Avere Vent’Anni

Abbiamo cercato dentro di noi il nostro vero nome, quello che più da vicino ci riguarda. C’è mancato un pelo ma per un pelo non l’abbiamo trovato. Siamo stati in silenzio e tra un respiro e l’altro abbiamo teso l’orecchio verso il punto del nostro corpo dal quale partono emozioni talmente dirompenti da toglierci il fiato, certi giorni, da farci tremare, urlare. Andare e tornare.

Ci siamo guardati allo specchio per ore, calcolando con quale frequenza la marea provocata dal sangue che ci scorre nelle vene porta sulla superficie degli occhi i nostri sogni e guardandoci negli occhi abbiamo domandato ai nostri sogni cosa loro vogliono da noi e da dove vengano e dove vanno, poi, un momento prima che la luce dell’alba li uccida. Abbiamo camminato anche quando la nostra testa era solamente piena di vento tanto che ogni cosa perdeva il suo senso e le parole erano solo un fischio troppo rapido, distante, già perso. Abbiamo chiesto alla nostra ombra un’idea che ancora a noi sfuggiva ma la risposta tutta intera non è arrivata mai. Siamo partiti senza.

Abbiamo cercato risposte anche quando non c’erano più domande da fare e quando ci siamo accorti che le risposte hanno cominciato a venderle stampate su magliette di cotone, abbiamo capito che la nostra rabbia era giusta e tutto il resto, invece, era tempo sprecato. Abbiamo rinunciato quasi da subito a chiedere l’ora ma non è bastato questo ad evitare che le lancette ci scorressero dentro ugualmente. È che ci eravamo illusi, ci eravamo detti che noi potevamo aspettare e che il tempo, invece, era schiavo di se stesso. Non è così che gira. Anche i secondi tagliano.

Qualche volta abbiamo pensato che ce la saremmo potuta cavare a buon mercato ma abbiamo scoperto pagando doppio, che non è mai stato così, per nessun motivo, che c’è sempre un prezzo, un conto da pagare appena fuori dalla porta. Abbiamo pagato volentieri anche se tanto, pur di metterci nella condizione di essere lasciati in pace da chi tregue non ne firma mai, da chi è in guerra a ogni ora del giorno, tutti i giorni, senza un perché. Abbiamo fatto finta di niente quando tutti erano contro di noi, li abbiamo lasciati indietro insieme alle loro parole inutili, alle loro bandiere, alle loro buone intenzioni ai loro vicoli ciechi.

Abbiamo lasciato perdere la sicurezza e le proiezioni in avanti, tiriamo a caso, adesso e non è che vada meglio o peggio ma ci sembra più giusto, più onesto così. Ci serve per non metterci in testa cose che non saremo mai più in grado di costruire, ci serve per non mentire a noi stessi di proposito e tutto sommato è già qualcosa considerando i trucchi che ci dobbiamo inventare per rimanere bilanciati su noi stessi, per mantenere un assetto che neanche dovrebbe esistere, visto che siamo in caduta libera, e da tanto ormai, così che ci riesce anche facile pensare che, invece, stiamo volando via.

Abbiamo capito che il bene e il male sono due cani addestrati dal padrone, abbiamo saputo con una certezza capace di ferire che una cosa non esclude l’altra, che niente resiste a lungo. Abbiamo ascoltato gente impossessarsi senza ritegno di parole spaziose e complicate. Sfaccettate come mondi interi. Le abbiamo viste agonizzare e morire, svuotare di ogni significato possibile. Ci siamo allontanati con la nausea solo per imbatterci nella menzogna degli uomini, la nostra menzogna, l’irresponsabilità colpevole di quello che siamo, la fiacchezza compiaciuta delle nostre grasse idee, l’inutilità del nostro piccolo coraggio formale da concorso, la libertà equivocata furbescamente con la gratuità. Ci siamo rivolti ai profeti e ne abbiamo conosciuto la truffa. Luminosi di luce al neon parlavano con voci allenate all’ipnosi su larga scala, delle insondabili profondità del sole. C’eravamo anche noi, nelle piazze, e mentre ascoltavamo increduli e ringhianti questi pazzi ben pagati da un dio in terra, mescolati com’eravamo in mezzo a milioni di persone silenziose, abbiamo sperato con tutte le nostre forze in un inciampo, abbiamo passato voce per una rivolta.

Non capivamo che gli altri ci guardavano senza capire. Abbiamo capito in che modo tutto è già fottuto quando l’applauso, sorprendendoci, ci ha schiantato i timpani e quel che rimaneva del cuore. Abbiamo dovuto correre noi, per non essere massacrati e abbiamo scoperto che non è tanto difficile prendere metri da chi ha barattato l’anima per un pugno di sabbia quanto andare avanti senza un orizzonte verso cui puntare. Abbiamo dormito per giorni interi evitando di pensare, cercato nel buio la ragione della nostra inquietudine. Abbiamo raccolto tutte le nostre energie per trasformarci in intuizione pura, abbiamo preso la vita e l’abbiamo spogliata di ogni cosa che ci pareva non servisse: i giri di parole dei poeti, i macigni che i filosofi ci hanno fatto rotolare sopra, le croci che le religioni ci hanno conficcato dentro, una dietro l’altra, in un modo o nell’altro. Abbiamo ripulito tutto, cancellato le impronte digitali, camminato a ritroso fino all’origine e quello che è rimasto ci ha colpito perché era una cosa che dicevamo da bambini, che sapevamo da tempo: dire, fare, baciare, lettera, testamento. Un gioco, guarda caso. E una penitenza.

Abbiamo cambiato le nostre vite in fiches, affittato vestiti eleganti, passato tutta la notte a giocare d’azzardo. Siamo usciti per ultimi, che quasi era l’alba, ce ne siamo andati via come fantasmi e anche adesso, se qualcuno ce lo chiede, non sapremmo dire se quella volta lì abbiamo vinto oppure no.

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Discussioni

  1. Uno stile che definirei elegante e impeccabile. Le considerazioni che mi lasciano a bocca aperta, amareggiata quasi. Tutto questo è stato, ‘abbiamo’, e adesso, mi chiedo? Adesso vorrei avere ancora la testa piena di vento. Bravissimo

  2. Imperdonabile, è la mia accusa.

    Non si può non commentare un brano così, in cui l’autore ha riversato un fiume emotivo. A parziale giustificazione, riconosco che il livello è davvero alto. Non parlo della forma, invidiabile, dello stile, personale e accattivante. Qui è il contenuto che spaventa per maturità, sensibilità ma soprattutto, ecco ci tengo a fare un inchino con tanto di chapeau, per una correttezza etica esemplare che definire rara è poca cosa.

    Perché vedete, Michele Bartolini non ci ha parlato di guerra o pace, di sacro e profano, di sesso o amore: quale credibilità avrebbe avuto nel divenire egli stesso un falso profeta?

    Lui ci ha parlato di noi, di ciò che credevamo di essere e non siamo.

    Su tutto, scelgo i secondi che tagliano e la metafora finale del gioco, davvero commovente.

    Bravissimo, per il mio modesto parere.