Azzurri come il mare. Infiniti come il cielo
Serie: Morirò d'estate
- Episodio 1: Morirò d’estate
- Episodio 2: Bastardo
- Episodio 3: Fame d’amore
- Episodio 4: Mind to mind
- Episodio 5: Uomo fritto
- Episodio 6: Mutande nuove
- Episodio 7: Sarai felice
- Episodio 8: In gabbia
- Episodio 9: Chiamato per nome
- Episodio 10: Campo Base
- Episodio 1: Morto e risorto
- Episodio 2: Tutto questo per me?
- Episodio 3: Nuova possibilità
- Episodio 4: Amare per primo
- Episodio 5: La gallina che becca
- Episodio 6: Nato sbagliato
- Episodio 7: Il primo passo
- Episodio 8: Visto, sentito, compreso
- Episodio 9: Vicolo stretto
- Episodio 10: Paura e compiacimento
- Episodio 1: Coccole e dolore
- Episodio 2: Vita e fantasmi
- Episodio 3: L’amore mancante
- Episodio 4: Solo, vuoto e svuotato
- Episodio 5: Urge Surfing
- Episodio 6: Azzurri come il mare. Infiniti come il cielo
STAGIONE 1
STAGIONE 2
STAGIONE 3
Quella sera per cena, mangiai i soliti spicchi di mela e poi mi preparai per andare a dormire.
Mentre mi toglievo i jeans, mi ricordai del biglietto che avevo trovato in chiesa. Lo estrassi dalla tasca e lo rilessi, cercando di capire il significato di quella frase, ma non ci riuscii. Lo ripiegai di nuovo e lo conservai tra le pagine del mio diario.
I giorni successivi li trascorsi freneticamente, tra il lavoro, il tentativo di trovare una soluzione per rimanere in quell’isola anche dopo il mio congedo e la preparazione per la festa di fine servizio di Dario e Salvo.
Un pomeriggio, in un momento di pausa, decisi di scrivere una pagina del mio diario. Era da alcuni giorni che non lo facevo.
«Venerdì 18/08/200. Sto provando a mettere in pratica i consigli della mia psicoterapeuta. Provo a cavalcare le emozioni negative, ma puntualmente mi ritrovo sopraffatto dall’angoscia. Ieri mattina, ad esempio, ho chiamato a casa. Ha risposto mio padre e non sono riuscito a dire neanche un semplice “ciao”. Una fitta al petto mi ha paralizzato e le parole sembravano inchiodate alla gola. Ho riattaccato e sono corso in bagno a vomitare, il nulla che avevo mangiato. Mi sono sentito piccolo, nudo e sporco. Ma soprattutto sbagliato. Ecco, se dovessi descrivermi con una parola, mi definirei sbagliato.
Scrissi quelle parole velocemente, come se non volessi dare ai miei pensieri la possibilità di cambiare il giudizio che avevo di me stesso.
«Mi sento come se fossi intrappolato in un labirinto di pensieri. Ogni volta che cerco di uscire, mi ritrovo di nuovo al punto di partenza. È questo che si prova a essere pazzi? È questo che sono? Un errore? Un fallimento? Forse l’unica cosa che posso fare è accettarlo. Accettare di essere sbagliato. Accettare di essere fragile». Continuai a scrivere, mentre i miei occhi si riempivano di lacrime.
Chiusi il mio diario e, nel farlo, cadde per terra il bigliettino che giorni prima avevo trovato in chiesa.
«Sei mai stato in un posto dove il tempo si ferma?» rilessi.
«Magari esistesse» esclamai, sorridendo amaramente, mentre attaccavo quel biglietto sul diario con dello scotch.
Poi andai in bagno, mi ricomposi un po’ e uscii. Volevo andare in chiesa, l’unico posto dove non mi sentivo sbagliato.
Quando arrivai, mi sedetti ai banchi finali e cominciai a osservare il Cristo Risorto. Questa volta, però, pregai. Per la prima volta avevo qualcosa da dirgli.
«Non so chi sono. Tutti dicono che tu sei Padre, Figlio e Spirito Santo. Ecco, allora dimmelo tu chi sono! Dimmi che non sono un errore. Dimostrami che la mia vita ha un senso» dissi a bassa voce, per evitare di essere sentito dalle altre persone presenti in chiesa.
Fissavo il Crocefisso con un misto di rabbia e di speranza allo stesso tempo.
