AUGUSTO – Aprile (prima parte)

Serie: NESSUN EREDE...


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: ....la storia continua...

Lo presero in aprile, quando l’aria ricominciava a sapere di erba schiacciata e letame tiepido, ma nelle case si tenevano ancora le finestre accostate per prudenza. La guerra, da quelle parti, aveva smesso di essere una notizia. Era diventata un rumore. Aveva cambiato strada. Arrivava da più vicino. Entrava nei portoni senza bussare.

Augusto Ferranti mangiava in sala da pranzo, in camicia chiara, gilet sbottonato, il tovagliolo infilato nel colletto come un uomo che non teme di sporcarsi perché ha sempre avuto qualcuno che pulisce dopo. Renato gli sedeva di fronte. Quindici anni, le gambe già lunghe ma ancora incerte, la faccia in quel punto ingrato tra bambino e uomo in cui tutto sembra provvisorio, anche il naso.

La madre passava dalla cucina alla sala con i piatti stretti al grembiule, senza fare rumore.

Augusto parlava. Parlava sempre a tavola come se avesse davanti una platea più che una famiglia. Del podestà che si era nascosto. Del farmacista che adesso salutava tutti due volte. Del parroco, «che sente cambiare il vento prima delle campane». Rideva di lato, col vino già addosso al fiato.

«I peggiori», disse, pulendosi il grasso dal pollice col pane, «sono quelli che aspettano di capire chi entra per primi in piazza.»

Renato annuì senza sapere se davvero dovesse. Aveva imparato a seguire il ritmo più che il senso. Con Augusto il senso arrivava spesso dopo, e faceva più male.

Fuori, nel cortile, una gallina batté le ali contro qualcosa. Poi silenzio. Poi un rumore secco, di legno urtato male. La madre, in piedi vicino al tavolo, si fermò col piatto in mano.

Augusto alzò gli occhi di un niente. «Che c’è.»

Nessuno rispose.

Renato sentì arrivare il freddo prima del resto. Gli passò sotto la camicia, su per la schiena, come l’acqua che entra da una crepa e trova subito la strada. Poi il portone. 

Non una bussata. Un urto. Il legno contro il muro. Un ferro batté da qualche parte, forse il chiavistello, forse un fucile.

La madre posò il piatto sul tavolo senza guardare dove. Il bordo toccò il bicchiere del vino e lo fece vibrare. Augusto si alzò piano. Non di scatto. Con la lentezza di chi, per tutta la vita, ha creduto che basti la calma per restare sopra.

Dal corridoio arrivarono passi sporchi. Più di due. Scarpe da campagna, suole con fango secco, un trascinare breve di uno che zoppica o ha corso troppo. Una voce disse qualcosa che Renato non capì. Un’altra rispose: «È qui.»

Entrarono in tre.

Il primo aveva una giacca militare che non era sua, troppo larga sulle spalle e troppo corta ai polsi. Il secondo portava un fazzoletto rosso al collo, sporco, annodato male, come se non fosse un simbolo ma una necessità. Il terzo era il più giovane, con il viso segnato dal sonno perso e la canna del fucile che tremava appena. Avevano addosso solo pioggia vecchia, tabacco cattivo, terra.

Augusto restò in piedi a capotavola.

«Chi vi ha fatto entrare.»

La frase uscì intera. Quasi pulita.

Il primo uomo si guardò intorno. Vide la tovaglia, il pane, Renato, la donna, il gilet di Augusto con la catena dell’orologio.

«Ci siamo fatti entrare.»

Augusto non si mosse. Renato, dalla sedia, guardava la schiena del padre. La conosceva bene: la piega delle spalle, il punto in cui il colletto si inumidiva d’estate, il modo in cui la stoffa tirava quando respirava a fondo. Quella schiena aveva sempre saputo cosa fare. Anche adesso, per un attimo, gli sembrò di sì.

«Se è una perquisizione», disse Augusto, «fatela e andatevene. Qui non c’è niente che vi riguardi.»

Il secondo uomo rise piano. Una risata consumata.

«Tutto ci riguarda, adesso.»

La madre fece un passo verso Renato. Solo uno. Augusto girò la testa.

«Resta dove stai.»

