
CAPPUCCETTO VERDE
Cera una volta un villaggio felice dove viveva una bambina che tutti chiamavano “Cappuccetto Rosso”, questo perché la sua mamma le aveva cucito una mantella in panno rosso con un bel cappuccio che la bambina era costretta sempre ad indossare, anche a Ferragosto nonostante ci fossero 40° e per questo motivo la bimba sudava come un ornitorinco in amore, dato che la mamma, svolgendo la funzione tipica di ogni mamma del mondo cioè quella della mamma premurosa ed accorta ovvero quella della più grande rompina dell’universo, aveva paura che si potesse raffreddare.
Le diceva: “Stai attenta, copriti bene che gli sbalzi di temperatura sono micidiali! Poi tu, una volta fuori ti metti a giocare, sudi e se non sei ben coperta ti ammazzi!!”
Certo la bambina aveva dei seri dubbi sul perché lei sudasse, se a causa dei suoi giochi o a causa della sua pesantissima mantellina…Ma la mamma aveva, doveva avere, sempre ragione! Anche papà alla fine dava sempre ragione alla mamma…
Il colore rosso scarlatto della mantellina, però sia a causa della continua esposizione ai raggi solari, sia per la continua sudorazione della ragazza, era diventato un rosa pallido chiazzato che la rendeva esteticamente poco gradevole.
La mamma, perciò, decise di cucirne un’altra utilizzando un panno di colore diverso. Le venne consigliato l’utilizzo di un panno verde, il fornitore ne aveva in esubero dato che lo aveva comprato per tappezzare una partita di tavoli da biliardo, adducendo la motivazione che il verde è più resistente e si intonava bene con i prati ed i boschi che circondavano il villaggio.
La nuova mantellina piacque moltissimo a quasi tutti gli abitanti di quel borgo felice per cui si decisero, soprattutto perché spinti dal negoziante, , a comprare anche loro quel tessuto del colore dei prati e dei boschi per cucirsi dei nuovi indumenti, in modo particolare delle camice, indumento molto comodo e pratico per chi deve lavorare, inoltre essendo di panno robusto lo rendeva resistente e caldo.
Quel borgo felice, però, negli ultimi tempi era affranto da un problema nuovo. Da sempre, naturalmente, essendo il borgo circondato da boschi, ci si poteva imbattere in qualche lupo, ma questi non incutevano tanta paura in quanto erano dei lupi quasi docili e poi facevano parte integrante di quell’ambiente per cui godevano di un certo rispetto ed erano tollerati. Da un po’ di tempo, però, nei boschi si aggirava un nuovo lupo, differente da quello locale, aveva un pelo ed una carnagione più scura e già solo per questo suscitava molta diffidenza, di lui si sapeva solo che proveniva da sud e si diceva che era molto aggressivo e cattivo.
Si tendeva ad accusarli per qualsiasi nefandezza succedesse nel borgo: Avevano rapinato lo spaccio del paese? Erano stati i lupi extracomunitari (nel senso i lupi che provenivano dal di fuori della comunità del borgo)! Circolavano tra i ragazzi delle bacche che davano effetti psicotropici? Erano state certamente date loro dai lupi extracomunitari! Una donna era stata violentata? Era stato certamente uno di quei lupacci!
Un giorno la nonna di Cappuccetto stava male a causa di un brutto raffreddore che la teneva inchiodata a letto. Per questo motivo la mamma incaricò Cappuccetto di andarle a portare delle focacce:
“Cappuccetto, la povera nonnina è a letto malata, per cui le ho preparato delle focacce. Tu dovresti portargliele ma stai molto attenta perché la nonna, lo sai, sta fuori paese e per raggiungerla devi attraversare i boschi che pullulano di quei maledetti lupacci extracomunitari! Mi raccomando stai attenta!!”
“Non ti preoccupare mammina, se qualche lupo mi importuna dovrà fare i conti con me! Sono o non sono cintura nera di Karatè?”
