
Buissimo.
I.
A me non pareva che a quell’ora di quel pomeriggio l’aria fosse uguale agli altri giorni.
Mi sembrava che insieme al troppo umido ci fosse anche un buio maggiore, diverso da tutti gli altri bui.
Eppure era stato un giorno sereno. Giò però diceva che era identico ai pomeriggi precedenti.
Era inutile insistere con Giò, aveva ragione anche quando aveva torto marcio.
Le villette erano silenziose, tenevano già gli occhi chiusi dietro a palpebre di pietra.
«Qualcosa non quadra» dissi a Giò.
«Come a dire?».
«…come a dire tutto a posto e niente in ordine».
Qualcuno doveva aver acceso un fuoco, dal tetto risaliva un filo denso di fumo.
C’era qualcos’altro di diverso, il silenzio.
La terra stessa era muta e, invece, la terra quando girava come doveva, emetteva un suono di battito di ali.
Giò si sbagliava. Arrivati dinanzi al cancello, Giò mi voltò le spalle nella fretta di andare e togliersi da tutto quell’umido. Diceva che gli spaccava le ossa.
«Giò, tuo nonno, ti parlava mai di Lazzaro?».
Rispose:- «Gesù ordinò: Lazzaro alzati e cammina!».
«Non quel Lazzaro».
«E allora quale?»
«Lazzaro, il viandante che per punire gli abitanti di qui che non gli avevano offerto ricovero ai Loggiati del Pellegrino, nella notte scatenò l’Inferno in paese. L’hai mai sentita questa storia?».
«Sì, l’ho sentita. Fandonie, di bocca in bocca, per decenni» sentenziò Giò.
La mia memoria mi riportava indietro di anni.
«Senti, mio nonno sarà stato anche un visionario, ma a me parlava con estrema precisione di un uomo col cappello di paglia e una gamba più corta dell’altra. Stamani, ti ricordi quando abbiamo passato la piazza?».
«Sì, giorno di benedizione agli animali. Un gran puzzo di escrementi», ribatté Giò.
«Non hai notato quel vecchio col cappello di paglia che zoppicava sotto ai loggiati?».
Giò si immobilizzò.
«Ora basta!» disse con la voce che gli strozzava la gola.
Giò mi fissò, con gli occhi color dell’acciaio che negli anni erano diventati ancor più freddi. Lo vidi scomparire oltre il cancello, senza aggiungere una parola, sicuro delle proprie certezze.
Io mi tenevo le mie.
Era quella la notte di San Lazzaro; il ruscello sotto casa, i cipressi lungo la provinciale, la piazza di porfido, il camposanto sulle Sante Marie, avrebbero ballato samba e aperto le braccia per inghiottire tutti, anche gli stolti come Giò.
Restai lungo il perimetro della strada, non sentendo lo scroscio del borro, giù, per la curva. Lo immaginai nelle sue acque brevi accavallate sulle pietraie, avvolgersi alle radici dei vecchi pini e spingersi sotto terra. Sforzavo le orecchie, ma ero io ad avere ragione, non Giò. Era come stare sott’acqua: nessun fruscio, neppure l’eco del mio stesso respiro. Come diceva mio nonno, almeno sessant’anni prima, alla gente si era bloccato anche il respiro.
Ma è vero nonno?, chiedevo.
Certo che lo è. Lazzaro tornò e fece tremare la terra.
Tremare come?
Prima ci fu un lamento, fortissimo, come un urlo di lupo. Poi l’aprì come un coltello apre il pane, in due.
Lo avevano cacciato dai loggiati, perché aveva la pelle ricoperta da bubboni, qualcuno diceva che era entrato in paese tirandosi dietro un sacco di juta grondante sangue. Il setter del guardiacaccia aveva ringhiato contro il suo stesso padrone. C’erano volute ore per calmarlo. Poi ci fu un buio, buissimo.
I racconti di mio nonno erano sempre stati precisi, per prendere fiato, sputava sulla paglia che teneva a terra.
II.
In fondo alla curva, a pochi metri dalla piazza dove la basilica si stagliava contro il cielo, il Farina mi salutò da lontano. Non era solo, era in compagnia di Spiedo. Del resto, lo Spiedo e il Farina, viaggiavano da una vita sempre in coppia, ripetevano spesso anche gli stessi gesti, dallo spaccio, al tavolo della briscola, dalla casa del popolo fin dal medico. Se uno tossiva, l’altro pure. Erano avvezzi a trattare le cose un tanto al chilo –ex fornaio uno, ex macellaio, l’altro-, e un tempo si erano divisi tutto quello che c’era di buono da divedersi, dal pane alle bistecche, dal vino alle gonne delle donne, senza che le donne lo avessero mai capito.
