Che bella la vita di un macaone

Oggi vanno tutti di fretta, tranne lui. Suo padre si è svegliato presto e ha accatastato le valigie accanto al portabiti vicino alla porta d’ingresso. Sua madre lo pungola con l’indice, mentre lui trascina i piedi lungo il corridoio, invitandolo a sbrigarsi. Le fette di pane tostato e imburrato sono a tavola e si leva il fumo denso e caldo di una tazza di caffè con il quale suo padre si ustiona la lingua. Poi lamentandosi, controllando l’orologio da polso, si avvia verso l’uscio e dice: vado a lavare la macchina. Oggi devono partire per le vacanze. Le vacanze, dove tutto rallenta. Loro, invece, vanno di fretta.

Chi di certo va di fretta è quell’uovo incollato alla foglia bagnata di rugiada. In principio appare come una perla, come quegli orecchini che cadono dai lobi delle signore di mezza età ai matrimoni. Con il passare del tempo la perla ha assunto un colorito ambrato, ma ha conservato le stesse dimensioni, grande poco più della capocchia di uno spillo. Mentre fuori la natura è suono e quiete, pioggia e pomeriggi assolati, l’uovo si fa sempre più scuro, quasi a diventare una perla prima violacea e infine nera. Coperta com’è di questo manto scuro, così è rimasta per qualche tramonto. Giusto in tempo per svegliare un bruco, che confuso dall’eccesso di ombra, si domanda dove si sia nascosto il sole. Si agita, il bruco. Smania, nella sua irrequietezza, con il desiderio di evadere da quella perla che per lungo tempo lo ha accolto. Così si è fatto largo nell’involucro, spogliandosene. Non appena libero, gli è preso un grande appetito. Ha così mangiato la culla che lo aveva ospitato e, non contento, guardandosi intorno, si è detto che avrebbe mangiato anche le foglie della pianta su cui poggiava. Avrebbe però aspettato il calare del sole per evitare di finire tra le grinfie di qualche uccellino. Nell’attesa del fresco e lieto evento, è rimasto immobile su un ramo di aneto. Un vento timido minaccia di scuotere i rametti verdeggianti e per qualche istante durante la giornata gli sembra di perdere aderenza e precipitare a terra. Dopo aver resistito, l’ora di cena. Si è messo dunque a mangiare i rami e le foglie sparse per tutta la notte e così ha fatto per più di una settimana. Mano a mano la sua pelle ha cambiato colore e sul dorso spuntano macchioline ora bianche ora giallastre. Il bruco non si stupisce di ingrassare, di invecchiare. È quello il suo scopo, semplicemente sopravvivere. Una mattina ha sentito la presenza di un uccellino avvicinarsi dall’alto e guardarlo con curiosità, così lui si è mimetizzato con l’ambiente estroflettendo due minuscole corna arancio. L’uccellino ha cantato per un po’, scrutandolo, ma poi è volato via sconfortato. Dopo due giorni, il bruco comincia a sentire la necessità di aggrapparsi a un ramo. Si è dunque arrampicato su un legnetto vicino, ha tessuto un sottile filo di seta e si è saldamente ancorato ad esso. Sente un fastidioso brontolio allo stomaco, come un rigurgito di nuova vita, e ha realizzato che l’unico modo per liberarsi di questo subbuglio interiore è rigettarlo. Ha preso a dimenarsi come un matto, sobbalzando sul ramo, danzando goffamente come un gatto che tenta di vomitare una palla di pelo. Il fastidio è risalito lungo il dorso e ha raggiunto la testa, dalla quale a fatica spinge una crisalide che ha spogliato il bruco della sua veste ormai obsoleta. Ora che la pelle è caduta, la crisalide ha il bisogno di riposare in uno stato di immobilità. Si è osservato e il suo nuovo manto è di un verde acceso, come il ramo a cui era aggrappata. Allora si è decisa a costruire la sua casa estiva dello stesso colore per passare inosservata. Durante l’incubazione, la crisalide rimugina sulla propria condizione di immobilità. È un contadino che non ha mai lasciato il paese per la città. Pensa che forse, una volta divenuta farfalla, avrebbe potuto sperimentare la vita. Avrò le ali, pensa, posso volare di fiore in fiore, posso vedere il mondo. Ho tutta la vita davanti. Nel frattempo, sulla spina dorsale si fa strada le ali e ciascun mutamento del corpo accelera per la smania di vivere le nuove sembianze. Una mattina di agosto, quando gli uccellini sembravano avere già trovato cosa mettere nel becco, la farfalla ha prima crepato e poi aperto con la spinta vitale il suo bozzolo. Si è adagiata sul ramo lasciando cadere dietro di sé la sua vecchia casa e aveva collaudato gli occhi, le zampe, la proboscide. Aveva atteso che l’acqua pompasse nelle nervature delle ali, permettendo di spiegarle del tutto fino alla massima estensione.

