
Breve storia del Tutto – Capitolo 2
Il giorno dopo era un giorno festivo e il Signor G., appena sveglio, si crogiolò al pensiero che avrebbe avuto tutto il tempo necessario per risolvere il piccolo mistero del libretto.
Lavatosi e consumata una colazione affrettata, avviluppato in una comoda benché frusta vestaglia, si sprofondo nella poltrona da lettura e riprese in mano il piccolo volume intenzionato a finirlo.
La notte prima gli mancavano poche decine di pagine e si domandava come, quella descrizione approfondita e scientifica della nascita dell’universo, potesse concludersi in così poche pagine. In ogni caso, quanto meno, il titolo era ingannevole: “Sarebbe dovuto essere ‘Breve storia della nascita del tutto'”.
Quale non fu suo stupore, nell’aprire il libro, nel constatare che sulla prima pagina la storia continuava esattamente da dove aveva abbandonato la lettura? Le pagine precedenti sembravano non essere mai esistite o essersi cancellate durante la notte.
I Gas che si concentravano, formando la materia per i primi ammassi stallari, erano argomento del seguito del racconto.
I signor G. non si turbò eccessivamente e si disse che semplicemente aveva sognato un inizio diverso, ma qualcosa nell’animo continuava a sussurrargli che gli stava sfuggendo qualcosa. Rimandò comunque tutto a lettura finita e riprese a leggere.
Le date scorrevano impazzite nello sguardo e la descrizione si faceva via via più ardua, mettendo in gioco nozioni che il povero Signor G. doveva confessarsi di ignorare o quanto meno di non poter comprendere a fondo, col suo esiguo bagaglio culturale. Di intere pagine riusciva a capire a volte appena qualche frase e il disegno generale dell’argomento.
Mentre era intento nella lettura delle prime forme di vita monocellulari, corredate da astruse formule chimiche e da dimostrazioni per lui nettamente incomprensibili, venne distolto dal trillo del telefono.
Era raro che quell’apparecchio, messo lì quasi per puro ornamento, facesse sentire la sua voce nell’appartamentino del Signor G.
Questi, messo un segnale al punto dove era arrivato con la lettura, posò il libro e con gesti goffi si alzò dalla poltrona per avviarsi a passi lenti e pantofolosi verso l’apparecchio. Arrivato a pochi metri dal bersaglio questo, improvvisamente smise qualunque segno di vita.
“Tanto era sicuramente qualcuno che ha sbagliato numero” si disse cercando di rincuorarsi.
Di nuovo inforcò gli occhiali da lettura, si lasciò scivolare sulla poltrona e riprese il libro in mano. La prima cosa che notò fu che il segnalibro sembrava essersi spostato nella prima pagina. Ma la cosa più stupefacente era che ricordava nitidamente di averlo posto, nelle pagine centrali del volume.
La prima frase stampata era inoltre una chiara continuazione di qualcosa che la precedeva pur essendo inesistente ed era esattamente il punto in cui il lettore aveva abbandonato la lettura prima del trillo del telefono. Andò avanti meccanicamente per qualche altra pagina ma aveva ormai perso la capacità di concentrarsi sullo scritto, in preda ad un fastidioso disorientamento. Una idea stava pian piano formandosi nella sua testa. Ma era talmente balzana e improbabile che non aveva neanche il coraggio di formularla in sé chiaramente. Arrivato ad un punto in cui si descriveva l’origine e la formazione del pollice opponibile nei primati che diedero vita all’homo sapiens il Signor G. chiuse di scatto il libro con entrambe le mani.
Un rumore secco e deciso si propagò per il piccolo appartamento.
Aspettò qualche istante dicendosi che la sua idea era del tutto idiota e, quasi per dimostrare a se stesso la scientificità di tale asserzione, riaprì il libro alla prima pagina. Quando invece vide che questa continuava l’esposizione interrotta sul pollice opponibile (circa nel 526.500 A.C.) gli mancò letteralmente l’aria nei polmoni e dovette annaspare nel vuoto le lunghe e secche braccia in cerca di un appiglio o di un interruttore di ossigeno.
Le pagine precedenti erano scomparse, quasi non fossero mai state stampate.
Pur cominciando a sudare freddo il libro prese a sembrargli scottante. Non riusciva a tenerlo in mano. Arrivò persino a misurarsi la febbre convinto che fosse in preda ad un delirio causato da ipertermia. Il termometro però gli rivelò che l’ipotesi non era percorribile e che gli rimanevano spiegazioni meno banali.
Riprese a leggere questa volta deciso ad arrivare fino all’ultima pagina del volumetto. Del resto gli sarebbero occorse solo alcune ore.
Preso in mano cautamente il libro riprese la lettura sforzandosi di non pensare a niente se non alla narrazione. Lesse così delle prime scoperte umane e della lenta evoluzione degli ominidi fino alle comunità neolitiche e alla separazione dei ruoli che consentì la formazione delle prime città.