Fu così che Cappuccetto, prese le focaccine e si incamminò verso il bosco per raggiungere casa di nonna. La bimba era felice e mentre camminava saltellando canticchiava a squarciagola alcune canzoncine per bambini. A Cappuccetto piaceva in particolare cantare Haidi. Questa canzoncina parlava, infatti, di una ragazzina che, come lei, abitava su nei monti del Nord e che, certamente per colpa di qualche lupo extracomunitario, faceva uso di bacche allucinogene che le permettevano delle strane visioni come il vedere le montagne che le sorridevano o le caprette che la salutavano: Insomma una bimba felice, e drogata, che rendeva felice un’altra bimba che voleva anche lei poter assumere le bacche per avere le stesse visioni.
Cappuccetto arrivò al centro della boscaglia dove senti rumore di passi, sigirò di scatto e si accorse di essere seguita da uno di quei lupacci brutti e neri! Fu colta dal terrore ed emise un urlo terrificante. Il lupo si gettò a terra ancor più atterrito della bambina e disse
“Mammuzza mia chi fu?”
Cappuccetto vedendo questa reazione gli chiese:
“Ma tu hai paura di me?”
“Di te no, ma se continui a buttari sti vuci ma fazzu sutta!” rispose il lupo.
Nonostante quel linguaggio da lupo straniero fosse non del tutto comprensibile, Cappuccetto, che era una bimba intelligente, capì ugualmente che quel lupo aveva paura di lei e con voce calma e melodiosa disse:
“Ma come hai paura? Ma tu non sei il lupo cattivo che ne combina di tutti i colori?”
e il lupo rispose:
“Ma quali cattivo, iu sulu affamato sono!”
“Ah! Allora mi seguivi per rubarmi di nascosto le foccine della nonna!” insinuò Cappuccetto
“Ma quali arrubbariti i focaccini… Iu ti seguiva per addubbarmi armeno do ciauro de focaccini, vistu ca nun mangiu da tre giorni!” replicò il lupo.
Cappucceto capì allora che il lupo non era affatto così malvagio come l’avevano dipinto e lo invitò ad accompagnarla sino a casa della nonna promettendogli che giunti lì la nonna certamente lo avrebbe sfamato. Il lupo, allora, fu ben felice di accompagnare Cappuccetto. Durante il tragitto il lupo raccontò la sua triste storia, che era simile a quella di tantissimi altri lupi extracomunitari che si erano insediati in quei boschi là nel florido Nord di cui si narravano storie di leggendario benessere, di boschi rigogliosi e con grandi possibilità di caccia e quindi di una sopravvivenza dignitosa. Invece avevano trovato molta diffidenza e nessuna solidarietà, se la passavano, in definitiva, anche peggio di come stavano prima ma ormai erano lì e lì dovevano cercare miglior fortuna.
Nel frattempo giunsero a casa della nonna e Cappuccetto pregò il lupo di aspettare fuori in modo che potesse avvertire la nonna della sua presenza, così dicendo si avviò per entrare dentro ma, malauguratamente, scivolò sulla soglia di casa su cui era presente del muschio, sbattendo violentemente la testa svenne. Il lupo allarmato assistette alla scena e non sapendo bene come comportarsi decise che la cosa migliore da farsi sarebbe stata quella di entrare in casa della nonna per chiedere aiuto, prese il cestino di Cappuccetto per poterlo dare alla nonna ed entrò.
Appena entrato, la nonna che era a letto senza occhiali, si accorse della sua presenza e, vista l’ora e l’odore delle focacce, lo scambiò per Cappuccetto e disse:
“Entra, entra cara Cappuccetto”
Allora il Lupo iniziò ad avvicinarsi e, man mano che si avvicinava, i suoi tratti somatici diventavano sempre più evidenti alla nonna (era si molto miope ma un minimo di vista la possedeva ancora) che iniziò a dire:
“Ma che occhi grandi che hai!”
“Mi servono pi taliari miegghiu u picca ca aiu!” (rispose il lupo.
La nonna non poteva sentire le risposte del lupo poiché oltre che miope era praticamente sorda e continuò:
“Ma che naso grande hai!”
“Certo, visto ca haiu l’uocci ranni, macari u nasu ha essiri ranni ma se no parissi curiusu”
“Ma che bocca grande che hai!”
“A nonna ora stai cuminciannu a offenniri, a putissitu macari affiniri!”