Cominciai a piangere e fu in quel momento che vidi alzarsi da qualche banco avanti a me una ragazza. La riconobbi subito: era la ragazza che avevo incontrato nei giorni precedenti in libreria. Bionda e glaciale, seria e malinconica.
Abbassai lo sguardo, per non farmi vedere in quello stato, e aspettai che uscisse dalla chiesa.
D’istinto mi alzai e la seguii. Si era fermata davanti alla Madonna in gabbia e chiacchierava animatamente con Padre Andrea.
«Allora si conoscono!» mi chiesi incuriosito.
Poi rientrai in chiesa e continuai la mia conversazione silenziosa con quel Cristo Risorto, che quel giorno mi sembrava così reale da volerlo quasi aiutare a scendere da quella Croce di legno.
Rimasi seduto qualche minuto, aspettandomi, forse, una risposta o perlomeno qualche illuminazione, ma non successe nulla.
«Ciao Luca!» sentii improvvisamente alle mie spalle.
Era Suor Lucia, che con il suo solito sorriso accogliente mi salutava e si sedeva al mio fianco.
«Ciao!» risposi, mentre le lacrime cercavano di nuovo una via d’uscita dalla mie ghiandole lacrimali.
Non cercai di fermare il mio pianto. Al contrario, lasciai che la mia affiliazione uscisse fuori e non mi vergognavo, non mi sentivo fragile, non mi sentivo sbagliato, ma semplicemente mi sentivo vivo.
Stavo cavalcando il mio dolore e mi sentivo forte. Libero.
Suor Lucia mi abbracciò, senza dire una parola. E quell’abbraccio fu come quelle mani alzate al cielo, di quel Cristo Risorto, che per la prima volta avevo pregato.
«Stasera, ti va di cenare con me?» mi chiese, come a non voler sottolineare la mia disperazione di quel momento.
«Si!» risposi, asciugandomi le lacrime.
«Bene. Ci vediamo alle 20:00 davanti al cancello della chiesa allora, e andiamo, a mangiare una bella pizza».
Tornai a casa, già pentito per aver accettato quell’invito. Avevo paura di vomitare in sua presenza, ma allo stesso tempo ero stanco di essere solo con i miei pensieri.
«Forse, questa è l’occasione per uscire, almeno per un po’, dalla mia bolla di dolore» pensai.
Mi preparai per la serata, cercando di nascondere i segni del pianto.
Quando arrivammo in pizzeria, trovai già seduti Padre Andrea e altri ragazzi e ragazze. Era una grande tavolata e mi colpì subito la presenza della biondina dagli occhi di ghiaccio.
Mi sentivo a disagio, non ero pronto per una serata del genere, ma non potevo scappare. L’unico mio pensiero era quello di riuscire a non vomitare.
Mi sedetti a fianco alla biondina e, cercando di apparire il meno impacciato possibile, le chiesi: «Mi sembra di averti già conosciuta, ma non ricordo dove».
«Sì, tu dovresti essere quello strano ragazzo che tempo fa ho incontrato in libreria e che mi ha scambiata per una commessa. Comunque io sono Serena».
«Non mi ricordo» risposi, fingendo e presentandomi anch’io.
Ero imbarazzato per essere stato definito strano, ma allo stesso tempo gratificato per essere stato riconosciuto.
Quando tornai a casa, ero stranamente sereno.
Presi il mio diario e, sotto il bigliettino che avevo attaccato, scrissi: «Il tempo si ferma quando il cuore si spezza. In un istante di dolore, i minuti sembrano eterni e l’oggi si confonde col domani, mentre il passato ti congela. Ma bastano due occhi, azzurri come il mare e infiniti come il cielo, affinché quel tempo diventi eterno».
«Sto diventando un poeta» dissi tra me e me, prima di indossare il mio pigiama giallo e andare a dormire.
Quella sera non vomitai.
Serie: Morirò d'estate
- Episodio 1: Coccole e dolore
- Episodio 2: Vita e fantasmi
- Episodio 3: L’amore mancante
- Episodio 4: Solo, vuoto e svuotato
- Episodio 5: Urge Surfing
- Episodio 6: Azzurri come il mare. Infiniti come il cielo
La descrizione minuziosa dei luoghi e degli eventi fa pensare, come ho già detto, a una storia vera; eppure hai dato a questo racconto un’impronta noir, con un tocco magico che incuriosisce sempre di più il lettore. Bravo, Corrado.