Seelie – Benedette
Serie: Ali-morte
Il popolo fatato considera gli umani un male, un nemico a cui opporsi con tutte le forze, tanto da chiedere alla dea madre la creazione di un doppione del pianeta, ma libero dalla presenza di tali creature fameliche, avide e distruttive.
- Episodio 1: Seelie – Benedette
STAGIONE 1
Mai col novilunio.
Questa è la regola d’oro. Sono da evitare anche i sorrisi e le lacrime della Luna: quando la falce somiglia a una risatina folle o a una remissiva tristezza .
Il momento migliore per far schiudere la goccia dorata è durante il massimo fulgore, il plenilunio.
Le piccolissime particelle di luce intrise del candore magico di mille desideri amorevoli, conferiscono alla prole, racchiusa in quella piccola sfera lucente, la giusta dose di nutrimento incantato che rende ogni nascituro forte e fausto.
Meno luce vuol dire meno potere, niente luce significa solo una rapida fine nell’inconsapevolezza di una consunzione dovuta alla cronica carenza di magia.
«Si chiamerà Nimue.» esclamò mentre il mestolo di legno lucido e finemente decorato rigirava un enorme fungo gambasecca tagliato a cubetti, aromatizzato da frammenti d’aglio, peperoncino e sale.
«Nimue è un nome bellissimo, no? Che dici Melli?»
«Dico che è un nome importante Vivi… portarlo non è facile. Nimue è stata tra le più potenti e amate regine che il nostro popolo abbia mai avuto. Non so, magari rischi di mettere addosso alla piccola un po’ troppe aspettative, non trovi?»
Le parole di Melli risuonano preoccupate alle orecchie di Vivi.
«Io ti amo con tutta me stessa, ma alle volte mi verrebbe voglia di donarti a una unseelie, per la sua collezione di schiavi.» Vivian non era arrabbiata, ma semplicemente delusa. Erano settimane che passava al vaglio migliaia di nomi e Nimue le era sembrato davvero perfetto.
Sfiora con il dorso della mano il frutto di un piccolo pensiero felice, il dolce profumo di un amore infinito per un’amica a cui avrebbe donato tutta se stessa.
Una semisfera sporge morbida, tiepida e dalla risata facile.
Ti chiamerò Nimue, così potrò gridare Ninì dalla finestra quando ritarderai per il pranzo e sussurrerò piano il tuo nomignolo quando sentirò il tuo respiro farsi lento e regolare dopo una giornata ricca di giochi e di risate.
La piccola sfera al centro della fronte di Vivian brillò tre volte, irradiandole il corpo di piacevolissime sensazioni di solletico e gioia.
Si siede sul divanetto di legno di sambuco che lei stessa ha decorato con intagli dei suoi fiori preferiti: bucaneve, peonie e ibischi.
Hanno scelto insieme le orecchie di lepre come foglie per i grandi cuscini che servono da seduta e schienale. Stringe a sé la bellissima Mellea, assorta nella lettura di un piccolo libro di incanti, ricavato da ritagli irregolari di foglie di palma talipot, una rarità da quelle parti.
«Non sei arrabbiata con me per un nome tanto pomposo?» Vivian appoggia la testa nello spazio tra le gambe ed il torace della sua compagna di una intera vita inebriandosi del leggero profumo di menta che scaturisce dalla maglia sapientemente intrecciata.
«Mi hai mai vista arrabbiata davvero con te? Scemotta. Ho solo paura che la piccola venga presa in giro… lo sai quanto maligni sanno essere i bambini.»
Melli rivela le sue preoccupazioni staccando gli occhi dall’incantesimo che serve a migliorare il gusto delle erbe amare e inizia ad accarezzare quei capelli con la consistenza piumosa del pappo dell’infruttescenza del tarassaco.
Anche lei fa parte di quella delicata idea di vita che stava maturando.
«Lo sai che la piccola mi tiene sveglia con la sua luce vero?»
