Carlos Sandez

Serie: Regina


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: " Era un giorno come tanti nei tunnel della metropolitana..."

«Questa casa è troppo piccola, mi manca l’aria! E i nostri vicini… sono così banali! Avevi promesso di portarmi via, ma sono passati anni e… e siamo ancora qui! Se almeno mi portassi in vacanza! Mi dici che dobbiamo risparmiare e, sia chiaro, a me sta bene, ma dopo sette anni, dico, sette… non abbiamo ancora raggiunto nessuno dei nostri obiettivi! Le mie amiche mi prendono in giro… Siamo io, tu, questa casetta e il nostro pelosissimo Whisky! I nostri amici ci hanno soprannominato gli anziani. Ti rendi conto? Io ho trentacinque anni e tu trentasette. Siamo diventati due vecchi senza aspirazioni!»

La testa mi faceva ancora male. Una maledizione aveva preso possesso delle mie orecchie costringendomi ad ascoltare quei lunghi e giornalieri monologhi senza che riuscissi mai a trovare la forza di ribellarmi. Lui era lì che mi mi fissava divertito. Non potevo vederlo, ma sapevo che era lì. Lei invece era il suo strumento. Lo strumento di chi? Ma di quel demone dalla voce sottile che mi aveva convinto a dare una svolta alla mia vita da scapolo sussurrandomi pessimi consigli: cerca una brava ragazza e sposati, mi ripeteva ogni sera: “Non vorrai morire da solo!” Devo essere sincero, non pensavo che la vita di coppia potesse essere così terrificante. In realtà in quel rapporto siamo sempre stati in tre: io, lei e le sue chiacchiere. Così assidue da essere diventate un’entità a sé stante che io chiamavo “simpaticamente” il mio demone. La sera, appena si addormentava, dopo avermi elencato ancora una volta tutti i suoi singoli bisogni o desideri, mi lasciavo scivolare da sotto le coperte e fuggivo in cucina. A quel punto chiudevo gli occhi e immaginavo la mia vecchia vita. Poi ricordavo al mio me stesso del passato che ero stato io “a volerla”. L’avevo corteggiata in tutti i modi, l’avevo voluta, pretesa: ben mi sta! E avevo anche voluto il matrimonio religioso: per tutta la vita, finché morte non ci separi! Ora non dovevo fare altro che pazientare per altri trenta, quarant’anni finché i miei occhi non avessero deciso di chiudersi per sempre. Non ero il tipo da fare le valigie e andare via. Appena iniziava a singhiozzare, mi buttavo a terra trasformandomi nel suo zerbino preferito. E sapevo farlo anche bene. Sapevo cosa dirle per farle tornare il sorriso. Ma l’effetto non durava mai molto: dieci o quindici ore, poi si ricominciava.

In compenso, quando dormiva e quando andavo al lavoro mi sentivo felice. Lavorare nei sotterranei della metropolitana, in quel lugubre silenzio spezzato dal frastuono della città che si muoveva sopra di me senza potermi raggiungere, mi faceva sentire bene. E poi il rombo delle locomotive, che passavano sfrecciando, era solo un lontano ricordo. Quando arrivavo io, con la mia pesante borsa degli attrezzi, il mio giubbino ed elmetto arancioni, il servizio era già chiuso: alle 21:00 non si vedeva svolazzare nemmeno una mosca. Quello era il mio Nirvana, il mio Valhalla, e mi stava bene così. Anche se ero costretto a condividerlo con il mio collega: il vecchio Arnold. Lui era un simpaticone, sessantatré anni, stempiato e fisico asciutto. Un tipo molto sveglio e piuttosto agile per la sua età. Io ero il tipico ragazzone dalle mani grandi, abituato a lavorare senza lamentarsi. Io e lui formavamo la coppia perfetta.

«Carlos! Santa pazienza, ma sei diventato sordo?»

In quel momento il breve excursus giornaliero sulla mia vita terminò e mi ricordai che Arnold aspettava che finissi di controllare lo scambio sui binari, prima di riattivare la corrente. Diedi una rapida occhiata al dispositivo di armamento che regolava lo scambio, poi risposi ad Arnold attivando la ricetrasmittente .

«Ci sono!» dissi, oltrepassando di corsa i binari e salendo sulla sopraelevata destinata al transito dei passeggeri.

«Vai pure!» confermai, rivolgendogli un cenno con la mano. Lui mi vide, sporgendosi oltre la centralina, e mi diede un cenno di risposta.

La Metropolitana era tornata in funzione, pronta per le tratte delle prime ore del mattino. Erano passate cinque ore: erano le due della mattina, e, dopo poco meno di tre ore, la prima corsa avrebbe riportato il caos assordante della città anche all’interno di quel lunghissimo tunnel.

Mi rimanevano tre ore. Mi sedetti su una delle tante panchine che si susseguivano lungo la zona di transito del passeggeri e presi uno dei sandwich con burro di arachidi e formaggio dalla mia valigetta del pranzo. Masticai a lungo osservando quei binari vuoti. Poi mi sdraiai fissando le luci al neon. Ero preda di un’insolita apprensione. Come se in cuor mio sentissi che qualcosa stava per accadere. Avrei dovuto dar retta a quella sensazione. Ma quando ormai ne ebbi la certezza, era troppo tardi. Mi svegliai di colpo, in mezzo alle voci e al via vai di gente, colto di sorpresa da un rumore assordante. Il mio collega si era dimenticato di svegliarmi, e sembrava scomparso. Mi alzai, recuperai i miei attrezzi, e cercai di farmi strada tra la calca che si era formata. Solo quando vidi Arnold correre verso di me, capii che qualcosa non andava.

«Corri!» gridò, superandomi.

Fu allora che, voltandomi, e osservando i calcinacci che cadevano dal soffitto, mi resi conto che l’intera struttura della stazione era sul punto di cedere. Non avevo mai visto nulla del genere: le pareti scavate nella roccia e ricostruite con il cemento si stavano sgretolando. Mi misi a correre, ma senza avere il tempo di raggiungere le scale. Sentii mancare il pavimento sotto i piedi e poi più nulla.

Serie: Regina


Avete messo Mi Piace6 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. ho letto i primi due episodi. Questo mi sembra un capitolo di attesa, in cui si prepara qualcosa che ha sicuramente a che vedere con la Regina. Poi vedrò il seguito, ma è una lettura interessante e di notevole livello stilistico.