Buste di plastica

Khalid avanzava, sostenendo con le braccia le due buste di plastica. Il sole era cocente, ed il sudore gli bagnava la fronte, tuttavia si faceva forza e continuava, imperterrito, a camminare, accompagnato dal suono dei sandali ai piedi. La destinazione era ancora molto lontana, e non aveva altri mezzi per raggiungerla se non le gambe che, pur stremate dall’immensa fatica, ancora lo sostenevano. Il caldo soffocante lo spingeva a sollevare il viso verso il cielo, alla ricerca di aria fresca che potesse dargli la forza di procedere.

Alla vista di quell’azzurro sopra la sua testa, le immagini si materializzarono subito nella mente: visualizzò sua moglie seduta sul divano, avvolta nel suo hijab, e la sua bambina seduta a fianco. Stavano mangiando un panino, e guardavano la televisione. Appena la piccola Zainab distolse lo sguardo dalla tv e lo puntò verso la porta, vedendo il padre sul ciglio che aspettava un cenno, corse nella sua direzione, gli occhi luminosi e le braccia allargate. “Papà!” La sua voce cristallina riecheggiò nella stanza. Anche Khalid allargò le braccia, pronto ad accogliere sua figlia, e stringerla al petto. Ma prima che potesse sfiorarla, prima che potesse sentirla vicina, la visione sparì: della bambina, o del sorriso della moglie, non c’era più traccia.

Khalid abbassò il capo, fermandosi sul posto. Una lacrima gli attraversò il viso e rotolò a terra, formando una macchia umida sull’asfalto bollente. Subito dopo, a quella lacrima ne seguirono altre: Khalid, stremato dai ricordi, lasciò precipitare le buste di plastica a terra e si lasciò cadere sulle ginocchia, portando le mani al viso, singhiozzando. Le persone intorno continuavano a camminare – lo stesso sudore sulla fronte, negli occhi lo stesso dolore che aveva spezzato Khalid, il volto rivolto verso lo stesso cielo, alla ricerca di una speranza, di un ricordo. E, tra le mani, sostenevano le stesse buste di plastica sporche di sangue.

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