Che Nottata – Quella di un amico di Arturo – Parte 1
Erano le sei e quarantacinque di una domenica mattina a Firenze. Era inverno, lo ricordo bene. I vetri della macchina erano tutti appannati. Niente aria calda, altrimenti quello che c’era steso sul cruscotto di Ringhio sarebbe volato per tutta la macchina, e addio ai cento euro.
Oltre a quello mi sarei dovuto sorbire le lamentele di un tossico conosciuto nella sala giochi vicino alla Vittoria, un postaccio. Il tossico in questione era proprio il vecchio Ringhio. Aveva ventisei anni. Io ero più grande di lui di dieci anni. Alto quanto me, quindi basso: un metro e settanta circa. Però molto più tarchiato. Infatti ci siamo conosciuti proprio per questo motivo.
Ero al bar della sala giochi vicino alla Vittoria, saranno state le undici della sera prima, e stavo aspettando il tipo che mi portasse un po’ di fumo. Nell’attesa avevo fatto anche un colpetto di coca in bagno. Ai tempi ci stava sempre bene, quella. Seduto al bancone stavo rompendo le scatole al barista, di cui non ricordo il nome, ma devo dire che era una bella persona, davvero. Mi stava sopportando!
A un certo punto sento una macchinetta che suona a festa. Qualcuno aveva ripreso qualcosa di quello che aveva perso. Mi giro per vedere la faccia del tizio che aveva “vinto” qualcosa, ma invece di focalizzarmi sul vincitore lo sguardo si ferma prima sulla sagoma di un tizio che, nella penombra della stanza dove tengono le macchinette, con quella luce rossa, stava lì, fermo, immobile, con la sua felpa da rapper bianca, il cappuccio tirato su, sempre bianco, pantaloncini da basket, e fuori c’erano meno due gradi.
Scarpe sempre stile basket e, se non ricordo male — ma non so nemmeno perché sto ricordando questo dettaglio — aveva il calzino tirato su blu. Ora che ci penso, il fatto che li abbia notati ha un senso.
In tutto questo stile Ringhio era fermo con il braccio mezzo allungato, una sigaretta spenta tra le dita, e lui che la fissava come a dire: “Che si fa? Ti accendo io o ci pensi da sola?” Non ho perso tempo e gli ho detto: “Oh, ma secondo te siamo alti uguali io e te?”
Lui distoglie lo sguardo dalla sigaretta e mi fissa. Non conoscendolo vedo quello sguardo perso, lo sguardo di una persona che non sa se sta guardando te, la sedia accanto a te o un’altra cosa. Di solito chi ha quello sguardo non capisce, e chi non capisce si sente sempre minacciato, quindi, onde evitare problemi, mentre mi fissava aggiunsi subito: “Oh, non ce la fa rimanere male. Poi se la rifà con me.”
Sorrido, e lui: “Ma chi, fra?” E io: “La sigaretta! Non la stai più considerando.”
Altro mio sorriso a chiudere la frase, e lui — lo ricordo benissimo — mi guarda e dice: “Noooo, sei il numero uno, fra! Bella questa! Piacere grande, Ringhio.”
Non so cosa, ma qualcosa in quel tizio mi aveva colpito. Lo sguardo perso, ma non nel vuoto: in una sigaretta. Aveva capito, non so come, la mia battuta e l’aveva presa bene, quindi mi sono lanciato: “Oh, ora se sbaglio dimmelo.”
Sono sceso dallo sgabello dove ero seduto, mi metto accanto a lui e gli dico: “Ora io e te siamo alti uguali. E ‘alti’ è un parolone! Però ho te se sei più grosso, no?”
Mi giro verso il barista — lui, al contrario, era bello piazzato — e lo coinvolgo nella discussione senza senso che avevo appena avviato: “No?”
Il primo a rispondere fu Ringhio: “Sì, vabbè fra, che c’entra. Te sei più magro, ma sembri piazzato bene lo stesso, però due chili in più non ti farebbero male!”
Ride e mi dà una pacca sulla spalla. Il barista risponde: “E io che dovrei dire? Sono alto uno e sessanta e peso centoventi chili.” La discussione senza senso stava andando avanti non so come e non so perché.
Ringhio, nel frattempo, si era avvicinato al bancone e cercava qualcosa nelle tasche. Dopo qualche secondo alza lo sguardo verso il barista: “Oh fra, guarda, ora non ho il portafoglio dietro. Se ti prendo una birra poi vado alla macchinetta, prendo i soldi e te li riporto. Oh, mi faresti un favore, fra!”
Il barista scende dal bancone dove era seduto e gli dice, cambiando completamente faccia: “No fra, davvero non posso. Mi hanno detto di non segnarti niente, che poi non ripaghi.”
Ora, io in questi casi dovrei farmi i fatti miei, ma non ce la faccio. E infatti non ce l’ho fatta. Vedendo una persona che a pelle mi stava simpatica in difficoltà, sono intervenuto.
“Barista, tieni.” Gli allungo venti euro. “Due Ceres, una per me e una per Ringhio.”
Lo sguardo di Ringhio, quando si gira per incrociare il mio, è bellissimo — candido stupore.
“No, davvero fra?” E io: “Certo. Che faccio ora, gli dico al mitico!?”
Mi giro verso il barista e penso che lo conosco solo come barista. Avrà un nome? Lo guardo: “Già, ma te, a parte barista, avrai un nome, giusto?”
Lui si gira sorridendo: “Sì, la mi mamma ci ha pensato quando sono nato! Esmeral, piacere fra!”
Che cazzo di nome è Esmeral? penso tra me e me. Ricambio il sorriso e intanto mi sento picchiare sulla spalla. È Ringhio con le due Ceres in mano. Ne allunga una verso di me guardandomi intensamente negli occhi — stavolta sembravano messi a fuoco — e mi dice: “Alla tua, grande!”
Ricambio lo sguardo, prendo la birra e la riallungo verso la sua: “Alla nostra!”
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