AUGUSTO – La Cucina

Serie: NESSUN EREDE...


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: La storia continua...

A casa, il potere non toglie gli stivali. Li porta fino in cucina.

Lì dentro tutto è già al suo posto: la finestra alta che dà sull’orto, il pavimento di mattoni rossi consumati nel mezzo, dove i passi di trent’anni hanno scavato una via più chiara, il buffet di noce scuro contro la parete, coi cerchi pallidi dei bicchieri rimasti nel legno come aloni d’acqua secca. La tavola è apparecchiata. Tovaglia bianca, piatti fondi, pane tagliato storto in un cestino di vimini. Sul fornello, la pentola fa un respiro basso. Odora di cipolla, carne e alloro.

La moglie sa che sta arrivando prima ancora di sentirlo. Non per i passi nel corridoio — quelli vengono dopo — ma per qualcosa che cambia nell’aria della casa, un peso leggero che scende sugli oggetti. Il mestolo rallenta. La schiena si raddrizza di mezzo centimetro. Si asciuga le mani nel grembiule, una volta sola.

Alza gli occhi  appena lui passa la soglia. Augusto porta con sé l’odore della piazza — tabacco, polvere, qualcosa di metallico che resta sulla giacca anche dopo ore. Non sorride. Non ha la faccia triste. Ha la faccia che si mette quando si porta un vassoio pieno: attenta a non rovesciare niente.

«Sei in ritardo», dice.

Non è un rimprovero. È un’informazione messa in tavola come il sale.

«La piazza non guarda l’orologio», dice Augusto.

Lei annuisce. Versa il vino. Un dito in meno nel bicchiere del marito, come sempre.

Il figlio si siede al suo posto, quello di sempre, dal lato della finestra sull’orto. Tiene gli occhi sul pane. Le mani sotto il tavolo, una stretta nell’altra, come per tenersi fermo da solo. A tavola si mangia, non si parla: questa è la regola detta. Ma nelle case come quella le regole vere sono altre: capire l’umore dal modo in cui il coltello viene poggiato, dalla distanza tra il piatto e il bordo del tavolo, dal numero di secondi che passa tra una domanda e la risposta. Quella grammatica il figlio l’ha imparata prima dei libri di scuola.

La moglie porta la zuppiera. Il vapore le sale in faccia e le appanna un secondo gli occhiali.

«Il segretario è passato», dice. «Ha lasciato una busta.»

Augusto spezza il pane con le mani, senza guardarla.

«Dov’è.»

«Sul buffet.»

Mangiano in silenzio per tre cucchiai. Il brodo è grasso in superficie, con quelle piccole lune d’olio che si inseguono appena muovi il cucchiaio. Il figlio le segue con gli occhi. È un modo per non guardare il padre. Si sente solo il rumore dei cucchiai nel brodo e, più in fondo, il ticchettio della pendola nell’altra stanza, che insiste in un ordine diverso.

Augusto mangia senza fretta. Gli altri, intanto, si mettono nel suo tempo.

«La maestra», dice Augusto.

Lei non risponde subito. Stacca un filo di carne dal bordo della zuppiera con l’unghia del pollice e lo lascia cadere nel piatto del figlio. Poi gli aggiusta il tovagliolo sulle ginocchia, senza che lui l’abbia chiesto.

«Che ha fatto.»

«Ha parlato in piazza.»

La moglie si ferma un attimo. Solo la punta del mestolo resta sospesa. Poi riprende a servire.

«Allora è sciocca», dice.

Augusto beve.

«No. È giovane.»

Il figlio non sa ancora bene la differenza. In quella casa, giovane e sciocco si somigliano, ma non sempre. Le cose giovani possono ancora piegarsi. Le cose sciocche no.

La busta sul buffet è color avorio. Chiusa male. Sta lì da prima di cena, ma adesso il figlio la vede davvero: ferma, leggera, con un angolo sollevato dall’umidità.

Augusto finisce il piatto, pulisce il cucchiaio con un pezzo di pane, si asciuga la bocca con il tovagliolo e solo allora si alza. Non c’è fretta. Va al buffet, prende la busta, infila il pollice sotto la linguetta. Dentro c’è un foglio solo.

Legge in piedi. Una riga. Due. Si passa il pollice sul labbro inferiore — un gesto che fa solo quando pensa e non vuole che si veda. Poi lo piega in quattro, con la stessa cura con cui rimette in ordine le cose che non vuole lasciare aperte.

«Domani viene», dice.

Lei posa due piatti nel catino.

«Qui?»

«Qui.»

Il figlio alza la testa.

«La maestra?»

La madre gli lancia un’occhiata rapida, non di rimprovero: di paura che abbia parlato fuori misura. Ma Augusto, stavolta, non si infastidisce.

«Sì», dice. «Così impari anche tu.»

La moglie, di spalle, infila le mani nel catino. L’acqua smuove una pellicola di grasso che si apre e si richiude piano. Le maniche le si sono bagnate fino al gomito ma non le rimbocca. Per un momento nessuno parla. Dalla finestra arriva un rumore piccolo dal cortile — un secchio mosso dal vento, o forse un cardine.

Poi lei prende un piatto, lo gira, lo asciuga male.

Le dita stringono un poco troppo forte.

La porcellana le scivola, batte contro il bordo del lavello e si incrina con un rumore piccolo, quasi educato.

Nessuno parla.

La crepa corre dal bordo verso il centro del piatto come una strada sottile che sa già dove andare.

Augusto posa il bicchiere. Guarda il piatto, poi lei.

«Domani lo cambi.»

Lei annuisce. Raccoglie il pane rimasto nel cestino, lo avvolge in un tovagliolo e lo mette da parte.

Il figlio guarda la crepa. Non il piatto: la crepa.

Quella sera finiscono di mangiare quasi senza rumore. Augusto beve l’ultimo dito di vino. Lei sparecchia: prima i bicchieri, poi le posate, poi la tovaglia, ripiegata con gli angoli che combaciano. Il figlio tiene le mani in grembo e aspetta che qualcuno parli ancora. Nessuno lo fa. Sul fornello la pentola si è raffreddata. Il coperchio fa un rumore sottile, come un respiro che si chiude.

Ma quando va a letto, la cucina gli resta addosso.

Non il brodo. Non il pane.

La crepa.

Continua...

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Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. “Si passa il pollice sul labbro inferiore — un gesto che fa solo quando pensa e non vuole che si veda”
    Certo che se si arriva a fare qualcosa di attivo per nascondere i propri pensieri…