
Cessate il fuoco
Serie: My Lai
- Episodio 1: Lei è qui
- Episodio 2: Delirio
- Episodio 3: Incubo
- Episodio 4: Cessate il fuoco
- Episodio 5: Castigo
STAGIONE 1
Una bocca aperta. Denti piccoli. Il labbro inferiore tremante. Le mani che graffiano il terreno. Un’unghia si spezza. Rimane lì, incastrata nel fango. Il calore del sangue sulle dita. Il sangue che scivola lungo il polso. Non mio. Mai mio.
Ridevano. Ridevo. Ridevamo tutti. Il fumo si alzava in colonne nere, le capanne bruciavano, il cielo era arancione come l’interno di una bocca aperta, urlante.
Un calcio nello stomaco. Un colpo secco. Un suono umido. Una tosse strozzata. Un corpo che cade. Una mano che stringe un polso. Un ginocchio che preme tra le gambe.
Poco fa rideva. Ora non più.
Le urla si mescolano al rumore delle mitragliatrici. Alle risa di qualcuno. A un elicottero in lontananza. Il cielo si apre, bucato dai proiettili traccianti. Una ragazza corre tra le risaie. A piedi nudi. I capelli bagnati. Il vestito che si incolla al petto. Qualcuno la prende per i capelli. La strattona indietro. La testa si inclina. Il collo esposto. Il respiro rotto.
Troppo piccola. Troppo giovane. Troppo calda. Troppo viva.
Una mano sulla bocca. Una mano sulle cosce. Le gambe che si divincolano.
Ti prego. Ti prego.
Una voce. Un urlo. Un singhiozzo.
Troppo tardi.
Le risa intorno. Qualcuno sputa per terra. Un grilletto che scatta. Un suono sordo. La carne si apre. Un corpo che si affloscia. Gli occhi ancora aperti. Le mosche si posano già sulle labbra.
Drogati. Fottuti, pazzi, fuori di testa.
Il sangue sapeva di rame, di ferro, di eccitazione. Il sangue bagnava il fango, si attaccava alle dita, alle unghie, alle labbra. Il sangue era dentro di noi. Ci apparteneva.
Ridevamo. Ridevamo come cani affamati, con la schiuma alla bocca.
La guerra era dentro. La guerra era tutto. La guerra era sesso, era potere, era un cazzo duro contro la paura. La guerra era una preghiera sporca gridata nella notte, con il fango fino alle ginocchia e le mani che spingevano giù, giù, giù su un corpo che tremava, che scalciava, che piangeva, che implorava Dio, Buddha, la terra, il cielo, il nemico, la madre, il padre, chiunque. Chiunque.
La guerra ci aveva presi. Ci aveva tolto il nome, il cervello, la pelle. Eravamo mostri.
Davis sparava in aria e urlava. Williams teneva ferma una ragazzina per le caviglie e la sollevava di peso, come un sacco di riso, le gambe spalancate, le urla rotte.
«Che succede, puttana viet? Ti piace, eh?»
Lo stomaco che si contrae, la gola che pizzica. La paura che si trasforma in qualcos’altro.
Le voci, le risate, gli spari.
«Fratello, tocca a te!»
Un calcio. Il viso che si gira di lato. Sangue sulle labbra, sulla guancia. Una manciata di capelli strappati. Le mani che premono. Il respiro che si spezza.
L’odore. Merda, sudore, paura, terra bagnata.
Un coltello che scivola lungo una coscia. Una traccia di rosso che si allarga sulla pelle.
La guerra era tutto. La guerra ci possedeva. La guerra ci fotteva. La guerra era un orgasmo sporco tra le macerie di un mondo morto.
Ridevamo.
Sparavamo.
Uccidevamo.
E non era mai abbastanza.
L’elicottero ruggisce sopra di noi. Il vento solleva polvere e sangue rappreso. Lame nere che tagliano il cielo. Bengala bianchi, abbaglianti. Le radio gracchiano, voci spezzate nel metallo.
“Cessate il fuoco.”
“Cristo santo, che cazzo avete fatto?”
Nessuno ascolta.
Williams preme il fucile contro la nuca di un vecchio inginocchiato, la canna sporca di fango e cervella. Gli ride in faccia.
Urina che scivola lungo la gamba dell’uomo. La puzza acre di morte imminente. Occhi che si chiudono stretti. Il grilletto che scatta.
Il colpo spezza l’aria. Il vecchio si affloscia come un sacco vuoto.
Intorno a noi corpi. Centinaia. Bambini. Donne. Uomini. Mucchi di carne ancora calda.
Respirano ancora alcuni. Un singhiozzo basso, un respiro gorgogliante. Il sangue cola piano. Lo sporco si infiltra nelle ferite.
L’elicottero si abbassa. La radio continua a urlare. Davis solleva il fucile. Lo punta in alto.
Gli altri lo seguono. Vogliono abbatterlo. Non vogliono testimoni.
Un’altra raffica. Gli alberi tremano. Il cielo esplode di proiettili.
Il vento mi spinge indietro. L’aria è densa.
Mi cade il fucile. Lo guardo. Le mani tremano.
Intorno ancora spari, risa isteriche, urla di bambini ancora vivi.
Dopo. Il vuoto. Il silenzio.
Sento il mio cuore battere. Solo quello.
Apro la bocca. Respiro a fatica. Mi volto.
Il campo di battaglia è immobile.
Davis mi fissa. Il suo sorriso è largo, i denti macchiati di rosso.
«Fratello… guarda cosa abbiamo fatto.»
Guardo.
Il mondo è un ammasso di carne strappata e corpi contorti. Una bocca spalancata, senza suono. Un occhio bucato da una scheggia. Un bambino con la testa spaccata in due.
Mi bruciano gli occhi. Non vedo più niente.
Una cella piccola, stretta, sudata. Le pareti color ruggine. Il letto una lastra di ferro.
I muri respirano piano. Il sangue ha macchiato anche qui. Lo sento. Nascosto sotto le piastrelle, nei tubi arrugginiti, tra i mattoni. Non serve lavarlo via. Non se ne va mai.
Davis è nella cella accanto. Fischietta. Una canzone senza melodia.
Mi chino, le mani intrecciate tra i capelli. Non chiudo gli occhi. Se li chiudo vedo ancora tutto.
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