Vivi è abituata a dormire con il buio quasi totale e il giallo aranciato emanato dalla fronte le dà la sensazione spiacevole di poter essere scambiata per una volgare scintilla notturna, un fuoco fuori stagione del corteggiamento che gli insetti luminosi, chiamati dal suo popolo le false fate, usano per assicurarsi una discendenza numerosa nel periodo estivo, ma in inverno, con Oberon alto nel cielo notturno, è difficile venire scambiata per un misero animaletto intermittente.
«A me piace. Vedo il tuo profilo, mi innamoro ogni volta dell’accenno di sorriso che hai quando sogni di ingozzarti col nettare dell’albero del miele.»
«Io non mi ingozzo!» Vivi diede una finta manata sul petto del suo amore e la piccola sfera brillò allegra un po’ più forte.
«Quanto pensi che manchi?» domanda Melli posando il suo prezioso libro scritto con l’inchiostro ricavato dalle galle di quercia, il suo indice stava tracciando dei cerchietti sulla pelle attorno alla sfera dorata.
«Secondo me, potrebbe schiudersi fra un paio di settimane, forse dopo… Come è la luna ora?»
«Siamo alla fine dell’ultimo quarto, il novilunio dovrebbe iniziare a breve. È probabile così che nasca per la gibbosa crescente.» l’applauso di Melli è sincero e felice.
«Noi siamo due prime quarti, un accenno di sorriso dopo le notti buie e inquiete. Possiamo solo ambire a ruoli di servizio e di conforto… ma una gibbosa! Una gibbosa potrebbe accedere alle aule studio, potrebbe aprire le porte tra i mondi. Non si accontenterebbe di far crescere i gambesecca o di distillare un po’ di liquore malefico.» Melli diede un bacio leggero su quell’idea dorata che si aggirava tra i corridoi imperiali dell’alto palazzo e la servitù si faceva da parte chinando la testa.
«Sei una sciocca sognatrice amore mio, per questo ti adoro… riesci a far sognare anche me.» La faccia di Vivian carezza il ventre di Melli sprofondando tra i quadratini di foglie legate insieme dalla scintillante tela di Zilli, la piccola aracnide che fa da rocchetto per le sarte di Albero Grande.
Quella notte la luce aranciata illumina le pareti della piccola camera ricavata nel legno di un modesto pino, ma senza procurare a Vivi quel fastidio da fonte luminosa troppo vicina agli occhi.
Mellea si addormenta con le braccia strette a proteggere il cuore di ciò che considera la fonte della sua stessa vita.
«Vivi! Hai visto che stiamo finendo il nettare d’okra?» il rumore delle stoviglie di legno che si urtano sono punture di spine che Melli adopera per la tortura mattutina.
«Ti odio Mel. Volevo dormire un altro po’.»
La coperta scalciata con rabbia finisce sul pavimento. Le grandi ali stiracchiate brillano alla luce del sole, ogni cella emana un riflesso esagonale dal colore differente e il tremolio della muscolatura contratta e allungata ne amplifica lo scintillio, riempiendo la camera di piccoli arcobaleni rotondi.
«Pazienza.» dice sbadigliando e la voce suona anch’essa allungata. Ripiega le ali, aprendo un’anta della finestra alla nuova giornata.
Sfiora con il dorso della mano il frutto di un piccolo pensiero felice, il dolce profumo di un amore infinito per un’amica a cui avrebbe donato tutta se stessa.
Ti chiamerò Nimue, così potrò gridare Ninì dalla finestra quando ritarderai per il pranzo e sussurrerò piano il tuo nomignolo quando sentirò il tuo respiro farsi lento e regolare dopo una giornata ricca di giochi e di risate.
Si siede sul divanetto di legno di sambuco che lei stessa ha decorato con intagli dei suoi fiori preferiti: bucaneve, peonie e ibischi.
Hanno scelto insieme le orecchie di lepre come foglie per i grandi cuscini che servono da seduta e schienale. Stringe a sé la bellissima Mellea, assorta nella lettura di un piccolo libro di incanti, ricavato da ritagli irregolari di foglie di palma talipot, una rarità da quelle parti.
