Buon lavoro

Il cartellino sulla scrivania recitava Dott. GIANCARLO SVENTOLATI – Responsabile Risorse Umane. Dietro la scrivania, Sventolati, sprofondato su una lussuosa poltrona girevole, scartabellava tronfio alcune carte. Poi finalmente si concesse. Guardò distrattamente il curriculum della ragazza seduta davanti a lui da parecchi minuti, poi guardò lei, e sul suo volto si dipinse un sorriso di condiscendenza.

«Dunque, signorina… Elena, giusto?» disse sbirciandole nella camicetta «vedo che ha una laurea in Lettere Antiche e… nient’altro. Nessun master, nessuna specializzazione, nessuna esperienza in multinazionali. E lei vorrebbe diventare la nostra nuova Head of Strategy?» 

Sventolati ridacchiò ma gli uscì un grugnito, un suono viscido che fece eco nell’ufficio asettico.

Elena rimase immobile, le mani docilmente intrecciate sulle ginocchia. Indossava un tailleur bleu anonimo, e i suoi occhi, di un azzurro fin troppo vivido, non sbattevano mai, come quelli di certe bambole di porcellana.

«Penso di avere le competenze trasversali adatte, dottore. So come trattare le persone. E, mi creda, so anche come va il mondo.»

«Certo, certo. Le “competenze trasversali” e blabla» la scimmiottò Sventolati, appoggiandosi allo schienale reclinabile. «Senta, siamo seri. Lei è carina, si presenta anche bene, ma qui dentro serve gente con le palle. Capisce? Persone che sanno farsi valere, e non poetesse… che parlano in greco antico. Il suo profilo può avere delle chance in un istituto universitario, forse. Ma qui serve la cazzimma

Sventolati si voltò verso l’ampia finestra che dava sul traffico cittadino, ridendo da solo della propria battuta. Ma la candidata rimase imperturbabile, seduta compostamente ad osservarlo.

Neppure un flebile movimento d’aria. 

Allora Sventolati tornò all’attacco.

«Guardi, nella gerarchia aziendale io vengo subito dopo l’amministratore delegato. Il quale pende direttamente dalle mie labbra. E io, signorina, non sbaglio mai. Lei non è adatta per questo lavoro. Nulla di male… ma questo è» e si tirò su aggiustandosi sulla poltrona. 

«Ha ragione, Dottor Sventolati» disse Elena, la voce ora stranamente profonda, vibrante. «La gerarchia è importante. E io amo rimettere le cose al loro posto.»

Poi la ragazza sorrise. 

Un sorriso che aveva qualcosa d’antico. 

La temperatura nella stanza scese di colpo. Le ombre negli angoli si allungarono, dense come l’inchiostro. Sventolati si voltò di scatto, improvvisamente a disagio. 

«Prego? Senta, il colloquio è finito, può…»

Ma le parole gli si bloccarono in gola tramutandosi in tanti piccoli scarafaggi. 

Il pavimento dell’ufficio fu sostituito da un abisso nero, di cui non si vedeva la fine. 

Adesso Elena non era più seduta. 

Fluttuava a pochi centimetri da terra, i capelli, che ora brillavano di filamenti d’oro, si sparsero nell’aria come se la donna fosse immersa nell’acqua. 

Il tailleur bleu si era trasformato in una tunica di pura luce bianca.

Sventolati, sputando scarafaggi un po’ dappertutto, provò ad alzarsi, ma le sue gambe erano pesanti come blocchi di pietra. Provò a urlare, ma la sua bocca, calpestata da migliaia di zampette, si spalancava senza emettere alcun suono.

«Ti credi un re sul tuo trono di plastica, piccolo mortale» urlò Elena, la cui voce ora risuonava nella mente dell’ominide, avvolgendogli i neuroni come una piovra. 

Divincolandosi con uno sforzo sovrumano, con la fronte imperlata di sudore, Sventolati si avventò alla porta dell’ufficio ma la maniglia si sciolse in un liquame merdoso. 

«Hai giudicato la mia forma umana con l’arroganza di chi si crede invulnerabile. Volevo solo divertirmi, provare il brivido della vostra patetica routine. Ma hai commesso un errore di troppo: hai voluto giocare al più forte.»

Elena tese una mano adunca, le cui dita appuntite crearono dolorose abrasioni sanguinolente sulla fronte dell’omuncolo spruzzante. 

