
Boxe
“Ho letto da qualche parte che ognuno di noi dovrebbe avere il coraggio o il diritto di essere sé stesso, di inseguire i propri sogni”.
Sono convinto del fatto che ognuno di noi dovrebbe avere almeno un’opportunità o quantomeno spingersi oltre certi ostacoli per riuscire ad essere sé stessi.
Sì, l’opportunità che spesso la vita ti mette davanti ma a volte non vogliamo coglierla, forse per pigrizia o semplicemente non riusciamo, altre volte più semplicemente questa ce la neghiamo, perché abbiamo alzato muri troppo alti a protezione di anime troppo deboli.
E io quel giorno avevo deciso che dovevo darmi questa piccola opportunità, quella di mettermi alla prova, per vedere, quella strana lucida voglia di farmi del male, fin dove mi avrebbe spinto.
Mi avvio a passo svelto per cercare di evitare le auto che, impazzite nel traffico serale, sembrano proprio non vedermi. Stasera la pioggia ha bagnato quel tanto che basta l’asfalto per farlo diventare uno specchio dove riflettere la mia immagine e i miei pensieri.
“Preferisco non dire niente a nessuno. È una cosa personale tra me e ciò che sono diventato”
Così mi sono detto e così ho fatto, ho preso la decisione e stasera sarà la mia prima sessione di allenamento.
Ci sono, sono davanti alla porta e mi fa strano dopo tanto tempo ritrovarmi dentro una palestra di boxe. Entro, l’ambiente mi sembra meno ostile di quello che ricordo aver incontrato anni addietro nella palestra di piazza Dante.
Nella sala ci sono sacchi di varie forme e pesi disposti lungo il perimetro e su di un lato il quadrato o per meglio dire il “ring”.
“Un ring di pugilato (che in inglese significa «anello», è riconducibile all’originaria forma della pedana che era, infatti, circolare), spesso indicato semplicemente come quadrato, è la struttura all’interno della quale si svolge un incontro di pugilato. Sembra facile detta così, in quel quadrato si mette tutto ciò che uno è, inclusa la vita”.
Il maestro dà il via e si inizia con l’allenamento, io inizio in modo blando, quasi impacciato, e rilegato in un angolo cerco di tenermi fuori, fuori dagli sguardi, fuori da tutto.
Mi alleno e mi chiedo dove sia finita quella rabbia che mi accompagna in questi giorni, dov’è finito quel mostro che sento risiede nell’animo e che in questo tempo, troppo spesso, me lo ritrovo di fronte che mi fissa, mi provoca, che mi incita a lasciarlo andare;
“L’altra parte di me: quando ti farai da parte e mi lascerai fare quello che sai che so fare bene”
Ma stranamente stasera mi sento solo, sono quasi al limite del disagio, quando poi indosso i guantoni mi sento ancora di più fuori luogo, non adatto, io non sono un violento… io.
Seguo attentamente le istruzioni del maestro, mentre osservo con attenzione i suoi movimenti, cerco di memorizzarli e contestualmente cerco anche di capire dove siano i segni, sul suo volto, di quasi duecento combattimenti, li cerco sui suoi lineamenti e nel fisico, non proprio simile al classico fisico da boxer.
Alle spalle del sacco c’è uno specchio che riflette un’immagine di me quieta quasi distante da ciò che mi circonda: ma qui che ci faccio e poi tu dove sei.
Inizio a tirare di boxe; poni le mani di fronte al mento in modo da proteggerlo, piega i gomiti, mento in giù, e assicurati che i fianchi siano allineati con i piedi, destro a protezione del corpo e sinistro alto, pronto a colpire. E così, colpo dopo colpo mi rendo conto che il sacco è pesante e che tirare pugni fa male, molto male, specialmente alle mani.
La fatica inizia a farsi sentire, ogni colpo mi ritorna indietro con un dolore alle mani sempre più forte e le gambe sembrano di legno piantate a terra, contrarie ad ogni mio sforzo di farle muovere.
Osservo ancora la mia immagine allo specchio, mi sembra strana e penso che forse quel mostro che credo sia dentro di me non esiste, è sicuramente solo frutto della mia malata immaginazione o è solo la rabbia di certi momenti che poi svanisce nel nulla quando la ragione prende il sopravvento, un po’ come capita a tutti, infondo…
Ora la fatica sembra prendere veramente il sopravvento, mi sento un pugile all’angolo, vorrei andare via o almeno questo mi dice di fare una parte di me, quella cosciente, vigile su tutto. Mi osservo ancora allo specchio, ho gli occhi rossi per il sudore, mi bruciano maledettamente e le mani dolenti.
Il dolore sembra richiamare qualcosa in me, ora inizia a fare tutto meno male e ho anche meno paura.
“Troppi pensieri dentro la testa non mi fanno bene”
Colpisco una, due, tre volte il sacco. Il ritmo prende il posto dei pensieri, l’istinto il posto della ragione, ora mi accorgo che il respiro diventa sempre più profondo, la vista sembra ridurre il suo campo visivo.
