
Capitan Uncino
Quando la pioggia scendeva, tanta da non poterci stare tutta dentro, il torrente fuggiva via, aggrappato al proprio ventre, inseguito da se stesso, sbattendo contro gli scogli del suo letto. Navigava mosso ma leggero, quando la neve, non più fredda di ghiaccio, ma tenera, si immergeva nelle sue acque, durante la stagione delle primule schiuse. Per Giuseppe, quel torrente era l’amico con cui confidarsi, la musica per rilassarsi, il treno su cui fare viaggiare i pensieri per allontarli da sé, quando gli pareva certo che il resto del mondo non si curava di lui. Era figlio unico Giuseppe, ma non era cresciuto viziato, perché imparasse, da subito, che piangersi addosso non serve a prosciugare il serbatoio delle lacrime, ma lo alimenta, e che la vita non è ciò che si vuole, ma quello che si ha e che si fa per cercare di averlo.
Quella domenica si alzò di buon’ora, per non continuare a rigirarsi tra le coperte, nel tentativo inutile di fare voltare pagina ai come e ai perché. Bat, il meticcio di cane bianco, con la coda mozza e con una macchia nera attorno agli occhi, si mise a scodinzolare, quando capì che sarebbero usciti.
Prima del ponte di legno, che teneva insieme le sponde del torrente, si soffermò a guardare la finestra, quella al primo piano della casa gialla, dove abitava Sofia, la ragazza che gli faceva tremare il cuore. Aveva composto una poesia su quegli occhi belli e delicati, come petali di tulipani verdi; su quei capelli chiari, come carezze nell’aria fresca di sole; su quella voce morbida , come le piume di un pettirosso. L’aveva scritta su un foglio azzurro, perchè azzurro è il cielo di una bella giornata, e conservata nel cassetto del tira e molla, cioè tra la voglia di consegnarla e il timore di farlo. A volte, pensava che quella poesia avrebbe emozionato e commosso talmente Sofia, da farla innamorare di lui, nonostante tutto. Sì, nonostante lui avesse quel problema che si portava appresso, che non aveva un rimedio, né poteva essere nascosto! Allora, gli prendeva la voglia di correre da lei, per dichiararsi, ma Capitan Uncino, gli faceva lo sgambetto, ancora prima che facesse un solo passo, facendolo rotolare, dove non c’era speranza. Già, Capitan Uncino! Così, lo chiamavano, in paese, per via di quel braccio che, chissà per quale capriccio, uguale all’altro non volle uscire.
Il sentiero di ghiaia lo riportò a casa, tra l’odore della torta di mele, che sua madre aveva appena tolto dalla madia, il brontolìo della caffettiera, che suo padre si apprestò a togliere dal fuoco, e il cantare di un cardellino, atterrato su uno dei fili dello stendibiancheria, fuori il balcone della cucina.
Nel pomeriggio, il cielo di vestì di grigio, a mano a mano sempre più scuro. Le panchine, attorno alla grande piazza, erano vuote; lo stesso i sedili di marmo, attaccati alle pareti del portico, riempito da un vento gelido. Sembrava dovesse scendere un diluvio, ma non piovve. La cima della torre campanaria, che si allungava oltre i coppi rossi dei tetti, alla fine si mostrò di nuovo intera, entro squarci di sbiadito celeste.
Fabrizio aveva sedici anni e due braccia forti da sollevare un sacco pieno di cemento, come fosse vuoto. Era figlio del macellaio e aveva la passione per la pesca che la buonanima del nonno gli aveva insegnato a praticare. Come al solito, anche quella domenica era sul torrente, ad acchiappare pesci. Più in là, a due passi dalla riva, che l’estate riempiva di zanzare e la pioggia rendeva molle, Bat portava e riportava indietro il pezzo di legno che Giuseppe gli lanciava. Fabrizio, era in piedi sullo scoglio più alto, con la sua canna, ad aspettare che l’esca venisse addentata. Quando, finalmente, il galleggiante si mise a sussultare, si apprestò a maneggiare il mulinello della canna, per recuperare ciò che aveva preso all’amo. Ma scivolò sulla pietra umida, vi sbattè contro la testa e rotolò di sotto, privo di sensi e ferito alla tempia.
Il torrente era grasso di acqua e, a qualche metro da lì, prendeva slancio, per la pendenza del suo alveo che si tuffava a valle. Lo sfortunato pescatore sarebbe affondato, se Giuseppe non l’avesse trattenuto, mettendogli tra ascella e petto il braccio corto e tenendosi con la mano buona alla fessura di uno scoglio. L’acqua scorreva gelida, insieme al vento che arrivava dalla montagna, radunando le nuvole sopra il paese, mentre Giuseppe gridava aiuto, ma la sua voce diventava muta, poco distante dalla sua bocca. Gridò ancora più forte, ma con sempre meno forze. Alla fine, chiuse gli occhi e si lasciò portare via. Bat si mise a correre, abbaiando a ciò che si muoveva, a ciò ch’era fermo, a ciò che gli sembrava si muovesse, fino alla parete di roccia, dove la riva non aveva più spazio.
Dopo qualche mese, sulla piazza principale del paese, tra gli applausi dei partecipanti, l’inno suonato della banda musicale e la benedizione del parroco, venne inaugurata una statua, a memoria dell’accaduto. Essa narrava l’eroica morte di Fabrizio, un ragazzo coraggioso e forte, nel tentativo di salvare un coetaneo dal braccio corto, caduto nel torrente inquieto. In un tardo pomeriggio, Sofia pose, ai piedi della scultura un fiore, a ricordo della simpatia che aveva per il giovane pescatore.
Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Malinconico e toccante, un racconto in cui la mentalità giudica la diversità pur nella morte. Troppe volte punto focale, che fa scomparire un essere umano completo rigettandolo nelle retrovie.
Ciao Micol e grazie per il commento.
Il finale di questo racconto molto bello mi ha stretto il cuore. Mi sono sentita fin dall’inizio così in empatia con il ragazzino protagonista da sperare per lui un finale epico e lo sbocciare di un amore adolescenziale. Ma la vita non va sempre così e ciò che ci riserva non lo possiamo sapere. Mi ha fatto riflettere.
Grazie, Cristiana, per il conmento. Buona giornata
Sono rimasta ad osservare il cursore lampeggiare per un po’ prima di decidermi a scrivere un commento.
Quanto è facile saltare alle conclusioni sbagliate, guidati da pregiudizi e false apparenze.
E’ un racconto straziante ma molto molto bello e ben scritto, complimenti!
Grazie, ShanLan. Apprezzo molto