
Aurelia
Serie: IL PICCOLO DIEGO
Diego è un bimbo di 7 anni, ma ne dimostra meno. È piccolo e gracile perché mangia poco (wurstel e pasta al formaggino sono i suoi piatti preferiti), ha una grande fantasia ed è sempre in movimento. Diego corre. Corre sempre. Dal salone alla cameretta lui corre, dal tappeto al divano di fronte alla TV Diego salta, rimbalza da una parte all’altra del suo mondo senza mai fermarsi. Quando lo osservo mi ricorda “La Palla Pazza che Strumpallazza”, quella palla arancione che avevo da piccolo, fatta di gomma, con un peso non baricentrico al suo interno, per cui quando la facevi cadere schizzava e rimbalzava in maniera irregolare, senza controllo.
…
Siamo ad agosto, fine anni ’80, Diego è al mare dai nonni, nel grande casa in Toscana, un vecchio casale immerso nel verde a un passo dal mare. A dir la verità a dividere la casa dalla costa c’è una lingua di asfalto stretta e insidiosa, la Via Aurelia, poi un infinito campo di grano, il villaggio vacanze con i bungalow e la piscina, la pineta e poi, finalmente, la spiaggia.
Per Diego il nemico numero uno è la via Aurelia, il pericolo da cui stare lontano, da affrontare sempre alla presenza di un adulto. Nella sua testa rappresenta l’unico ostacolo fra il mondo noioso e pieno di regole della grande casa dei nonni e le giornate spensierate al mare. Ogni tanto con la sua bici arriva fino al piazzale in ghiaia che immette nell’arteria trafficata. Si ferma lì qualche minuto ad osservare le macchine e i tir che sfrecciano nei due sensi. Immagina che la sua bici diventi un’astronave che, alzandosi in volo, attraversi la lingua di asfalto annientando con raggi laser le astronavi nemiche.
Diego al mare ci va in macchina con i nonni. I cuginetti più grandi e gli zii di Milano invece la casa per le vacanze la prendono al villaggio, al di là della Via Aurelia e al di là del campo di grano e loro, al mare, ci vanno in bicicletta. Come vorrebbe andarci in bici anche lui, i cuginetti gli hanno detto che il campo è attraversato da un sentiero sterrato che porta sulla pista ciclabile del villaggio che, attraversando la pineta, ti porta direttamente sulla spiaggia.
Diego odia la Via Aurelia!
Diego vuole andare al mare quella mattina, ma c’è un problema: quel giorno è domenica, e come tutte le domeniche non si va al mare la mattina perché, dicono i nonni, in spiaggia c’è troppa gente. La domenica si riposa, la domenica si sta tranquilli a casa e a metà pomeriggio ci si inizia a preparare perché la sera si va alla messa del Villaggio.
Diego odia la domenica!
Così, come tutte le domeniche, dopo pranzo, mentre i nonni fanno il solito riposino al fresco della grande stanza da letto del piano terra, (cascasse il mondo quel rito del pisolino dalle 14 alle 16 era un’altra delle leggi fondamentali su cui si basava la vita estiva della casa e Diego non si sarebbe mai piegato a quell’inutile perdita di tempo, nonostante i tentativi della nonna a convincerlo che dopo pranzo il corpo deve riposare per digerire meglio). E invece Diego pedala sulla sua bicicletta rossa e vaga senza una meta per il parco e i vialetti sterrati della casa, si destreggia fra dinosauri e creature crudeli di ogni forma e dimensione, con una canna di bambù incastrata nell’elastico dei pantaloncini, unica arma letale per sconfiggere i cattivoni che lo vogliono uccidere.
Il sole picchia forte a quell’ora, appena Diego mette il naso fuori dalle frasche dei vialetti ventilati viene travolto da un’ondata di caldo torrido. Le cicale ci danno dentro di brutto quel pomeriggio e sono l’unica colonna sonora che accompagna i film che il piccolo Diego si costruisce nella sua testa.
Immerso nei suoi combattimenti interminabili e carico dei suoi intensi pensieri di bimbo di sette anni con così tanti conflitti interiori dentro di sé, si trovò quasi senza accorgersene sul bordo del piazzale di ghiaia.
Nella sua testa parte il film:
Proprio dritto davanti a sé, in mezzo al piazzale, c’è un grande drago alato a tre teste. Diego decide di affrontarlo da solo, allo scoperto, l’uno contro l’altro, come in un duello finale. Fa un gesto con la mano da dietro la nuca fino alla fronte, come se si chiudesse l’elmo della battaglia e sguaina la cannuccia di bambù.
Fissò il suo nemico. Il suo nemico fissò lui con tutti e sei gli occhi iniettati di sangue. Diego parte all’attacco… la ruota posteriore della sua moto fotonica sgommò sulla coltre instabile di mini ragni robot e in un batter d’occhio fu sul nemico, la sua velocità ultrasonica e la sua posizione ormai vulnerabile gli concedevano un solo attacco, e lui lo sapeva. Accelerò. Ma anche il drago sapeva che sarebbe stato l’unico disperato tentativo e con un battito d’ali si spostò su un fianco facendolo sfilare davanti a sé e, una volta alle spalle di Diego, lo atterrò con un colpo di coda infuocata. Diego perse il controllo del mezzo, azionò il sistema di catapulta ma il comando non funzionò. Pinzò bruscamente il freno anteriore e venne sbalzato in avanti senza poter opporre resistenza.
Si trovò faccia a terra sulla ghiaia, con le ginocchia sbucciate e i palmi delle mani doloranti, polverose ed escoriate. Si tirò su, una lacrimuccia gli solcò il viso. Se ci fosse stato lì suo papà lo avrebbe guardato gonfio di pianto trattenuto e, rannicchiandosi fra le sue braccia, sarebbe esploso in lacrime… ”BUUUAAAAA… le mani, ginocchio, sbattuto per terr… BUUAAAAAA”, ma il papà, lì, non c’era.
Come l’appannamento causato dalle lacrime scomparve, Diego si trovò seduto per terra sul ciglio del piazzale, di fronte a sé solo un piccolo fossato poi l’asfalto. Un sussulto… altroché il drago alato con tre teste, quella lì era L’AURELIA!!!
…continua, chiaramente…
Serie: IL PICCOLO DIEGO
Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Molto scorrevole, a tratti mi ha fatto tornare in mente scene della mia infanzia, ma chi più chi meno, penso sia facile immedesimarsi con molti degli elementi suggeriti nel racconto.
Questo racconto mi ha evocato l’immagine di un film Pixar, uno di quelli che, anche se destinati ad un pubblico più giovane, mi piace guardare perché, in barba a quello che dice il bollino PEGI, a me piacciono e anche molto.
Ecco, l’idea è proprio quella.
Ho notato solo alcune incongruenze nei tempi verbali: tempo presente mischiato ad imperfetto e, soprattutto, a passato remoto. Però è qualcosa che una rilettura più tranquilla si può facilmente sistemare.
Molto bello. Ora attendo il seguito!
Hai ragione riguardo ai verbi, rileggendolo mi rendo conto che c’è bisogno di una messa a punto, spero che gli attenti lettori come te me lo perdonino.