Spiedo, si fermò e così anche il Farina. Parevano aspettarmi per raggiungere in tre la piazza.
Il Farina mi lasciò andare una pacca sulla spalla, lo Spiedo mi lasciò andare una pacca sulle spalle anche lui e aggiunse: «Uè… c’è umido stasera».
Mi strinsi il bavero del cappotto intorno al collo.
«C’è anche silenzio. Troppo. E buio. Tanto».
«Il solito silenzio di tutte le sere a quest’ora», ribatté il Farina, «Che non ci vedi a camminare?» chiese preoccupato.
«Ci vedo eccome, ma parlavo del silenzio e del buio della notte di San Lazzaro. Voi la sapete la storia?».
«Ah, sì quella» bofonchiò Spiedo mettendosi le mani nelle tasche dei calzoni.
«Tutta una balla. E poi se lo cacciarono dal paese fecero bene. I brutti ceffi portano male».
Sorrise e anche il Farina.
«Ce la raccontavano i vecchi, quando noi non eravamo che dei marmocchi, per farci stare buoni» continuò.
«Ma oggi, alla benedizione degli animali, voi non lo avete visto l’uomo col cappello di paglia? zoppicava pure. Somigliava a Lazzaro, proprio a quel Lazzaro lì, a quello che fece tremare la terra».
«Io non ho visto nessun Lazzaro e la terra qui non ha mai tremato, se ti riferisci ai terremoti» ribatté il Farina. Scosse la testa come a dire che ero ammattito nell’invecchiare.
Non mi rimaneva che tacere. Immaginai Giò, ormai seduto nella sua cucina, dinanzi al piatto di zuppa calda.
Salutai i miei compagni di strada che proseguivano verso la piazza e presi la discesa verso casa. Anche io, come Giò, volevo portare le ossa al riparo. Mi convinsi che certe storie non erano mai vere fino in fondo. Si tiravano dietro le paure degli uomini. In lontananza la piazza mi pareva piccola e vuota. Proseguii da solo verso casa.
Anche il Farina notò l’assenza di persone.
III.
L’orologio della basilica segnava le 20:00. Pareva notte, però. Il vecchio pozzo di pietra, ormai in disuso, trasudava, la sera gli calava addosso, bagnata.
Il Farina si bloccò sulle gambe e mollò una gomitata nello stomaco di Spiedo.
Un’ombra saliva sul muro della chiesa. Correva lungo la parete, fino al cornicione, dilatandosi, diventava piccola come una fiammella di candela, rannicchiandosi su se stessa, alimentata dal lampione, si allungava nella sagoma di un vecchio, si ampliava in prolungamenti di braccia e pareva muoversi a strani balzelli, come avesse gambe storpie.
Un urlo che proprio un urlo non era, sottile e penetrante, rimbombò sotto le arcate. Il Farina fece per parlare a Spiedo, ma la voce gli tremava. Girarono intorno ai loggiati, fino al punto in cui l’ombra sembrava generarsi. Ai piedi del muro un sacco di tela, messo al riparo con cura, emanava calore. Il calore che danno le cose vive. Spiedo che aveva ancora le ginocchia buone, si piegò, dopo di lui anche il Farina fece lo stesso movimento. Ne aprirono i lembi per guardare, poi, forse per la prima volta nella loro vita fecero due cose differenti. Il Farina alzò gli occhi al cielo a cercare il Padreterno, Spiedo barcollò e cadde col culo per terra. Un bambino avvolto in una coperta, dentro a un sacco fissava l’aria densa di buio. La pelle era pallida, la bocca livida. Muoveva le mani cercando di afferrare il vuoto, generando un’ombra alta sull’intonaco. Il suo non era un lamento di bambino, era come il guaito di un cane trafitto a morte.
Di nuovo, per la seconda volta, Spiedo e Farina fecero due cose differenti. Il Farina si avvicinò al bambino, sollevò un lembo della coperta che lo avvolgeva e rimase a guardarlo.
«Molliamolo qui» disse frettoloso Spiedo, poi si si voltò, lasciando il Farina da solo.
Un topo sbucò dalla grata di una fogna. Un gatto gli corse dietro.
IV.
L’alba si fece avanti. Mi ritrovai con Giò ad aspettare che l’edicolante tirasse su il bandone. Nel vento di tramontana che si era alzato, mi arrivò finalmente il rumore del paese.
