Attraverso il Varco

Serie: Alder Venn


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Attraverso i varchi si spezza la dualità.

Carnival resta in piedi sotto i portici. Torino vibra appena, come se sotto le pietre ci fosse qualcosa che respira male da molto tempo e stesse finalmente smettendo di trattenersi.

Pensa a Victor. Pensa alla coppia sul selciato di via Bogino. Pensa al bambino e al foglio e alla figura con il cappotto. Pensa ad Alder seduto nella stanza bianca a dire noi siamo già passati con una voce che era due voci e nessuna delle due era sua.

Non è un assassino, quello che cercano.

È una condizione.

La separazione — non come metafora, non come stato dell’anima, ma come forza attiva, come qualcosa che si muove nel mondo e trova le sue porte dove le trova e le attraversa. Victor l’ha visto. Alder ne è diventato il canale. Il bambino la disegna ogni giorno su fogli che nessuno sa leggere tranne lui, tranne forse Carnival, tranne forse qualcosa che guarda da una distanza che non ha unità di misura.

Le coppie non muoiono perché qualcuno le uccide. Muoiono perché stavano per diventare una cosa sola — e non ci sono riuscite del tutto. Restavano a metà. Una crepa perfetta, esattamente della misura giusta. E qualcosa passava proprio lì.

Caroline si avvicina. — Dobbiamo salvarlo.

Carnival non risponde subito. Guarda i portici, le arcate, la pietra che trattiene il peso di tutto quello che è stato costruito sopra. — Non lui soltanto.

Caroline lo guarda. Aspetta.

— Il bambino non è spezzato perché è fragile — dice Carnival, e la voce ha una qualità diversa, come se stesse pensando ad alta voce per la prima volta invece di parlare. — È spezzato perché vede troppo chiaramente. Una parte di lui vuole crescere, entrare nel mondo. L’altra rifiuta quel mondo — lo percepisce ostile, incoerente, falso. E quella tensione la portano tutti, solo che negli altri è sepolta abbastanza da non fare troppo rumore. In lui no. In lui è una porta aperta.

— Allora come si chiude? — chiede Caroline.

E per la prima volta non risponde da terapeuta. Risponde da qualcuno che ha smesso di analizzare e ha iniziato a sentire. — Non si chiude. Si attraversa insieme.

Il silenzio che segue non è vuoto. È il tipo di silenzio in cui le decisioni si posano prima di essere dette.

Il piano non è catturare. Non è bloccare, non è diagnosticare, non è trovare il responsabile e metterlo in una stanza bianca sotto una luce che toglie le ombre. Il piano è ricomporre — non il bambino, non Alder, ma la struttura stessa di quello che si sta sgretolando. E per farlo devono andare dove tutto ha iniziato a cedere. Non una piazza, non un ufficio, non una sala interrogatori. Un varco — uno di quei punti di Torino dove le linee si incrociano troppo, dove la pietra è più vecchia della città che la contiene, dove le porte non sono una metafora ma una meccanica.

Devono essere quattro.

Il bambino, che vede. Alder, che è attraversato. Caroline, che contiene. Carnival, che osserva.

Quattro stati. Quattro frequenze. Una cosa sola, se reggono.

— E lì? — chiede Caroline.

— Lì non combattiamo — dice Carnival. — Lì restiamo.

Il bambino dovrà tenere l’orsacchiotto ricomposto — non perfetto, non come era prima, ma tenuto. Anche male, anche storto, con la cucitura visibile e il cotone che fa i nodi. Non importa la forma. Importa che sia uno. Alder dovrà restare presente — non lasciarsi attraversare, non diventare soglia, ma peso, materia, persona che occupa spazio e non lo cede. Caroline dovrà fare la cosa più difficile che conosce: smettere di tenere le distanze e lasciare che quello che sente arrivi fino in fondo, senza filtrarlo, senza classificarlo, senza tenerlo fuori dalla stanza con la precisione con cui tiene la siringa. E Carnival — Carnival dovrà smettere di cercare un colpevole. Dovrà accettare che non c’è un chi. Solo un come. Solo una condizione che si nutre di ciò che trova aperto e muore di ciò che trova intero.

Quando la porta si aprirà — e si aprirà, perché le porte di quel tipo si aprono sempre — qualcosa proverà a passare. Come sempre. Ma questa volta non troverà una crepa. Non troverà separazione. Non troverà due cose che fingono di essere una.

Troverà qualcosa di instabile, imperfetto, umano. Una cosa che non regge dritta e che non torna come prima e che porta ancora i segni di tutto quello che l’ha spezzata.

Ma una. Per la prima volta, una.

E quello che passa si nutre della divisione. Non dell’unità.

Non potrà entrare.

Caroline guarda verso i portici. Le arcate tengono, per ora. La pietra respira male ma respira ancora. — E se non reggiamo?

Carnival raccoglie il cappotto. Lo indossa. — Allora non reggiamo insieme.

Una pausa.

— È già qualcosa.

Continua...

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