Sventolati questa volta urlò in tutte le lingue di Babele.

Ma nessuno poteva udirlo, sospeso com’era in una dimensione senza tempo e senza spazio. 

«Non ti ucciderò. Sarebbe una noia» sussurrò poi lei, con una crudeltà dolce che ridusse il feroce manager in lacrime. «Ti darò esattamente ciò che ami. La gerarchia. Ma tu sarai all’inizio della catena alimentare. Per sempre.»

Il giorno successivo, la sedia del Responsabile Risorse Umane era occupata da una splendida donna in un completo sartoriale blu notte. L’amministratore delegato, entrato per controllare il nuovo acquisto, rimase folgorato dall’efficienza e dal carisma della nuova assunta, Elena.

«Ottimo lavoro con i licenziamenti, Elena. Sei spietata q.b., ci piaci» disse l’amministratore delegato, prima di uscire. Poi si riaffacciò: «Ah, dì pure a Sventolati che può godersi la sua fuga in santa pace. Tanto quando torna troverà una bella sorpresina.»

«Oh, povero…» replicò la donna in modo mieloso.

«Ma povero che? Ha abbandonato il suo posto di lavoro così, senza dire niente. Ahh, la crisi di mezza età…brutta bestia.» E chiuse la porta.  

Rimasta sola, Elena si voltò verso l’angolo dell’ufficio. Lì, vicino alla pianta di finte piante tropicali, c’era una trappola per scarafaggi.

Dentro la trappola, un grosso insetto nero sbatteva freneticamente le antenne contro la plastica, prigioniero della colla. La blatta manteneva, grottescamente, la piena coscienza umana di Giancarlo Sventolati. Sentiva la sete, la fame, il terrore, e soprattutto l’umiliazione suprema di essere schiacciato dal mondo che prima dominava.

Elena si avvicinò, i tacchi che battevano sul pavimento con un ritmo spietato. Si chinò sulla trappola, guardando l’insetto che si agitava disperato.

«Vedi, Giancarlo? Ti avevo detto che sapevo gestire le persone» sussurrò la Dea, con un sorriso radioso. Con la punta del tacco, spinse la trappola un po’ più a fondo sotto il mobile, nell’oscurità e nella polvere. 

«Buon lavoro.»

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Discussioni

  1. Ciao Simone. La trasformazione di Sventolati in scarafaggio è crudele ma soddisfacente, da contrappasso perfetto. Uno che trattava le persone come insetti finisce incollato in una trappola, sotto il mobile, dimenticato nella polvere. Fa ridere, ma è una risata cattiva, liberatoria.

  2. Un po’ fantasy ma divertente nelle due parti di sadismo alternato. Le blatte sono un esempio perfetto di castigo meritato. Per dare una lezione a certi palloni gonfiati, forse basterebbe anche qualcosa di meno orripilante. Un bel bruco verde, per esempio, che striscia, diventa una farfalla e poi… fine. Dopo pochi giorni anche le cavolaie smettono di nuocere.

    1. Grazie M.Luisa del passaggio e dell’apprezzamento. Chapeau per la scelta della metafora: decisamente meno cruenta di una “lezione” traumatica, ma psicologicamente letale nella sua implacabile semplicità.

  3. Mi è piaciuto. Parte come il solito colloquio aziendale tossico e poi deraglia nel modo migliore possibile. Sventolati è talmente viscido che, quando finisce blatta, quasi quasi dispiace per la blatta. 😄

    1. A volte, certi personaggi sono così programmaticamente viscidi che, nel confronto ravvicinato, l’insetto ne esce con più dignità ed eleganza. Grazie Daniele, per l’apprezzamento.

  4. Più che narrativa è un fantasy-horror comico che diverte per la sua crudeltà. Una vendetta tutta al femminile nei confronti dei tanti manager che considerano le donne come esseri gerarchicamente inferiori. Povero Giancarlo Sventolati, che fine orribile. Immagino cosa pensi
    della sua aguzzina: “Proprio a me doveva capitare questa troia di Elena”.

    1. Beh, dai, definirlo “fantasy-horror comico” è un complimento bellissimo! In fondo, cosa c’è di più horror e fantastico di un manager che, per una volta, non ha l’ultima parola? Grazie Fabius, per aver colto così bene le sfumature (e la spietatezza) del racconto!