CARTA

Ciò che conosciamo di noi è solamente una parte e forse piccolissima, di quello che siamo a nostra insaputa, figuriamoci di tutto il resto, ma per ciò che sta sulla carta è diverso, molto diverso.

Mi misi a vagare per la città perché avevo un’impellente necessità di camminare, perché avevo voglia di respirare aria gelida, perché sentivo l’esigenza di liberare e quindi inseguire il flusso di pensieri che avevo in circolo nell’anima, quel giorno più impetuoso che mai. Camminavo a passo svelto imbucando vicoli e percorrendo vie a caso, ma era un invernale sabato pomeriggio prefestivo di Dicembre, non ci avevo badato. Il mio desiderio di farmi una tranquilla passeggiata meditabonda, prestò si scontrò frontalmente con gruppi, mandrie intere di persone divoratrici di spazio, ovunque andassi. Mi sembrava di camminare contromano e che tutti procedessero nella direzione opposta alla mia.

Avevo anche la sensazione che il freddo acuisse i miei sensi. Il mio olfatto, infatti, man mano che mi spostavo, captava serie successive di odori più o meno sgradevoli, mi pareva anche di sentire e capire tutto ciò che le persone che incontravo dicevano, di leggerne quasi i pensieri. Quanto mondo intorno a me, io lo osservavo tutto, ma ero solo, isolato. Camminavo e pensavo, camminavo e pensavo allo “ Sturm und Drang”.

Chissà perché, era da quando mi ero svegliato, che ci pensavo. Dal primo mattino, infatti, avevo riflessa nella mente l’immagine di quei due uomini intenti a scorgere il sorgere della Luna. Mi sarebbe piaciuto andare fino a Dresda persino, fare tutto il viaggio, soltanto per vedere, ammirare a occhio nudo l’opera simbolo di una corrente di pensiero, un movimento intellettuale fissato nella storia.

“Hai già fatto i compiti?”

“No, non li faccio io”.

“Non ripassate neanche voi?”

“… e se poi Lunedì interroga?”

“La verifica, c’è anche la verifica”.

Come avrebbero commentato l’opera di Friedrich, una volta costretti a sbatterci lo sguardo sopra su quel quadro, magari in una gita scolastica, quei ragazzini in gruppo con cui stavo impattando e che tra lunghi segmenti intervallati di turpiloquio vario e insolite bestemmie, si parlavano addosso della loro vita di studenti? Forse avrebbero pensato che quei due uomini così bizzarramente vestiti e con quei strani cappelli in testa appostati nel bosco di notte, altro non potevano essere se non due ladri fuggitivi travestiti o dei guardoni in cerca di coppiette appartate, loro stessi forse amici particolari in cerca di intimità o quant’altro ancora di volgarmente fantasioso.

Invece, erano soltanto due esseri umani in estasiata ammirazione della natura, legati da un interesse comune, ma probabilmente non comune a tutti, ardentemente desiderosi di comunicare e condividere ciò che poteva apparire estraneo alla vita quotidiana, eppure così prepotentemente presente. Due personaggi appartenuti a un’epoca diversa, lontana, ma io continuavo a camminare.

-“Le ore d’ufficio, l’atmosfera in ufficio, il capo ufficio, i parametri d’ufficio”.

Due giovani donne eleganti, curate e pesantemente profumate, che passeggiavano lentamente fermandosi davanti a ogni vetrina di negozi.

“Sturm und Drang”, un gruppo di singoli individui che si erano riuniti, ritrovati, avevano formato circoli, fondato scuole di pensiero, discutevano, leggevano, scrivevano, pubblicavano, cercavano qualcosa per placare la loro sete d’infinito, estremamente consapevoli dei propri limiti in quanto uomini e quindi consci che non avrebbero mai raggiunto il loro obbiettivo, non avrebbero mai trovato ciò che già faticavano a definire e da qui nasceva e si sviluppava il loro tempestoso struggimento. Lo struggimento dell’anima.

-“A che ora è la partita?”

-“Guarda quella lì”.

-“Quanti anni ha il suo?”

-“A sì, danno brutto domani”.

Continuavo a camminare e ad incontrare famiglie, coppie mano nella mano, vecchi seduti sulle panchine, giovanissime madri con i loro neonati, tutti seguitavano a vivere la loro vita, ma a me sembrava che nessuno si struggesse e che nessuno avvertisse la necessità di protendersi verso … , ma verso che cosa, verso chi? Io stesso ero solamente uno di loro, uno che stava proseguendo nel suo cammino probabilmente inutile, in quel pomeriggio probabilmente perso, condividendo speranze probabilmente vane.

Chi stavo prendendo in giro, ma chi stavo cercando di ingannare, me stesso? Io non stavo affatto girovagando per la città. Immerso nei miei pensieri e guidato da non so quale grado di intorpidita consapevolezza, avevo seguito un itinerario e raggiunto una meta precisa. Eccomi, quindi, dove innumerevoli volte ero già stato, il mio posto, il mio angolo di pace che quel pomeriggio volevo forse imporre a me stesso di ignorare e invece, ecco la libreria più antica della città, la prima, ero ancora lì. Era certamente cambiata nel corso degli anni, si era modernizzata, commercializzata, non era più soltanto un negozio che vendeva libri, ora era anche cartoleria, si vendevano oggetti regalo, giochi da tavolo e altro, si era ingrandita, ma lui, il vecchio proprietario era sempre lui, sempre tra i libri e gli scaffali. Ormai non parlava più con i clienti e sembrava non si occupasse degli affari, a quello ci pensavano altri, ma era sempre presente. A me piaceva osservarlo di nascosto, non gli avevo mai parlato nel corso degli anni, anche se lo avevo sempre invidiato e ammirato, lo sentivo un personaggio a me affine. Anch’io adoravo stare in mezzo ai libri, soprattutto in quella libreria, di cui apprezzavo da sempre l’ordine e la disposizione vecchio stampo, certamente ancora voluta da lui.