Si guarda, ora, il macaone. I colori gli inondano gli occhi come luci sfumate. Panna, arancio, viola e il blu della sera. Tutto nel tessuto vivo del suo nuovo corpo. Le scaglie colorate della pelle sono il suo abito migliore, quello che avrebbe indossato per sempre. Il macaone è fiero di essere giovane, di essere se stesso, dell’impegno e del sacrificio ottenuti in tutta quella vita immobile. Ora è arrivato il momento di volare via, cercando il polline. Lo sente nell’aria, l’anelito della libertà che lo chiama. Piega le zampe e si dà lo slancio sbattendo le ali. Questa è la vita, si dice.

Nel frattempo la famiglia è già riunita in auto, con le valigie ben disposte nel bagagliaio, una robusta borsa frigo nel sedile posteriore del passeggero e il ragazzino che se ne sta seduto nel posto centrale con le mani appoggiate sul sedile di mamma e papà.
– Tesoro, devi per forza andare così veloce? – chiede la mamma.
– Siamo in ritardo.
– Anche se papà va veloce non importa, la strada è vuota.
In quell’istante il macaone si solleva sfruttando il vento, supera una fitta rete di ragnatele e foglie, zigzaga contento oltre un ruscello e sente un rumore inedito provenire da lontano. Che cos’è questo strano suono, si chiede. Allora sbatte le ali con più foga, spinto da una curiosità infantile.
– Dai, tesoro, rallenta un po’. Siamo quasi a centosessanta – gli dice piano sfiorandogli il gomito.
– No, papà, non rallentare. Non vai mai veloce – dice il ragazzino saltellando sul sedile.
– Stai buono, lì dietro. Non riesco a vedere dal retrovisore.
Il macaone si sente felice, perché sa che un rumore nuovo significa un nuovo mondo da scoprire. Più vola avvicinandosi al baccano e più il frastuono lo stordisce. Eppure è entusiasta come non lo è mai stato. Oltrepassa un altro cespuglio intricato di rami secchi e si alza oltre quello che sembra una lunga barriera metallica. La strada si allarga davanti ai suoi occhi e il rumore è così vicino, troppo vicino. Uno schiaffo violento gli accartoccia un’ala. Non sente più nulla, se non una linfa acquosa scivolare sul vetro e una moltitudine di voci ovattate.
– No! Una farfalla! – grida la mamma.
– Che bei colori – dice il ragazzino.
– Avevo appena lavato la macchina – e il papà aziona il tergicristalli.

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Discussioni

  1. Bellissime descrizioni, la trasformazione da uovo a farfalla mi ha rapita in ogni istante. Sentivo l’ombra di questa famiglia, ma mai avrei immaginato il finale. Concordo, la vita è crudele pur nella sua meraviglia.

  2. No dai! Pensavo che il bruco non sapesse che il suo stadio di farfalla finisse in una manciata di settimane e quindi mi immaginavo un finale su quella linea…anche perché Simone davvero, le descrizioni erano così belle e poetiche nel descrivere la metamorfosi e la vita attorno, che mi ero dimenticata della famiglia vacanziera!
    Della serie la vita è imprevedibile! Povero Macaone! Bravo! E crudele ;D

    1. Grazie Maria per le tue parole! 😀 Ho scritto questo racconto mentre tornavo a casa da lavoro, tempo fa. All’improvviso un insetto si è schiantato sul mio parabrezza e ho pensato: chissà com’era la sua vita prima di finire così. Mi ha fatto riflettere molto. E questo è il (crudele) risultato.