AUGUSTO

Serie: NESSUN EREDE...


    STAGIONE 1

  • Episodio 1: AUGUSTO
  • Episodio 2: PRELUDIO

Quando Augusto Ferranti attraversa la piazza, la piazza non si svuota: si regola.

Non è paura aperta. È qualcosa di più fine. Le donne spostano le sporte dal lato del corpo che dà sul passaggio. I vecchi si levano la coppola una frazione prima del dovuto. I ragazzi smettono di correre senza bisogno che nessuno glielo dica. Perfino i cani, quelli mezzi randagi che dormono sotto il banco del pescivendolo, alzano il muso e cambiano posto.

Ferranti cammina piano. Gli stivali hanno la punta lucida e i fianchi impolverati. La polvere, addosso a lui, non sembra incuria: sembra conferma. Ha una mano infilata nel guanto, l’altra nuda. Con quella nuda tocca tutto: il bordo del tavolo del dazio, la spalla di un uomo, il mento di suo figlio quando gli capita vicino.

Il figlio gli cammina mezzo passo dietro. Nove anni. Orecchie grandi, ginocchia magre, la camicia già troppo stretta sotto le ascelle. Ha imparato presto dove stare: non accanto, non davanti, mai dall’altro lato. Dietro, un poco di sbieco, come le ombre a metà mattina.

La piazza sa di fichi schiacciati, benzina cattiva e pelle bagnata di mulo. Al centro c’è il palco di legno montato la sera prima. Le assi hanno ancora le schegge fresche e il drappo teso sopra il parapetto non copre bene il retro: da sotto si vedono i chiodi storti e la corda sfilacciata che tiene una gamba. Basta poco, alle cose, per diventare ufficiali: un telo, due uomini dritti, una tromba che provi tre note e poi si zittisca.

Ferranti si ferma davanti al palco e guarda la pedana come si guarda un animale da sella: non per stupore, per misura. Tocca con la punta del bastone il primo gradino. Il legno risponde con un colpo secco.

«Rinforzatelo», dice.

Non alza la voce. Non serve. Un uomo coi baffi corti annuisce subito: «Subito, Augusto.» Ferranti non lo guarda nemmeno. Il nome, pronunciato da altri, gli scivola addosso con la naturalezza del caldo che viene dal forno.

Da sotto il portico esce il segretario comunale con una cartellina di cuoio contro il petto.

«Ci sarebbe quella questione della maestra.»

Ferranti gira il capo di pochi gradi. «Quale questione.»

«Ha detto che il ritratto può anche tenerlo, ma in classe non fa fare il saluto. Dice che i bambini sono bambini.»

Ferranti si sfila l’altro guanto con i denti. Lo liscia una volta sul palmo.

«Mandala qui, dopo», dice. «O vengo io.»

La frase resta lì un secondo di troppo. Gli uomini intorno abbassano un poco gli occhi, come se avesse un peso e potesse far male al collo.

Dal vicolo della farmacia arriva la banda. Quattro uomini e un tamburo. Il tamburino ha le mani da fornaio, grosse, farinose sulle nocche. Quando vede Ferranti si raddrizza.

Il figlio odia il tamburo. Non il suono: l’attimo prima. Quel silenzio teso che si mette tra una bacchetta alzata e la pelle che sta per prenderla.

Ferranti sale sul palco da solo. Da lassù la piazza è più piccola. Lo si vede nel modo in cui cambia postura: le spalle si allargano un poco, il bacino si pianta, il braccio nudo si posa sul parapetto. Il figlio lo guarda da sotto e pensa, senza ancora saperlo pensare bene, che gli uomini crescono quando c’è qualcosa che li alza.

Un fotografo del paese si avvicina col cavalletto. Si mette in posizione, alza il panno nero e sparisce sotto come un prete in confessionale.

«Aspetti», dice Ferranti.

Non sorride. Sposta il peso da una gamba all’altra, inclina la faccia dalla parte dove la cicatrice sotto il mento non si vede. Chiude il pugno sul parapetto.

«Adesso.»

Il flash apre e chiude un sole sporco. Più tardi, per anni, il figlio rivedrà quella luce quando qualcuno alzerà la voce a tavola. Le cose non restano dove nascono. Si spostano. Lavorano in silenzio.

La banda comincia. Il tamburo è un colpo basso, poi i fiati si mettono in fila. Le prime persone si stringono sotto il palco, il cappello in mano, la schiena già un poco piegata prima che il padre apra bocca.

Ferranti parla senza fretta. Non urla quasi mai. Quello che dice potrebbe sembrare perfino ragionevole: ordine, lavoro, disciplina. Ma sotto le parole c’è sempre un’altra cosa, più semplice: chi decide qui. E quella arriva a tutti, anche a chi non capisce i discorsi ma riconosce i toni.

Il figlio non segue tutto. Segue il corpo. La mano che si apre quando nomina la Patria, il dito che batte sul legno quando dice dovere, la pausa prima di dire il nome di qualcuno. Gli pare che il padre non parli: distribuisca pesi. A uno poco, a uno molto, a uno tanto da piegarlo.

