Che fastidio !

Serie: Uomini


Io non so più cos’è normale.

Lo dico con cautela, perché oggi anche avere un’opinione comporta un’attenzione costante. Bisogna aggiornarla, riformularla, metterci le fonti, spiegare che non volevi dire proprio quello. Magari serve una laurea breve. O un tutorial di trenta secondi, con i sottotitoli, perché l’audio dà fastidio e comunque nessuno ascolta davvero.

La mattina apro gli occhi e prima ancora di alzarmi sto già scrollando. È un gesto automatico, come controllare se respiro. Non so cosa cerco. Forse una prova che il mondo esiste ancora. Forse un segnale che durante la notte non è successo qualcosa di irreparabile senza di me. Invece trovo gente che si allena alle sei del mattino, gente che ringrazia l’universo, gente che ha già capito tutto. Io no. Io ho solo il pollice stanco e una sensazione vaga di essere in ritardo su qualcosa che non so nominare.

Scorro vite perfette raccontate malissimo. Coppie che si amano in modo documentabile. Colazioni concettuali. Tavoli di legno chiaro. Bambini che sorridono troppo presto. Cani che fanno yoga. Tutti felici, tutti grati, tutti al centro. Io invece resto fermo a guardare una storia di quindici secondi e penso: ma perché mi sento in colpa. Non ho fatto niente. È questo il problema.

Metto like per educazione. Tolgo il like perché sembro interessato. Rimetto il like perché sembro freddo. Poi mi chiedo perché sono stanco.

È faticoso avere un’opinione misurata su tutto. È faticoso essere presenti senza esserlo troppo. È faticoso non sparire.

Arrivo al lavoro e già qualcuno mi ha scritto “per conoscenza”. Non so cosa devo conoscere, ma so che se non rispondo è colpa mia. Le mail iniziano tutte con “spero tu stia bene”. Non lo sperano davvero. È un incantesimo burocratico. Se non lo scrivono rischiano una sanzione morale. Nessuno mi chiede veramente se sto bene. Me lo augurano. È diverso.

Parlano tutti di progetti. Nessuno di idee. Tutti di networking. Io penso ai nodi. Alla gola. Penso che ogni frase sia una promessa che nessuno intende mantenere. Annuiamo tutti. Ci diamo appuntamento a una versione futura di noi che avrà più tempo, più chiarezza, più voglia.

Esco la sera. Vado a una festa. Che parola allegra. Dentro è pieno di gente che non vuole stare lì ma ci resta con convinzione. L’amico dell’amico senza invito che fa il brillante. Ride prima di finire le frasi, per sicurezza. Qualcuno mi tocca un braccio mentre parla, come per assicurarsi che io esista.

«Facciamoci la foto.»

La foto è più importante dell’incontro. Se non c’è la foto è successo davvero? Se non finisce in una storia, quella serata ha avuto un senso? Io sorrido. Sembro vivo. La fotocamera mi ama. Le persone meno.

Qualcuno mi chiede cosa faccio. Io rispondo. Loro stanno già pensando alla prossima domanda. Annuiscono in differita. Poi mi dicono “dobbiamo rivederci”. Non succederà. È una formula di commiato, come “cordiali saluti”. Ci separiamo con grande affetto preventivo e nessuna intenzione.

Bevo qualcosa. Non ricordo di averlo chiesto. Ha un gusto sospetto. Mi gira la testa. Forse è il gin. Forse è la conversazione. Forse è l’idea che sto partecipando a qualcosa solo per poter dire di averlo fatto.

Torno a casa e il telefono vibra. Notifiche. Tutte urgenti. Nessuna necessaria. Una app mi dice che oggi ho camminato poco. Un’altra che dovrei bere più acqua. Un’altra che qualcuno ha visto il mio profilo. Non so cosa significhi essere visti, ma mi mette a disagio. Mi sento osservato anche quando sono in pigiama, anche quando faccio finta di non esistere.

Provo a rilassarmi. Metto un video di meditazione. Una voce calma mi dice di lasciar andare. Io lascerei andare volentieri, ma non so cosa tenere. Nessuno ti spiega mai quella parte.

Scorro ancora. Scorro per non pensare. Scorro per pensare di meno. Scorro finché il fastidio non diventa sottofondo, come il rumore del frigo. Sempre acceso. Sempre lì. Se smette, mi preoccupo.

E allora mi viene il dubbio.

Se non fossi io quello sbagliato.

Se questo continuo irritarmi non fosse un difetto, ma una reazione.

Una reazione cutanea all’eccesso di mondo. Troppo stimolo, troppe voci, troppe versioni migliori di me che chiedono attenzione.

Poi mi dico: calma. Respira. Funziona. Dicono tutti così.

No. Sono matto io. Lo dico sorridendo. Che così va meglio.

Lo dico prima che lo dicano gli altri.

È una forma di prevenzione.

Continua...

Serie: Uomini


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Discussioni

  1. Mi arriva come un monologo lucidissimo e stanco, pieno di micro-ossessioni quotidiane. Il pezzo fa ridere amaro e poi stringe, fino a quel finale in cui ti auto-etichetti “matto” prima degli altri: una difesa tenera e feroce insieme.