pulito come il culo di un neonato, di solito tentano tutti di fare i furbi ma non riescono mai a nascondere un’arma ad uno come me: ne ho perquisiti troppi di stronzi come voi per farmi fottere dal primo che passa.”

“Sai, non sono mica nato ieri, lo so che con gente come voi è meglio non fare cazzate, chissà quanti ne avrete seppelliti di stronzi in giro per il pianeta. Io vorrei arrivare alla fine dei miei giorni tra un bel po’, quindi evito di fare cazzate” avrei voluto ridergli in faccia ma ritenni più opportuno stare al gioco.

“Vai, l’ingresso è quello a destra in cima alle scale, attento, ti tengo d’occhio.”

Seguii le indicazioni dello sgherro e mi ritrovai di fronte ad una vecchia porta tagliafuoco, il colore blu era caduto a pezzi, ora si intravedeva quello originale. Prima di tirare giù la maniglia, inspirarai ed espirai un paio di volte: era tempo di entrare in scena, sperai che il Commissario avesse davvero messo in moto la macchina dei reparti speciali, o quella sarebbe stata la nostra tomba.

La zona era illuminata da fari grandi come una tazza del cesso, al centro del rettangolo si trovava Sully, al suo fianco Gregory, entrambi avevano l’aria di chi sapeva di essere prossimo alla fine, ma, cosa positiva, non erano stati malmenati, almeno non in modo visibile. Alla loro sinistra si trovavano Giancarlo e Antonio. Il primo era un uomo di mezza età, il fisico longilineo era cambiato, ora un filo di pancia si intravedeva sotto al cappotto lungo che indossava; i capelli brizzolati erano tagliati corti come quelli dei militari, il sorriso spuntava sotto i baffi folti. Il figlio condivideva con lui lo stesso naso aquilino, le labbra sottili, ma i capelli lunghi erano raccolti in un codino che ricadeva giù fino alle spalle, il giubbotto di pelle lo faceva assomigliare ad un membro di qualche gang di bassa lega, non certo ad uno degli esponenti più in vista dell’organizzazione criminale più importante di Prison Planet.

“Stava quasi per scadere il suo tempo, detective Davies” la voce profonda del padre del colpevole rimbombò per tutta la sala vuota.

“Sono sempre puntuale, quando si tratta di salvare la pelle di un amico in difficoltà” sorrisi con calma mentre mi avvicinavo, con la coda dell’occhio notai al piano di sopra, nell’ufficio vuoto, la canna di un fucile da cecchino, forse lo stesso che avevano usato per far saltare il cervello di Shirley.

“La lealtà è una delle virtù più importanti nella vita, mai essere sleali con chi ci ha aiutato nella vita: potremmo pentircene.”

“E per quanto riguarda quella verso il colpevole di un omicidio ai danni di una povera ragazza indifesa? Quella come la chiamiamo?” troppi convenevoli non mi avrebbero portato da nessuna parte e, in ogni caso, la destinazione ultima era la fossa, quindi tanto valeva osare.

“Credo che non le abbiano spiegato bene il valore del rango nella società odierna. Qualcuno pensa che tali nozioni siano rimaste confinate a momenti remoti della storia dell’umanità, quando ancora ritenevamo la Terra l’unico pianeta esplorabile, quando ci si agghindava in modi strambi, ma non è affatto così. Persone del nostro calibro non possono finire in galera per uno sbaglio del genere, perché far sparire dalla storia uno come noi significa peggiorare la condizione di tutti gli altri. Voi siete come formiche che si muovono, noi vi lasciamo agire, noi guidiamo davvero verso il progresso, una mia parola può far chiudere una fabbrica, una sua non genera alcun risultato” Giancarlo sorrise con aria soddisfatta.

“Quindi non le importa di aver cresciuto un figlio che non è in grado di controllarsi, uno che ritiene proprietà privata il corpo di una donna che non l’ha nemmeno mai conosciuto? Una volta La Famiglia si professava la prima a seguire un codice d’onore al quale era impossibile sottrarsi ma, devo constatare, che non è affatto così.”

“Quella puttana non poteva permettersi di ignorarmi, di ignorare Antonio Modigliani. Meritava di morire strangolata, ed è quello che ha ottenuto, io sono l’unico giudice di me stesso” il ragazzo doveva aver usato tutto il fiato che aveva nei polmoni, si era fermato solo quando il padre gli aveva poggiato una mano sulla spalla.

“Sta calmo, non è il momento di agitarsi.”

Serie: Agenzia Sullivan & Soci


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