Lo disse a lei, ma sembrò un riflesso. Come se, finché poteva ancora dare ordini dentro casa, il mondo fuori non fosse davvero entrato.

Il primo uomo tirò fuori un foglio piegato. Lo aprì senza guardarlo davvero.

«Augusto Ferranti.»

Non lo stava chiedendo.

«Sono io.»

Lo disse con il petto ancora pieno.

«Lo sappiamo.»

Silenzio.

Fu il ragazzo col fucile a spostare per primo il peso da un piede all’altro. Il pavimento scricchiolò sotto le suole.

Augusto guardò il foglio. Poi gli uomini. Poi Renato. Non a lungo. Appena abbastanza da misurare chi stava vedendo cosa.

«Mio figlio esce. Mia moglie pure.»

Per un istante bastò il modo in cui pronunciò l’ultima parola perché nella stanza sembrasse rientrato il vecchio ordine. Durò poco. Ma durò.

Il primo uomo scosse la testa. «No.»

«Loro non c’entrano.»

«C’entrano perché guardano.»

Fu lì che Renato sentì cambiare la stanza. Non gli uomini. Non le voci. Il corpo del padre. La vena che prese a battergli più alta sotto l’orecchio, la camicia che aderiva male alla schiena, la mano destra che cercò il bordo della tavola e lo strinse.

«Con me potete parlare da uomini», disse Augusto.

Il secondo sputò per terra, sul mattone vicino alla credenza.

«Tu da uomo hai già parlato abbastanza.»

Augusto provò ancora col tono. Col nome. Con la stanza che fino al giorno prima gli aveva risposto.

«Sai chi sono.»

«Sappiamo benissimo chi sei.»

«Allora sai anche che se mi tocchi—»

Il primo gli arrivò addosso prima che finisse la frase. Non un pugno. Una mano aperta sul petto, violenta, che lo ributtò contro la sedia. Il legno strisciò sul pavimento e una gamba cedette di mezzo palmo. La tovaglia si spostò. Il vino si rovesciò sul bianco.

Renato sobbalzò in piedi. La madre gli afferrò l’avambraccio. La mano tremava solo nel pollice.

Augusto si raddrizzò subito. Voleva tornare in piedi prima che il gesto si vedesse. Renato lo capì. Anche nel modo in cui cercò di rimettersi dritto c’era ancora la pretesa di non essere caduto. Ma nel movimento si era già aperto un ritardo, piccolo, infame.

«Non fate sciocchezze», disse.

La parola sciocchezze gli uscì di casa. Di corridoio. Di tavola. Non da uomo che un tempo aveva fatto tremare una piazza.

Il secondo lo prese per il gilet e lo tirò verso di sé.

«Le sciocchezze le hai fatte tu.»

Il primo colpo nello stomaco lo piegò. Non del tutto. A metà. Augusto buttò fuori aria come un animale grosso colpito in un punto che non si aspettava. 

Continua...

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Discussioni

  1. Continua a stupirmi come riesci a prendere per mano il lettore e a portarlo direttamente dentro la scena. E questo anche se, visto quello che succede, me ne starei volentieri anche fuori…

  2. Spero tanto che sia il tuo uno dei prossimi libri che potrò avere tra le mani. La tua capacità di rendere reali i protagonisti, vive le scene e alta la tensione che mi fa stare col fiato sospeso fino all’ ultimo, é da ammirare; direi anche, per me, invidiabile. Le tue storie non solo mi catturano, ma mi tirano dentro, come fossi lì a tremare, tra la moglie di Augusto e il ragazzo.

    1. Questo commento me lo porto dietro, non come complimento, ma come responsabilità. Quando qualcuno dice che vuole tenerti tra le mani, che trema insieme ai tuoi personaggi, che invidia quello che hai fatto, non puoi fare altro che andare avanti e farlo ancora meglio.
      E il fatto che venga da una scrittrice, da chi sa cosa costa ogni parola, lo rende ancora più prezioso.
      Grazie davvero, Maria Luisa.

      1. Grazie a te, Lino, che sei uno stimolo per tutti noi, un punto di riferimento e motivo di orgoglio per casa Open. Per certi aspetti, il livello della tua scrittura mi appare spesso ineguagliabile, com’ é giusto che sia, e irraggiungibile nello stile, diretto e senza fronzoli.