Attraverso Catherine

Serie: Alder Venn


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Il ricordo.

La porta di Catherine è di legno scuro, con la vernice consumata agli angoli e una maniglia di ottone che qualcuno ha lucidato di recente, uno di quei dettagli che dicono qualcosa di preciso su una persona, che dicono che c’è ancora cura, che dicono che qualcuno abita questo posto con intenzione di essere presente.

Alder ci si scontra contro.

Non bussa, ci va contro con il braccio teso, il peso del corpo che segue il peso della corsa, e il legno non cede e lui quasi cade di lato e resta lì un momento con la fronte quasi a contatto con la porta, il respiro affannato, la pioggia che cola dal cappotto sul pavimento del corridoio.

Di nuovo un varco. Di nuovo una barriera da attraversare ma questa volta è di legno, semplice e antico che divide un dentro da un fuori e che chiede di essere attraversata invece di essere aggirata.

Colpisce la porta con i pugni, disperato. Con ricordi che vorrebbero penetrarla senza distruggerla. Una rabbia che vuole essere sentita, che vuole che qualcuno dall’altra parte sappia che c’è qualcuno qui, che esiste, che è arrivato fino sotto la pioggia di marzo attraverso i varchi e la Babilonia e le voci e il bombardamento e la bambina con gli occhi azzurri.

Emily.

Sale anche lei adesso, nella marea delle immagini: c’è il cerchio sul quaderno, il punto al centro, l’orsacchiotto che si spezzava tra le sue mani piccole, il modo in cui si dondolava come sull’altalena mentre lui si allontanava. Emily che non aveva detto niente perché non ne aveva bisogno. Emily che sapeva già.

I pugni sulla porta. Poi all’improvviso un silenzio che sembra durare un eternità. Poi il suono della maniglia di ottone che gira.

Catherine apre il varco.

Lui entra o forse cade dentro,. Le gambe cedono sulla soglia e lui scende a terra ai suoi piedi, stremato, il cappotto bagnato che lascia una macchia scura sul pavimento, e la guarda dal basso con quella cosa negli occhi che non è solo paura ma paura e riconoscimento insieme, la faccia di qualcuno che ha corso molto e non sa ancora se è arrivato o se ha sbagliato posto.

Lei lo guarda dall’alto.

Come si guarda chi è in ginocchio. Come si guarda chi ha percorso una distanza enorme e adesso è ai tuoi piedi e aspetta qualcosa che non riesce a chiedere con le parole perché le parole sono rimaste indietro da qualche parte lungo la strada.

Come si guarda un suddito che ha avuto peccato e chiede perdono senza sapere ancora di cosa.

— Perdona quest’uomo perché non ha dimenticato. — dice Omen.

La voce viene dall’angolo della stanza — quell’angolo buio che Omen trova sempre, in qualunque stanza, come se lo spazio lo riconoscesse e gli riservasse sempre lo stesso posto. Catherine non si volta. Forse lo sente, forse no. Forse ha smesso da tempo di chiedersi da dove vengono certe voci.

— Stai ricordando, Alder? — dice lei. La voce è ferma, né fredda né calda — quella voce che ha quando sa già la risposta e fa la domanda lo stesso

— È per questo che sei venuto?

Alder la guarda dal basso. La pioggia sul cappotto. Il pavimento sotto le ginocchia. Gli occhi di lei che lo guardano dall’alto come un cielo che non ha ancora deciso che tempo fare.

— Sì. — La voce gli esce rotta, come qualcosa che è rimasto chiuso troppo a lungo e adesso stenta ad aprirsi. 

— Sì… avevo dimenticato. Avevo dimenticato…

Ma la frase non finisce.

Non perché non sappia cosa viene dopo — ma perché quello che viene dopo è troppo grande per stare in una frase, è tutto insieme, è Catherine e Emily e il cerchio e il punto e le porte che si aprono e quelle che non si aprono mai e la bocca di Catherine a cui pensava mentre correva e la frequenza che vibra più vicino al fondo cosmico che a qualunque cosa umana e il bambino che vede e l’orsacchiotto che si spezza e Caroline sui gradini e le stelle che continuano a bruciare anche quando non le vedi.

Aveva dimenticato.

Non un fatto, non un nome, non un evento preciso — aveva dimenticato qualcosa di più semplice e più impossibile da recuperare. Aveva dimenticato che esisteva. Che aveva un centro. Che il centro poteva avere un volto.

Catherine resta ferma sopra di lui.

Non si abbassa ancora. Lo lascia stare dov’è un momento — non per crudeltà, per quella forma di cura che sa che certe cose devono essere vissute fino in fondo prima di poter essere alleviate.

Fuori, la pioggia di Torino continua a cadere.

Dentro, Omen nell’angolo buio tace per la prima volta senza che sembri assenza — tace come tace chi ha detto quello che doveva dire e adesso lascia che gli altri facciano il resto e Alder inizia a ricordare.

Continua...

Serie: Alder Venn


Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Secondo me questo è uno dei migliori capitoli del tuo racconto. È intenso, ambiguo e animato da una grande passione nel senso etimologico del termine, che rimanda alla sofferenza che spesso l’amore può infliggere. Alder in ginocchio sul pavimento sotto il cielo degli occhi di Catherine non esprime sottomissione, ma una resa al sentimento che può preludere a una liberazione. Non so se ho visto giusto, ma questo è quanto mi ha suggerito.