Continuavano a comparire delle date apparentemente troppo precise tanto che il Signor G. si stupì che la cronogia storica avesse fatto progressi così evoluti, per non parlare poi degli ultimi anni del 700. Rispetto all’ultima volta che aveva letto qualcosa circa la preistoria ricordava che le date erano ballerine e quasi sempre precedute dal “circa”. Qui invece arrivavano alla pignoleria. Per esempio la scoperta del fuoco era fissata per il 16 dicembre del 478.565 A.C. in una valle della Somalia settentrionale. Non mancavano neppure le precise circostanze della scoperta e i primi sviluppi nel gruppo di Homus Erectus che ne era stato protagonista e addirittura una mappa sulla disposizione dei piccoli branchi di proto-umani.
Mancavano ormai poche pagine quando il ritmo della narrazione mutò. Si accorse che le vicende parevano rallentare. Dalle visioni generali e quasi riassunte nelle prime pagine si passava ora ad un racconto sempre più puntuale e particolareggiato. A volte sino al ridicolo. Ora le pagine avanzavano quasi un antico annuario medioevale, davano ragguagli sul tempo atmosferico, sul raccolto, sulle epidemie e sulle carestie, prendevano in considerazione la geografia in termini sempre molto professionali e spiegavano ciascun evento in termini altamente specialistici. Vi erano persino delle tabelle, dei grafici sulla natalità e notizie che il Signor G. pensò del tutto inventate.
La cosa più evidente era comunque che la storia pareva non più riguardare l’avventura umana nel suo complesso ma le vicende di un particolare popolo e all’interno di questo di una tribù, scelta chissà per quale incomprensibile motivo.
Arrivato all’ultimo foglio, prima di voltare l’ultima facciata e terminare la lettura ebbe un attimo di esitazione. Nel voltare la pagina si accorse che quest’ultima era completamente bianca con l’ultima frase troncata, lasciata in bilico alla fine della penultima.
Preso da un fastidio meccanico e imprecando interiormente fece un gesto che non era da lui: chiuse il libro di malagrazia e lo scaraventò sul tavolino. Per poco non cadde sull’ovattato tappeto che ricopriva tutto il pavimento del piccolo salotto. In preda ad un’ebetudine mai provata rimase fermo, quasi avesse ricevuto uno schiaffo in pieno viso da una persona di passaggio. Lo aveva colto di sorpresa e la cosa era talmente inusuale che il suo cervello sembrava non aver avuto il tempo di elaborare una giusta reazione emotiva. Riemerso da questo liquido oblio e sentendo come un estraneo i battiti del cuore che riprendevano il solito ritmo, il Signor G. in pieno possesso delle sue normali facoltà, arrivò persino a sorridere si sé, come se sorridesse alla vista di una piccola marachella di un bimbo.
Senza più nessuna esitazione riprese in mano il libro e lo riaprì alla prima pagina e si stupì di non provare il minimo stupore nel vedere che questa iniziava proprio con la frase lasciata a metà dalla lettura precedente.
Questa volta l’impaginazione passava dagli anni ai mesi, segnati tutti pignolamente sull’intestazione di ciascun foglio (in quelli di destra appariva il mese mentre in quelli dispari l’anno).
La storia diventava ancora più ricca di particolari, addirittura imbarazzanti nella loro pignola enumerazione e sembrava ormai circoscritta alle vicende di un piccolo villaggio della Turchia sulle sponde dell’Egeo. Veniva fornita anche una minuscola cartina che ne indicava con precisione il punto nella costa dell’antica Lidia, non molto discosto da quella che sarebbe stata la posizione di Troia in tempi Omerici.
All’interno del villaggio la trama era poi incentrata sulle vicende di una stirpe familiare. Di questa si enumeravano i componenti, i matrimoni, i figli, la composizione genealogica e persino un elenco catastale dei beni suddivisi in mobili ed immobili. Non mancava neppure il nome: GhanShawè mentre il villaggio (che conteneva, secondo il libro 723 abitanti) era ShwaleUr (dal nome di una antica pietra ritenuta sacra e posta quasi al centro esatto del paese, quasi questo fosse cresciuto proprio attorno ad essa a cercare protezione e ombra).
Dopo una decina di pagine il Signor G. era già annoiato nel leggere le “gesta” di questo abbandonato gruppo di pastori ai margini della storia, e macchinalmente saltò direttamente alla fine del libro per controllare se sarebbe cambiato qualcosa nel proseguo.
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Ciao Carlo, convincente anche questo secondo capitolo, complimenti. L’idea del libro che riparte sempre dalla prima pagina mi piace molto. Hai pensato a fare diventare questo libro una serie divisa in episodi e stagioni -come quelle che scriviamo io stessa o altre/i qui? Renderebbe più facile per le lettrici/ori leggere i capitoli in successione. Se non sai come fare, chiedi.
Grazie Nyam. Sono alle prime armi con Open, quindi non avevo capito la differenza fra serie, racconti, Libruick, etc. Non sapevo che esistesse un numero miinimo di parole. Grazie all’helpdesk ora mi è chiaro e la storia è già stata trasformata in serei. Grazie comunque per la dospinibiiltà. Datemi il tempo di adattarmi 🙂
A presto