Quanti libri ci potevano essere in quella libreria? Mi sforzai senza troppa convinzione di calcolare all’incirca quanti volumi potevano essere raccolti in quell’ambiente a me così familiare. Impossibile! Quanti autori, quante parole stampate, quante pagine di carta. Dietro ogni singolo libro c’era un mondo da scoprire, ma io non ero in grado, non sarei mai riuscito a conoscere e assimilare tutto. Allora, mi rimaneva soltanto il piacere di osservare le file ordinate di libri, camminare lentamente tra gli scaffali e ogni tanto prenderne in mano uno a caso. Il libro mi era sempre piaciuto, proprio come oggetto fisico. Adoravo la carta, toccarla e annusarla, cercare di capirne l’origine e il tipo. Avevo studiato anche i vari procedimenti, dall’albero al prodotto finale, sapevo tutto della sua storia. Il libro, prima ancora di esaminarne il contenuto, era bello sentirlo nelle mani, guardare la rilegatura e il tipo di copertina, ascoltare il rumore prodotto dal fruscio delle pagine e poi naturalmente annusarlo. Ero persuaso che ci fosse addirittura un nesso tra le fattezze materiali di un libro e il suo reale contenuto. Stranezze di un vorace lettore. Comunque, l’acquisto di un libro andava fatto con passione e consapevolezza che la scelta da fare era certo intrigante nello svolgersi, ma doveva essere seriamente motivata. Io, però, non ero intenzionato a scegliere e comprare un nuovo libro.

Mi guardavo in giro eccitato, curiosavo, gustavo il mio piacere, ma stavo fingendo ancora, era come se una parte di me fosse interamente protesa a nascondere qualcosa alle altre. Una sciocchezza forse, ma reale. C’era un motivo preciso quindi, per cui quel pomeriggio ero uscito di casa, avevo camminato per la città fingendo di gironzolare a vuoto e avevo raggiunto quella libreria. Ci ero andato per cercare qualcosa, un libro ovviamente, ma uno in particolare, uno, solo quello. Dov’era, dove poteva essere? Basta, era assurdo, lo sapevo benissimo dov’era, che senso aveva quella stupida commedia tra me e me? Era al suo posto. Vicino agli scaffali dedicati ai romanzi classici e poi contemporanei, c’erano quelli riservati alle raccolte di racconti, quello che stavo cercando era appunto una raccolta di quindici racconti, ma non la vedevo, dovevo avvicinarmi di più. In effetti, il libro non era molto voluminoso, solo settantatre pagine, edito da una piccola casa editrice indipendente di provincia, realizzato con pochi mezzi e pubblicato certo in non molte copie. Era un’opera prima di uno scrittore esordiente, quindici brani, separati, ma uniti da un unico motivo guida. Mi piaceva leggere le raccolte di racconti. Il racconto breve in particolare, tutto e subito, un’idea o un concetto con attorno un stringata fiction letteraria e poi spazio al lettore.

Continuavo a non vederlo, eppure il posto era quello, ne ero certo. Un ansioso sconforto mi stava già per assalire, quando un’occhiata ben indirizzata lassù in alto, nell’ultimo ripiano dello scaffale, mi permise di individuarlo finalmente, era quasi nascosto dal cartello “Racconti”. Eccolo, mi guardai in giro e poi quasi come se lo stessi rubando, lo afferrai. Di nuovo tra le mie mani, lo potevo ancora toccare, maneggiare e annusare, verificare che anch’esso fosse in mezzo a tutti quegli altri libri, che facesse parte di quella libreria, di quel cosmo nel cosmo chiamato arte, conoscenza o più semplicemente magia umana. Ancora una volta, prima di riporlo al posto che qualcuno, forse addirittura il vecchio proprietario di quell’antica libreria, aveva stabilito essere il suo, mi meravigliai emozionandomi sino quasi alla commozione nel leggere sulla copertina il titolo di quel libro, la casa editrice e il mio nome e cognome.

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Discussioni

  1. Bella la descrizione del libro, del tenerlo in mano, di assaporarne le sensazioni che trasmette con ogni senso disponibile… capita anche a me… come anche passeggiare e rubare conversazioni altrui, sprazzi di vita che poi ricompongo nella mia testa sotto forma di storie..
    Ti ho accompagnato in quei passi…
    Bravo.
    Alla prossima lettura.

    1. Pensa che forse i figli dei nostri figli non lo potranno più fare, forse non ci sarà più carta o libri così come li conosciamo oggi. Grazie per avermi dedicato un po’ della tua attenzione ciao

  2. Ho adorato il flusso di pensieri del protagonista che vaga per la città apparentemente senza una meta. Lo sturm und drang, i ragazzini, la gente che passa e via discorrendo sono immagini che mi hanno immediatamente catapultata con il protagonista nel racconto, hai fatto proprio un bel lavoro. Il finale poi ha dato quel tocco in più, la soddisfazione di aver scritto un libro e che quel libro sia stato pubblicato anche nella libreria preferita del protagonista è una soddisfazione ancora più grande. Complimenti 🙂