A quel punto il lupo era arrivato vicinissimo alla nonna che finalmente si rese conto che non si trattava di sua nipote bensì di uno di quei lupi extracomunitari, fu presa dallo spavento ed iniziò a gridare
“Aiuto al Lupo! Al lupo! Al lupo!!!”
Il lupo atterrito dalle grida della nonna avrebbe voluto nascondersi sotto il letto ma per la fretta inciampò e finì addosso alla nonna.
Nel frattempo passava da lì un cacciatore con la sua bella camicia verde (anche a lui il negoziante aveva venduto del panno verde) e fu richiamato dalle grida della nonna, accorse subito verso la casa e vide che sulla soglia si trovava Cappuccetto che sembrava morta, entrò e vide un lupaccio cattivo sopra la povera nonna che urlava, imbracciò prontamente il fucile e sparò, uccidendo il lupo.
La morale di questa fiaba è la seguente:
“Non importa se l’extracomunitario o il sudista siano buoni o cattivi, alla fine la cosa migliore da fare è eliminarli!”
Naturalmente questa favola è solo una favola e non ha niente a che vedere con il mondo reale, ed anche la morale è una morale che può variare secondo il punto di vista con cui si segue la storia, tutto dipende se si sta con il lupo o con il cacciatore, personalmente sto con il lupo ma questo, probabilmente, è dettato dal fatto che io sono un sudista, un vero sudista!
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Ciao Giuseppe, da siciliano non posso fare altro che essere solidale col povero lupo extracomunitario! Un libriCK divertente, ironico certo, soprattutto la parte dialettale mi stavo scompisciando perché, essendo siciliano, praticamente il lupo parlava come me, ma dicevo ironico, ma che spinge ad una profonda riflessione sulla condizione del meridionale al Nord e della visione che hanno ancora molti settentrionali nei nostri confronti. Certo, non sono tutti così, però il razzismo territoriale è ancora duro a morire, lo si vede profondamente anche negli stadi. Che dire, complimenti per l’idea, hai unito la favola ad un tema ancora purtroppo attuale in maniera leggera e originale! Un saluto, alla prossima!
Ciao Antonino. Grazie per i complimenti e sono felice che tu abbia apprezzato questo mio modo di scrivere leggero ed ironico anche su argomenti “seri” come in questo caso il razzismo, considerato nell’interezza del suo significato. Sono più che convinto che si possa dire molto di più e magari farsi ascoltare meglio, utilizzando l’ironia e toni leggeri. Infine l’utilizzo di espressioni “dialettali” si è reso necessario per caratterizzare meglio il personaggio del lupo anche se avevo la consapevolezza che questo linguaggio avrebbe penalizzato la lettura di chi non conosce il nostro vernacolo anche se non ho utilizzato un linguaggio dialettale assolutamente corretto ma l’ho un po’ adattato per una migliore comprensione per tutti i lettori.
Ciao Giuseppe, ho scoperto ora il tuo racconto grazie al post sul gruppo. Ti confesso che ho riso fra le lacrime, senza sapere esattamente se erano lacrime tristi o divertite. Nel tuo caso non la penna ma l’ironia ferisce più della spada. Sono d’accordo con te, anch’io solidarizzo con il Lupo.
Ciao Micol, grazie per le tue parole. Io sono arciconvinto che con l’ironia si riesce a trattare anche l’argomento più serio ed il sorriso, a volte anche amaro, serva a far riflettere molto più di molti discorsi “seriosi”.
Complimenti Giuseppe! Oltre a strappare qualche sorriso offre molti spunti di riflessione. Molto interessante, bravo!
Grazie Andrea, Personalmente ho sempre pensato che con l’ironia si riescono a mandare messaggi importanti e dare spunti di riflessione anche su tematiche serie. Io ci provo, contento se in parte riesco nell’intento.
Prendendo spunto dalla notissima fiaba, hai costruito un originalissimo e alquanto ironico racconto, pieno di spunti di riflessione… Mi è piaciuto molto, complimenti!
Grazie. Hai colto in pieno il mio intento. Spesso per far riflettere non c’è mezzo migliore dell’ironia.