AUGUSTO – Lo Studio

Serie: NESSUN EREDE...


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: ...la storia continua...

Lo studio era la stanza dove anche le cose piccole sembravano avere conseguenze.

Il figlio ci entrava solo quando veniva chiamato. Mai per sbaglio. Mai per gioco. La porta restava quasi sempre chiusa; quando si apriva, non somigliava a un invito. Da fuori si coglievano appena il bordo della scrivania, la tenda scura alla finestra, il riflesso opaco del vetro sopra la libreria. Bastava quello. Anche la luce che filtrava da sotto la porta aveva qualcosa di diverso dal resto della casa: più gialla, più ferma, come se lì dentro perfino il giorno avesse un altro peso.

Dentro, l’odore cambiava. Non più brodo, sapone, panni umidi. Carta vecchia, cuoio, polvere chiusa. Un odore secco, fermo, da cose che stanno al loro posto da prima che tu nascessi. Il pavimento era più scuro di quello del corridoio, lucidato a cera una volta alla settimana dalla moglie, che entrava solo per quello e solo quando Augusto non c’era. Si inginocchiava, passava lo straccio con movimenti larghi, e usciva senza aver toccato nient’altro. Nemmeno la polvere sulla mensola. Quella apparteneva allo studio.

La scrivania era troppo grande per la stanza. Scura, lucidata male agli angoli, con il piano segnato da graffi sottili e cerchi lasciati dai bicchieri. Sopra c’erano sempre le stesse cose: il calamaio, una penna pesante, il portacarte di cuoio, una scatola di fiammiferi, due timbri, un tagliacarte d’osso. Oggetti normali, ma lì dentro sembravano colpevoli. Il figlio li conosceva tutti. Li aveva contati molte volte dal bordo della porta, come si contano le sentinelle prima di attraversare un campo.

La parete di fronte alla finestra era occupata da uno scaffale a tutta altezza. Nei ripiani bassi, fascicoli legati con lo spago, registri con la costola scritta a mano, annate di gazzette ufficiali ingiallite ai bordi. Più in alto, dove il figlio non arrivava nemmeno in punta di piedi, libri rilegati in pelle scura, alcuni senza titolo sul dorso. Non erano volumi da sfogliare. Stavano lì come i muri: a reggere il peso della stanza.

La finestra dava sullo stesso orto della cucina, ma da quell’angolo si vedeva meno: solo il muretto basso, il fico storto, la fila di canne secche lungo il confine. La tenda pesante ne copriva metà. Augusto non la apriva mai del tutto. La luce entrava come poteva, a striscia, rasente il muro.

Dietro la scrivania, il ritratto. Non grande. Abbastanza da guardarti mentre abbassavi gli occhi.

Il bastone stava appoggiato accanto all’armadio. Non era un bastone da passeggio: era diritto, scuro, con l’impugnatura lisciata dall’uso. I guanti, piegati con precisione, sul bordo destro del tavolo. La sedia per chi veniva ricevuto era più bassa delle altre. Il figlio se n’era accorto subito, la prima volta che ci si era seduto: da lì il padre sembrava ancora più alto anche quando stava fermo. Accanto alla sedia, sul muro, un’ombra d’umidità scuriva l’intonaco in un angolo basso. Nessuno l’aveva mai coperta. Nessuno l’avrebbe fatto.

La mattina dopo la cena, il figlio si svegliò con l’odore del caffè già in gola. La casa era sveglia da prima di lui: sentiva la madre muoversi in cucina, il rubinetto aperto e chiuso, il tintinnio delle tazzine. Il corridoio era freddo. La luce entrava pallida dalla finestra in fondo, ancora bassa, ancora incerta. Quando passò davanti alla porta dello studio la trovò chiusa. Ma dalla fessura sotto il battente usciva già quella luce diversa, gialla e ferma. Augusto era dentro.

Aspettò in cucina, seduto davanti alla tazza. La madre gli aveva versato il latte senza chiedere. Lui non bevve. Ascoltava.

Poi la voce del padre, dal fondo del corridoio.

«Fallo entrare.»