Quando finisce, parte l’applauso. Non è entusiasmo. È il modo più semplice per non restare fermi.

Ferranti scende. Il figlio gli va dietro senza pensare. Sente l’odore del suo dopobarba, il cuoio del cinturone, un fondo di sudore freddo sotto il colletto.

Vicino al palco c’è la maestra. Ha un cappotto chiaro, il bottone di sopra slacciato, una cartella di cartone stretta sotto il braccio. Trenta anni, forse meno. Gli occhi hanno ancora qualcosa che non ha imparato a piegarsi.

«Buongiorno, dottor Ferranti.»

Lui si ferma. La guarda come si guarda un mobile messo male in una stanza che si vuole ordinata.

«Lei è quella dei bambini», dice.

La maestra non abbassa lo sguardo. Il figlio la vede e, per una frazione che non sa nominare, sente una cosa calda nello stomaco. Non coraggio, non ancora. Forse solo l’idea che si possa stare dritti anche contro.

«Sono un’insegnante», dice lei.

Ferranti inclina appena la testa. Sorride con una sola metà della bocca. «Appunto.»

Il figlio nota una cosa che in piazza non aveva visto: il bottone del polsino sinistro della maestra è stato ricucito con filo nero, mentre il cappotto è color sabbia. Continua a guardare quel filo più di quanto serva.

Continua...

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Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. La paura fa scappare, ma anche reagire. Il timore invece fa piegare la testa e obbedire. E questo è di gran lunga il danno peggiore. Leggendo di come Ferranti attraversa la piazza ho pensato questo. Esiste qualcosa peggio della paura e questi uomini lo avevano capito e hanno trovato il modo di farlo funzionare. Ma c’è sempre qualcosa che ti scappa. Un bimbo che osserva il padre con uno sguardo differente, anche se ancora non sa cosa sta capendo. O il filo di colore diverso per un bottone. Per quanto cerchiamo di mantenere sotto controllo l’ordine, grazie al cielo c’è sempre un dettaglio che ci sfugge. Le rivoluzioni lo sanno bene, sanno da dove partire. Bellissima serie.

    1. Grazie. Sì, qui la tensione doveva stringere scena dopo scena, senza esplodere subito. E sono contento che la maestra ti sia rimasta: per me è una figura che prova a stare dritta senza diventare eroina.

  2. Questo secondo episodio continua molto bene il tono del primo. Mi è piaciuto come la figura di Augusto Ferranti viene costruita quasi solo attraverso i gesti e le reazioni degli altri: la piazza che “si regola” è un’immagine molto forte. Funziona anche lo sguardo del figlio, che osserva più i dettagli del corpo e dei movimenti che le parole. L’arrivo della maestra introduce una tensione interessante e lascia curiosità per come andrà avanti la storia.

    1. Grazie Daniele , lettura precisissima. Ferranti volevo che “esistesse” soprattutto per riflesso: più che per ciò che dice, per come lo spazio e gli altri si riassestano quando passa. E lo sguardo del figlio doveva restare fisico, quasi anatomico. Questa tua frase sull’arrivo della maestra mi sta facendo venire voglia di scrivere un altro capitolo che, sinceramente, non avevo messo in conto. Se una tensione così ti ha acceso curiosità, forse vale la pena seguirla un po’ più avanti. Grazie davvero.

  3. Una retrospezione epica, Lino. Non vedo l’ora di vedere come hai sviluppato lo scontro tra la maestra ribelle e il potente arrogante. E soprattutto come farai arrivare i nod(ul)i al pettine. Complimenti, molto denso come racconto.

  4. Quando Augusto avanza tra la gente, per come lo hai descritto bene, più che vedere lui vedo la sua unica mano come inquadrata da una cinepresa: sfiora per riconoscere persone e cose. Poi sale le scale e si assicura con il bastone per capire se reggano. Le sensazioni tattili sono i suoi occhi.
    ​La giovane insegnante è l’opposto della rigidità militare: il cappotto non completamente allacciato e il filo con cui ha cucito il bottone di un altro colore… Poi, chissà, magari gli opposti si attraggono, oppure Augusto tanto rigido non è, visto che cerca di nascondere la cicatrice.
    ​Vado a preparare il caffè, prima che il mio commento diventi lungo come i rotoloni😂Bravissimo, Lino!👏

    1. Ahah, altro che rotoloni: qui hai letto da regista. Sì, quella mano doveva diventare l’inquadratura, toccare per riconoscere, e il bastone come “sonda” per misurare il mondo. Le dita sono i suoi occhi.
      E hai colto benissimo anche la maestra: piccole imperfezioni (bottone diverso, cappotto aperto) come dichiarazione di un’altra natura, meno rigida. Sul resto… mi piace che tu abbia già fiutato la cicatrice e la possibilità che la rigidità sia anche una maschera.Grazie davvero per questo sguardo così vivo. E vai col caffè!