Cerco lei, Emily, dove sei?
Sento dei rumori provenire dall’alto, un suono sordo e costante come di pale che affondano nella terra. Ma quando alzo lo sguardo, vedo solo il cielo. È come se qualcuno stesse scavando attraverso il cielo stesso per tirarmi fuori da questo vuoto. Il rumore si fa sempre più forte, quasi frenetico, e improvvisamente una luce abbagliante mi travolge. Il cielo si apre e, senza capire come, mi ritrovo fuori, davanti alla chiesa.
Sono mani forti e ruvide quelle che mi afferrano per le braccia e mi tirano fuori. Sono confuso, spaesato. Il senso di morte che mi avvolgeva pochi istanti prima è svanito, sostituito da un respiro affannoso e dal battito accelerato del mio cuore. Sono tornato in vita. Ma com’è possibile? Forse non ero davvero morto, non del tutto. Forse c’era ancora una scintilla di vita in me, e loro, questi salvatori sconosciuti, se ne sono accorti in tempo.
Ma mentre cerco di mettere a fuoco ciò che mi circonda, la mia mente corre solo a un pensiero: Emily. Se io sono tornato, lei potrebbe essere ancora viva? Devo saperlo. Il dubbio è un morso incessante che non posso ignorare. Mi libero dalla presa di chi mi ha salvato e corro, corro verso l’albero dove tutto è finito… o forse, dove tutto può ricominciare.
Il vento freddo mi taglia il viso, ma non sento dolore. Sono spinto solo da una speranza cieca e disperata. Devo trovarla. La nostra storia non può essere finita sotto quell’albero.
Corro senza sosta, con il respiro che si spezza in affanno. Ogni passo sembra avvicinarmi all’albero, ma allo stesso tempo pare che questo si allontani, come se il tempo e lo spazio si deformassero intorno a me. Ma non mi fermo. Devo raggiungerlo, devo trovare Emily.
Finalmente lo vedo, l’albero solitario che si staglia contro l’orizzonte, con le sue radici profonde e i rami spogli che si allungano verso il cielo come mani scheletriche. È lì che l’ho vista l’ultima volta, e il ricordo mi colpisce con la forza di un pugno al petto. Il terrore di perderla di nuovo è insopportabile.
Mi fermo ansimante a pochi metri dal tronco, cercando con lo sguardo ogni traccia di lei. “Emily!” grido con la voce spezzata. Ma c’è solo il silenzio in risposta, un silenzio che pesa come una condanna.
Poi, una figura esile emerge lentamente da dietro l’albero. È lei. Emily. È avvolta in una luce eterea, quasi irreale. I suoi occhi incontrano i miei, ma qualcosa non va. Il suo sguardo non è quello che ricordavo: è vuoto, perso in un abisso in cui non riesco a penetrare. C’è un’ombra che grava su di lei, come se fosse intrappolata in un sogno da cui non riesce a svegliarsi.
“Emily, sono qui! Sono tornato per te!” le urlo disperato, cercando di avvicinarmi. Ma ogni passo che faccio verso di lei, lei sembra allontanarsi. È come se fossimo separati da una distanza invisibile e incolmabile.
“Allontanati…” mormora, con una voce che non è più la sua. È gelida, spezzata, come se provenisse da un luogo distante e oscuro. “Non dovevi tornare…”
Il mio cuore si stringe in una morsa di paura. “Non ti lascerò mai più!” le rispondo, ma lei scuote la testa, e vedo le lacrime rigarle il viso. “Non capisci… sono parte di questo luogo ora. Non c’è più un ritorno per me.”
L’albero emana un’energia sinistra, come se fosse una porta tra il nostro mondo e un regno dimenticato. E ora capisco: Emily è legata a questo posto, intrappolata in una dimensione che non è né viva né morta. E io, nella mia ostinazione, l’ho seguita fin qui.
“Devi lasciarmi andare…” sussurra, mentre il suo corpo inizia a dissolversi, come fumo portato via dal vento. “Se resti, sarai prigioniero come me.”
Le sue parole mi colpiscono come lame. La mia mente è un vortice di disperazione e amore. Come posso lasciarla qui, sola in questo incubo? Eppure, so che lei ha ragione. Non posso salvarla.
Lentamente, le sue mani si alzano, come se stessero cercando di salutarmi un’ultima volta. Ma i suoi occhi… i suoi occhi mi implorano di lasciarla andare.
“Addio…” riesco a sussurrare, con la voce spezzata dal dolore. Emily si dissolve completamente, lasciando dietro di sé solo il vento che scompiglia i rami dell’albero.
Rimango solo, ancora una volta, sotto quel maledetto albero. Ma ora, so cosa devo fare. Non posso restare qui, non posso farmi inghiottire dal nulla. Devo tornare indietro, anche se significa lasciare parte del mio cuore in questa terra desolata.
Con un ultimo sguardo all’albero, mi giro e comincio a camminare verso la luce. Ogni passo è una lotta contro il desiderio di voltarmi, ma resisto.
Il cielo si apre sopra di me, e un’ombra mi segue, sempre più distante, finché non svanisce del tutto. Forse non rivedrò mai più Emily, ma almeno posso portare con me il suo ricordo, e vivere… per entrambi.
Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
“Devo tornare indietro, anche se significa lasciare parte del mio cuore in questa terra desolata.”
Devo andare avanti!
È la storia dell’elaborazione di un lutto, raccontata molto bene in chiave onirica o quasi: l’amata rimane presente nell’anima del protagonista proprio in virtù della sua assenza.
Il titolo mi ha riportato a una vecchia canzone di Paul Simon.
Bravo, inconsciamente ne ho scritto un racconto, senza saperlo. Perché è successo nella realtà.
Toccante ed emozionante.
Ricorda, almeno in parte, anche se sviluppata diversamente, la storia di Orfeo ed Euridice.
Davvero bello.
Grazie.
Hai saputo raccontare con la delicatezza di un sogno o di una favola, un momento che tutti dobbiamo affrontare nelle nostre vite, il distacco da chi si ama. Ciascuno con la propria personale esperienza.
Grazie Cristiana.