Tutto sembra andare in una dimensione diversa da quella con cui ho iniziato ma non mi è sconosciuta, anzi la conosco bene.
Mi sembra di vedere solo il sacco che oscilla e mi viene contro come una minaccia e tutto il resto sembra essere svanito, mi riesce difficile anche vedere la mia immagine nello specchio.
Vado avanti a tirare pugni e ancora, ancora uno, ora il sacco mi sembra più leggero, non fa male ho solo voglia di colpire sempre più forte.
“Riconoscere i segnali”
La percezione della realtà si sta deformando sento che sta venendo fuori, serro i denti e colpisco. Il respiro profondo porta ossigeno nei miei polmoni e restituisce rabbia, tutta quella che ti porti dentro.
E’ qui, spinge forte sulla ragione, vuole venire fuori e liberarsi di me. Allento la presa sul controllo, ogni colpo ora è accompagnato da un grido che viene dal profondo come da un lontano passato.
“Ricordi di un lontano passato”
Come quando quella sera al turno di guardia sulle mura di cinta della caserma, mi dissero: “stai attento che qui ci sono i lupi”; non so se fosse vero ma quella sera portai con me un coltello, unica arma a mia disposizione.
Era ormai giunto l’imbrunire e la fine del mio turno, quando all’improvviso sentì chiaramente il rumore di qualcosa che avanzava velocemente verso di me, la luce non era abbastanza per vedere di cosa si trattasse. Si avvicinava velocemente, troppo velocemente, ero sicuro che fosse un animale, forse un lupo, non mi rimaneva che correre nel senso opposto, ma ad un certo punto non so perché, le gambe smettono di correre come paralizzate e non dalla paura e mi spingono esattamente incontro all’ignoto. La condizione in cui mi trovavo mi aveva fatto perdere il controllo su ciò che è razionale e lui venne fuori “era pronto al combattimento”, tiro fuori il coltello, mi piego sulle gambe pronto a scattare in avanti; il respiro profondo, sento che è sempre più vicino, vedo una sagoma scura sbucare dal buio e mi lancio contro, proprio in quel momento un grido viene fuori, inconsapevole, dalla mia bocca; un grido profondo che viene da lontano, qualcosa che sa di guerra.
Indirizzo la lama verso il ventre dell’animale ma ad appena un centimetro dalla sua pelle, la sagoma scura cambia velocemente direzione e si allontana. Forse spaventato continua la sua corsa e nel silenzio sento i battiti del mio cuore ritornare lentamente a ritmi normali; ma cosa stavo per fare e cos’era quel grido.
“Ritorno alla realtà”
Anche ora è qui colpisce con forza, il sacco si deforma sotto i colpi che ora sono sempre più violenti e la fatica non esiste.
Il mostro ora come allora è fuori; si scaglia contro il sacco, vuole lo scontro, ha voglia di sangue.
Avete messo Mi Piace4 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
interessante e scritto con toni autentici, non so se autobiografici ma non importa. Quella rabbia- comunque motivata- credo che chiunque la conosca. È sbagliata? È giusta? Sono domande senza senso. Provare una rabbia immensa, il desiderio di uccidere o spaccare tutto, è molto spesso una reazione – perfettamente comprensibile- a una violenza subita, a una umiliazione o a una delusione troppo cocente, che non si può accettare. Tutto sommato, sublimarla nella boxe non è affatto la soluzione peggiore. Forse molti campioni in questo sport potrebbero essere d’accordo.
Ciao Francesca,
prima di tutto grazie per i complimenti.
Mi piace la tua chiave di lettura, molto affine ai protagonista di questa storia, se è autobiografico? si lo è.
Ho letto d’un fiato questo tuo racconto che poi non è realmente un racconto quanto, a mio parere, una lunga metafora della lotta interiore dell’uomo contro i mostri che lo/ci attanagliano. Hai usato l’immagine della boxe e poi quella, bellissima, del lupo con descrizioni veramente efficaci che colpiscono e stupiscono chi ti legge. Su alcune in particolare mi sono soffermata a riflette e qui ‘Alle spalle del sacco c’è uno specchio che riflette un’immagine di me quieta quasi distante da ciò che mi circonda: ma qui che ci faccio e poi tu dove sei’ mi sono chiesta, ma chi? E mi è rimasta la curiosità che certamente deve rimanere tale. Molto bravo
Ciao Cristina,
grazie per il tuo positivo commento.
Chi è? è quel demone che il personaggio si porta dentro, che un po’ tutti si portano dentro.
Un racconto allegorico molto interessante e coinvolgente.
Bello il paragrafo di flashback sul lupo, in cui il protagonista espone se stesso e le sue debolezze.
Ho notato solo qualche discordanza temporale nei verbi, proprio in quel paragrafo (tempo presente mischiato a passato remoto), ma di facile sistemazione con una rilettura.
Sei stato molto bravo.
Ciao Giuseppe,
veramente grazie per i complimenti, mi fa piacere che il racconto sia piaciuto.
Mi dispiace per la discordanza temporale nei verbi.