Vivi è abituata a dormire con il buio quasi totale e il giallo aranciato emanato dalla fronte le dà la sensazione spiacevole di poter essere scambiata per una volgare scintilla notturna, un fuoco fuori stagione del corteggiamento che gli insetti luminosi, chiamati dal suo popolo le false fate, usano per assicurarsi una discendenza numerosa nel periodo estivo, ma in inverno, con Oberon alto nel cielo notturno, è difficile venire scambiata per un misero animaletto intermittente.
«Vivi! Hai visto che stiamo finendo il nettare d’okra?» il rumore delle stoviglie di legno che si urtano sono punture di spine che Melli adopera per la tortura mattutina.
«Ti odio Mel. Volevo dormire un altro po’.»
La coperta scalciata con rabbia finisce sul pavimento. Le grandi ali stiracchiate brillano alla luce del sole, ogni cella emana un riflesso esagonale dal colore differente e il tremolio della muscolatura contratta e allungata ne amplifica lo scintillio, riempiendo la camera di piccoli arcobaleni rotondi.
«Pazienza.» dice sbadigliando e la voce suona anch’essa allungata. Ripiega le ali, aprendo un’anta della finestra alla nuova giornata.
Continua...
Serie: Ali-morte
- Episodio 1: Seelie – Benedette
Un incipit magico e molto carino, mi hai messo tanta curiosità.
Ciao Melania! Ho da poco finito la storia dedicata al “mago di terracotta” che sto ancora pubblicando qui su EO e questa è nata quasi senza che me ne accorgessi. Spero di riuscire a mantenere elevata la tua curiosità per fate, spiriti elementali e l’intero parco macchine del piccolo popolo 😁. Grazie mille per la lettura. ♥
Ciao Emi, che bello l’ inizio di questa nuova serie. Mi sono immersa in questo mondo fantastico che hai descritto con colori, forme e nomi che conquistano sin dal primo episodio, con un incipit vagamente poetico la scrittura sapiente di chi, ormai, sa fare un uso delle parole come l’ orafo che lavora la filigrana.
Ciao Emme! 🤗Non hai idea di quanto piacere mi faccia leggerti. Grazie mille! Questa storia doveva essere una favoletta abbastanza sempliciotta: una fatina difettosa che intraprendeva una lotta per non essere di peso agli altri, ovviamente man mano che il racconto prendeva forma la trama si è trasformata. Ha sempre il nucleo che avevo immaginato, ma i colori hanno assunto sfumature bizzarre e inquietanti. Staremo a vedere…😊
L’importanza del nome, il suo peso, la bellezza del significato. Ce lo portiamo appiccicato addosso fino alla fine dei nostri giorni e spesso diventa una responsabilità. A me è successo tante volte, da bambina, di essere derisa per il nome che porto. Spesso il mio nome viene frainteso e storpiato. Mi chiedo se non dovremmo dare il nome solamente quando conosciamo le caratteristiche della persona.
Mi piace moltissimo questo inizio serie, non solo per come è scritto e per la storia narrata. Anche per la positività che porta in sè, le immagini che esprimono gioia e bellezza. Credo sia davvero lo specchio della tua anima bella. Salgo volentieri su questa carrozza. Un abbraccio Emi
Oddea! 😀 Ora sei tu che mi metti addosso un’ansia da prestazione terrificante🤣. Ciao Cristiana! Lo sai che io dovrei rispondere quando qualcuno grida Francesco? Fu mio nonno, che lavorava all’anagrafe, a mettermi di nascosto il suo nome. Ma nessuno mi ha mai chiamato così, tranne quando mi reco in un qualche ufficio postale e la cassiera mi chiama per il colloquio sullo stato del mio libretto e io non mi giro manco con i cazzotti sulla nuca… In genere i nomi assumono la forma di chi li indossa, se ti chiamassi Frau Blücher Pezzotti, mi piaceresti un sacco lo stesso, magari eviterei di pronunciarlo vicino a una scuola d’equitazione.
Comunque aspettati… ehm l’impensabile. Grazie mille Cristiana (che poi adorerei chiamarti “Cri” ❤️).
Menta e orzata, caro Emi e, ancora, buonanotte 🥸🥸🥸