La madre aprì la porta solo quanto bastava al figlio per passare. Non disse niente. Gli sfiorò una spalla con due dita, piano, come per togliere un filo che non c’era. Aveva il grembiule ancora addosso e le mani umide: veniva dalla cucina, dove stava già lavando i piatti della colazione. L’odore del sapone si mescolava a quello della cera. Distinguere l’uno dall’altro era come distinguere dove finiva la madre e cominciava il padre.

Augusto tenne ancora gli occhi sulle carte. Anche questo faceva parte dello studio: prima il silenzio, poi lo sguardo. Il figlio rimase sulla soglia un secondo di troppo, con il piede destro ancora nel corridoio. Poi entrò.

«Renato, mettiti lì», disse.

Il ragazzo si portò verso la parete dei libri e si fermò nel punto che conosceva: quello in cui si può stare senza sembrare d’intralcio. Aveva imparato anche questo: la distanza giusta, il volume giusto del proprio corpo in una stanza che non gli apparteneva.

Renato restò in piedi. Le mani lungo i fianchi, le dita chiuse nel palmo. Dalla finestra dietro la tenda entrava una lama di luce che tagliava il pavimento in diagonale. Ci mise un piede dentro, poi lo tolse. Senza sapere perché. Sentiva le ginocchia rigide, il colletto della camicia che la madre gli aveva abbottonato fino in cima, il cuore che batteva troppo per uno che stava solo fermo in una stanza.

Sulla cartellina aperta c’era un nome scritto a penna. Lui lo lesse al contrario, poi diritto, inclinando appena la testa. Le lettere erano piccole, precise, della calligrafia del segretario. Non conosceva quel nome. Ma capì subito che era quello della maestra.

Augusto continuò a scrivere. La penna graffiava il foglio con un rumore sottile, regolare, che riempiva la stanza come un respiro. Ogni tanto si fermava, intingeva la penna nel calamaio, riprendeva. Renato guardò le mani del padre: grandi, asciutte, con le nocche larghe. Mani che sapevano tenere una penna e un bastone con la stessa calma.

Aspettò. Nel corridoio la madre si era fermata. Non si sentivano più i suoi passi, né il rumore dell’acqua in cucina. Anche lei aspettava. Tutta la casa aspettava.

Poi, dalla porta d’ingresso, arrivarono due colpi leggeri. Precisi. Distanziati. Come chi bussa sapendo già che apriranno.

Continua...

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Avete messo Mi Piace5 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Un’atmosfera tesa, di attesa. Mi è sembrato un episodio di “transizione” per prepararci, o traghettarci, verso il poi. Mi è caduta l’attenzione sui titoli: la piazza, la cucina, lo studio. Non sono messi a casa. Questi ambienti accolgono, si modificano, rispecchiano il Potere che passa, li inquina, li rende non dico sudditi, o specchi di chi li vive, perchè avrebbero un anima, in quel caso, invece questo luoghi non ce l’hanno. La parola che mi viene è funzionali. Funzionali a far capire chi, cosa, come si comanda. Nel modo sbagliato, certo, ma chi funziona, proprio grazie a quel timore di cui si narrava in apertura della serie. Concetta ha giustamente notato che quest’uomo non è felice. Eh, certo. Penso non gliene freghi neppure nulla, dell’impiccio della felicità. Sono altre le sue mire. L’assenza di anima che si percepisce nei luoghi è la stessa sua. La freddezza, il calcolo, la non coscienza che porta ad abbracciare queste ideologie da assassini. La stai descrivendo benissimo. Sai cosa penso quando leggo del figlio? La famosa bambina col capotto rosa, in quell’altrettanto famosissimo film. Chissà.

  2. Non so perché, ma di Augusto ho la percezione di un uomo non dico felice, ma neanche sereno. Il suo studio è fatto a sua immagine e somiglianza: la sedia bassa sembra dire a chi si siederà che c’è una gerarchia da rispettare; la luce quasi chiede permesso per entrare e anche tutto ciò che non è stato deciso, alla fine, prende la forma del suo abitatore, il calco di una maschera funebre di un dio stanco e solo. Bravissimo, Lino.