Il prete della basilica di Santa Maria tagliò in perpendicolare la piazza e fu bloccato dal Farina che, nonostante gli acciacchi, gli correva incontro ridendo, a pochi metri da noi. Era senza Spiedo.
«Ho fretta!», disse il prete rivolgendosi infastidito al Farina che lo aveva fermato.
Teneva il rosario in mano, «ho da benedire un morto, Farina».
«Io ho da battezzare un bambino, Padre».
Il prete lo guardò. Il Farina lo afferrò risoluto per un braccio. «E’ un bambino, padre. Lo chiamo Lazzaro!».
A sentire quelle parole tremarono gli occhi-acciaio di Giò, così come la terra sotto i miei piedi.
I loggiati del Pellegrino aprirono i cancelli.
Eravamo, riuniti, tutti davanti alla basilica. Chi diceva che non si sapeva come fosse accaduto, chi scuoteva la testa e conveniva che ognuno moriva con la caratteristica di com’era vissuto, con poche chiacchiere.
Era accaduto che nella tarda sera, avevano trovato Spiedo con le chiavi ancora in mano e il capo sul selciato.
Prima che arrivasse il giorno. Così raccontavano.
Nel suo letto, il medico gli disse di stare in silenzio, risparmiare le forze che il prete stava arrivando, ma lui parlava sconnesso di un’ombra e diceva che nella stanza c’era buissimo.
Quando finalmente il prete entrò nella stanza, Spiedo lo chiamò a sé e gli agguantò la stola per avvicinarlo.
Gli sussurrò all’orecchio che i bambini abbaiavano nel buio.
E chiuse gli occhi.
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Che bel racconto! I personaggi sono perfetti, cosi’ veri, la storia e’ densa di fascino e mi ricorda tanto le leggende e le dicerie dei piccoli paesi, che pero’ sono anche tradizione, credenze popolari, affetto.
Complimenti!
Grazie! Infatti è di questo che tratta, di una leggenda di paese, tramandata di generazione in generazione anche con affetto, come dici tu.
Quand’ero piccola, mia nonna, che ha vissuto in un piccolo paese del sud, mi raccontava di una donna molto anziana, che aveva conosciuto da ragazza, capace di pronunciare determinate parole alle quali seguiva immancabilmente l’abbaiare di un cane da lontano. Non sai quanto avrei dato per assistere al fenomeno. Ecco il tuo racconto, scritto in modo esemplare, mi ha riportato a questo ricordo e a quel qualcosa di meraviglioso e perturbante che si ritrova nelle fiabe o nelle favole. E si sa che i bambini ne hanno paura -almeno una volta era così – ma vogliono che gliela si racconti ancora e ancora, perché in fondo quella paura è bella.
Grazie per la tua lettura, Francesca. Mi fa piacere se il racconto ti ha riportato il ricordo del racconto di tua nonna, e di lei. Ben trovata.
Questo racconto mi riporta ai tempi di quando le leggende venivano raccontate nei paesi, magari la sera d’estate all’aperto. Come anche i nomi dei personaggi e il loro modo di comportarsi… mi è piaciuto molto per la sua vena spettrale in un contesto paesano.
Ho molto ritardo nella risposta, quindi scusa. Grazie, in effetti l’ambientazione è quella da te descritta, la campagna intorno a un paese, sono contenta che sia passata la vena horror. Un saluto.
Catturata dal titolo, e dalla bellissima messa in scena dei personaggi. Il carattere spoglio e poco retorico, ma assolutamente non banale, che trovo personalmente così difficile da riprodurre.
Grazie Fanni, per la tua lettura. Apprezzo molto il poco retorico di cui parli nel tuo commento.
Le leggende hanno un fascino senza tempo, impossibile non essere avvolti nelle loro suggestioni. Confesso di aver cercato in internet, ma non aver trovato nulla riguardo a quella evocata in questo racconto. Me l’hai fatta sentire sulla pelle, come quel “buissimo”, catapultandomi in un istante senza tempo: seduta in cerchio accanto ad altri, prestando orecchio alle storie degli avi
Non esiste questa leggenda, pura fantasia. Mi hanno da sempre affascinato i racconti trasmessi oralmente, di voce in voce attraverso le generazioni. Di solito affondano in tradizioni e abitudini locali e portano con sé il vissuto e semi di verità. Un abbraccio. Grazie!
Belissimo racconto anche questo, mi ha tenuto in tensione fino alla fine, i tuoi soprannoni sono beli e ceredibili e i personaggi, il loro linguaggio catapulta il lettore nell’ambientazione. Splendido
Il linguaggio è la parte viva di un racconto, per come la vedo io. Grazie, mille!