AUGUSTO -Aprile (seconda parte)
Serie: NESSUN EREDE...
- Episodio 1: PRELUDIO
- Episodio 2: AUGUSTO – La Piazza
- Episodio 3: AUGUSTO – Lo Studio
- Episodio 4: AUGUSTO – La Maestra
- Episodio 5: AUGUSTO – Aprile (prima parte)
- Episodio 6: AUGUSTO -Aprile (seconda parte)
STAGIONE 1
Renato fece per muoversi ma la madre gli strinse il braccio più forte.
«No», sussurrò. Non per proteggerlo dal dolore. Dal dopo.
Gli uomini non infierirono con furia. Ed era peggio. Lo picchiarono come si esegue un lavoro deciso da prima. Un colpo alle costole. Uno dietro la spalla. Uno sulla faccia, non pieno, di traverso. Il labbro si aprì subito. Il sangue scese troppo rosso sul mento.
Augusto provò a parlare ancora. Il podestà . Il prefetto. Un colonnello. Parole secche, titoli, relazioni. Caddero per terra come stoviglie rotte. Non servivano a niente in quella stanza.
Renato guardava e, per la prima volta, il padre coincideva col suo corpo. Senza il balcone, la piazza, gli uomini allineati, il fotografo, Augusto era solo peso che cercava di restare in piedi.
Il secondo uomo lo spinse sulla sedia.
«Stai fermo.»
Augusto si sedette male, di lato, il fiato corto, la faccia già gonfia da una parte. Il ragazzo col fucile continuava a tremare appena. Renato lo vide. Capì che il mondo non si divideva tra chi tremava e chi no, ma tra chi aveva in mano qualcosa e chi no.
«Basta», disse la madre.
La voce uscì asciutta. Non una supplica. Un taglio. Aveva le mani aperte lungo i fianchi, ma le dita si erano già richiuse da sole, come se stringessero qualcosa che non c’era.
Il primo uomo la guardò. Per un attimo Renato pensò che si fosse aperto uno spiraglio. Ma quello tornò su Augusto.
«Dov’eravate voi quando bastava?»
Augusto alzò gli occhi. Gonfi, umidi, ancora increduli. La camicia strappata sul collo, il gilet storto da una spalla, un filo di sangue secco gli tirava la pelle dal labbro al mento. Fece la cosa che Renato non gli aveva mai visto fare. Non comandò. Non trattò. Non minacciò.
Chiese.
«Ho un figlio», disse. «Finitela.»
Renato sentì le mani svuotarsi di colpo, come se il sangue avesse trovato un altro posto dove andare.
Non era la supplica in sé. Era il tono. Non aveva mai sentito quel tono nella voce del padre. Era una voce già senza balcone, senza piazza, senza uomini sotto. Una voce quasi nuda.
Il primo uomo lo fissò.
«E gli altri?»
Augusto chiuse gli occhi un istante. Renato vide il labbro inferiore tremargli. Poco. Abbastanza.
«Per favore», disse.
Le due parole caddero lì e non rimbalzarono. Il secondo uomo guardò il primo. Il ragazzo col fucile si mosse appena. Fuori, nel cortile, la gallina batté di nuovo le ali, poi tacque.
La madre lasciò il braccio di Renato. Non perché fosse finita. Perché aveva capito che qualcosa si era già spezzato e non stava più nel suo potere tenere fermo nessuno.
Il fiato degli uomini restò nella stanza come fumo sotto un vetro. Renato vide la bocca del padre rimasta socchiusa, come se la parola non si fosse fermata davvero.
Fu allora che arrivò l’odore.
Caldo, acido, attaccato al fiato. Non capì subito. Guardò la faccia del padre, il tavolo, il vino. Poi vide il tessuto dei pantaloni scurirsi all’interno coscia, allargarsi piano verso la sedia. Una goccia cadde dal bordo, piccola, precisa, sul mattone rosso. Poi un’altra. Il suono era quello di un rubinetto che perde in una casa vuota.
Nessuno parlò per un secondo.
Quel secondo, per Renato, non finì più.
L’odore si allargò insieme al silenzio. Si mescolò al vino rovesciato, al sangue, al sudore degli uomini. La gola gli si chiuse. Non per disgusto. Per qualcosa che stava più sotto.
Renato cercò un punto dove guardare. Non lo trovò.
Vide il primo uomo stringere la mascella. Non per pietà . Per fastidio. Il secondo fece una smorfia come davanti a una bestia che si è sporcata in casa. Il ragazzo col fucile distolse lo sguardo. Fu l’unico.
Augusto se ne accorse.
Morì lì. Non al colpo: nel momento in cui capì che lo stavano vedendo così.
«No», disse.
Una sola sillaba. Breve. Da bambino.
Il primo uomo mosse il capo di un niente verso l’altro. Non si dissero niente. Non serviva.
Renato non vide bene l’ultimo gesto. Gli rimase per anni a pezzi: la mano della madre sulla sua spalla, il bordo della tovaglia nel pugno di Augusto, la sedia che si rovescia, il fucile che passa di mano, il rumore secco troppo vicino per avere eco, un vetro della credenza che vibra senza rompersi, una mosca che continua a sbattere contro il vetro alto della finestra come se il resto non la riguardasse.
Quando alzò di nuovo gli occhi, la prima cosa che vide fu il muro. Una macchia scura, umida, che fino a un attimo prima non c’era. Poi la sedia rovesciata. Poi il pavimento.
Poi il padre.
Era storto.
Non crollato. Storto.
Come una statua che non cade tutta perché la base resta incastrata da qualche parte.
La stanza c’era ancora tutta, il tavolo, la credenza, la finestra alta, ma non stava più insieme nello stesso modo.
La madre non urlò. Fece un suono più basso, interno, quasi animale, e si buttò avanti. Si inginocchiò sul pavimento, tra il sangue e il vino, e gli prese la testa con entrambe le mani. Renato non si mosse. Non per coraggio. Per gelo. Aveva le gambe piene di sabbia. Sentì le ginocchia tremare senza cedere, come se il corpo sapesse che cadere, in quel momento, sarebbe stato un lusso.
Gli uomini uscirono in fretta. Non correndo. Ma con quella velocità contratta di chi sa che il tempo, dopo un gesto simile, cambia grana. Il ragazzo col fucile, sulla soglia, si voltò. Guardò Renato. Aprì la bocca come per dire qualcosa. Non disse niente. Sparì.
Il portone si richiuse. Il rumore del chiavistello restò nell’aria più a lungo dei passi.
Rimasero la madre, Renato, la tavola, l’odore di vino, sangue e urina calda che già si raffreddava, il gatto rientrato chissà quando e adesso immobile sotto la sedia, le fave sparse, la tovaglia tirata giù da un lato. Dalla finestra alta entrava ancora la stessa luce di prima, come se fuori non fosse successo niente.
Renato guardò il padre.
Non vide il gerarca. Non vide il nome.
Vide un uomo che aveva avuto paura. Che aveva implorato. Che si era pisciato addosso. Che non era stato abbastanza per la sua stessa voce.
Quella visione gli restò dentro. Piccola all’inizio. Poi no.
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Non saprei cosa commentare… ecco, il rumore del chiavistello lo sento ancora. Di’ la verità , hai già pubblicato 4-5 libri e questo hai deciso di regalarcelo?