Binari paralleli

Serie: Un'altra vita violenta


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Il protagonista Carlo Alberto viene introdotto al pubblico. Ragazzo che ha preso la sua memoria, cerca di raccogliere le sue memorie con pazienza

Mattina, e il solito rumore delle macchine che andavano avanti e indietro, mentre lui se ne stava ancora sdraiato sul letto. Come chi si addormenta per dormire ancora poco di più, Alberto aveva gli occhi chiusi e stropicciati dalla stanchezza. Le ossa indolenzite e un certo languore che provava a svegliarlo, ma lui rimaneva in uno stato di sopore in cui tutto ciò che veniva da fuori era filtrato dalla sua mente. Sentiva i rumori dei clacson, ma subito li dimenticava. La sveglia suona. Si alza e tira da parte le coperte, solo per sentire il fresco che stava subito fuori dal suo letto.

Era tempo di prepararsi per andare all’università, quindi si doveva lavare e vestire per poi far colazione e uscire di casa, e una volta arrivato alla stazione, chiuso in una cella vagone, avrebbe aspettato come tutti gli altri che il treno arrivasse in città.

Uscì di casa, dunque, e chiuse la porta con un giro nella toppa, ed ecco che proprio in parallelo al cigolio della chiave, sentì il rumore che ogni giorno Minerva faceva quando dava inizio alla pulizia della casa.

Dimenticavo, Minerva era una vicina di pianerottolo di Alberto: sulla settantina scarsa, con bei capelli svolazzanti che erano tipici delle donne giovani negli anni sessanta, i gioielli di famiglia, un sorriso che non parlava di rassegnazione e una fra tutte le gonne a campana che poteva portare solo lei. Era lei, ecco, che cominciava il solito tran tran nella sua casa solitaria, forse nella speranza che qualche figlio improvvisamente venisse a farle visita nel giorno; oppure rassettava le stanze per ridare loro la bellezza degli anni passati. La nostalgia è la felicità di chi non riesce più a vivere il presente, e Alberto aveva capito che Minerva lo sapeva quando una volta le fece visita e notò come le ceneri del marito erano in un’urna. In fondo, anche lui era tornato a essere materia slegata, e rimanevano solo i ricordi.

Si chiese perché ebbe quel pensiero, e si rispose che non accelerare, altrimenti si perdeva il treno. Forse aveva un po’ l’obbligo di fare una visita alla vicina, visto che lei era tanto cara con lui. Camminava per il selciato fradicio della brina di metà settembre, e pensava che quello fosse il mese più crudele dell’anno, con le foglie che se ne andavano via, svilendosi come i volti tumefatti delle persone dal freddo e dalle percosse della brutta stagione. Sempre le persone se ne andavano in uno stato di letargo, in vista di qualche festa, per poi tornarsene nelle proprie abitazioni. Né i passeggeri né i conducenti di treni erano disposti a sorridere per qualche sciocchezza, anzi, ognuno, rinchiuso nelle proprie necessità, si rifugiava dentro un cappotto pesante o una sciarpa avvolgente e comoda. E che? Non era che gli umani se ne andavano tutti per le proprie strade anche negli altri mesi? Ebbene sì, era così tanto a giugno quanto in aprile, ma forse in settembre quella tendenza si vedeva di più: vuoi che fosse perché molti tornavano dalle ferie, o perché si notava come la morte delle piante lasciasse spazio solo agli uomini nelle città e nelle campagne. E non era nemmeno come a dicembre, in cui l’allegria del natale mascherava la tensione delle persone, né come a novembre, in cui il freddo e la mancanza di feste spingevano le persone a starsene a casa. Mi correggo, non è che ci fossero qualcosa che spingesse le persone a starsene a casa, bensì esse usavano la scusa del freddo e della noia per starsene casa. Si sentiva combattuto fra il credere a quello che pensava o se rifiutare quel pensiero.

Folate di vento lo raggiungevano mentre si addentrava fra le stradine principali del paese, ed ebbe la sensazione che a smuovere tutte quell’aria fosse il brusco spostamento del treno.

Passeggiando sui ciottoli corrosi dall’usura, guardava i signori che bevevano caffè e schiamazzavano con le loro voci grosse e cavernose per via dei raffreddori e delle parlate locali. Bambini strattonavano i genitori per andare o al parco o perché non volevano andare a scuola, e le signore più anziane giravano tutte in coppia o gruppi giusto per aver compagnia nel biasimare i comportamenti dei bambini e per condannare la maleducazione dei genitori.

Alcuni giravano in bici, forse per andare alla stazione, forse perché il loro ufficio li aspettava famelico, o perché era uno dei loro giorni liberi. Lui aveva da andare, e così procedette verso la porta principale della piccola gare.

Faceva davvero freddo lì fra le casette, più di quanto ne aveva sentito mentre aveva camminato fra le palazzine del suo quartiere fantasma. Le lampade dei piccoli baretti non aiutavano a combattere quella sensazione di gelo che aleggiava nella città, né davano supporto, esattamente come tutti il resto in quella città. Salvo per i fiori e i mosaici di maiolica fissati nei muri, con sopra scritte di spray. I petali erano già appassiti e volavano ora a destra ora a manca, e alla fine decidevano di andarsene verso i gradini d’entrata della struttura della stazione.

Lì dentro era sempre un carnaio e un ginepraio, con chi che correva per andare o al bagno o per afferrare all’ultimo il proprio numero, mentre chi ancora aspettava stava o seduto oppure in piedi come statue sfregiate. Signore tenevano i figli neonati sul grembo e guardavano le ultime notizie o perché davvero interessate oppure per distrarsi dai pesi della maternità, mentre adolescenti stavano seduti di lungo sulle panchine e starnazzavano. Il fiore della gioventù che già genera confusione, e lui fino a pochi anni prima erano stato come loro. Forse meglio, ma quella era una speranza dovuta alla repulsione che provava a vedere voltacci del genere. Riprese a muoversi verso la sua piattaforma, e di tanto in tanto provava a non calpestare i rifiuti lasciati per terra: mozziconi, vestiti sporchi, fazzoletti e bustine, pacchetti e altro. Che se le lavassero realmente le mani quelli che raccoglievano la robaccia gettata per terra dalla malagente?

Serie: Un'altra vita violenta


Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Per sbaglio ho letto il terzo capitolo prima di questo…
    La storia procede più che altro con riflessioni – che trovo scritte benissimo -, interrotte di tanto in tanto da descrizioni dell’ambiente e delle persone, tutte molto efficaci.
    Bravo!