Ci vogliono le palle
Mamo vive a Cesano Maderno, si alza tutte le mattine alle cinque specie i sabati ed i festivi, magari dopo aver chiuso alle due e viene a Baggio a preparare il kebab; con il tempo ha cambiato il bancone, ha messo i tavolini fuori, ha assunto due suoi connazionali e così è diventato ufficialmente un imprenditore Milanese: chissà come si dice “figa e fatturato” in turco.
È un omone il Signor Mamo, ha una bella pancia gonfia che tira la polo con cucito sopra il nome della sua azienda, è alto, ha le spalle larghe, le mani di chi lavora sodo e quando lo vedi ti fa passare subito la voglia di provare a rubargli una Fanta dal frigo delle bibite.
Ha l’espressione sempre un po’ malinconica però Mamo, come quella del mulo rassegnato al fatto che dopo questa salita carico di sacchi, ce ne sarà un’altra e poi un’altra ed un’altra ancora, perché non è toccato a lui essere il mulo fortunato che fa le foto con i bimbi al parco; eppure appena inizia a parlarti il volto gli si illumina subito di un sorriso buono, quello di chi sa che ciò che sta facendo è davvero importante perché non è per sé ma è per chi verrà dopo e se tutto va come ha in mente che vada, quel qualcuno non sarà il mulo carico e nemmeno il mulo fortunato ma il proprietario di entrambi i muli e questo atteggiamento me lo rende assai simpatico. Quel cretino di Sala dovrebbe prendere la sua bella bicicletta e venire a dare un Ambrogino d’oro al Signor Mamo, altroché.
Una volta ho letto che i kebab più economici sono ottenuti togliendo la poca carne che resta attaccata alle ossa dopo la lavorazione con un getto d’acqua a pressione e poi ne viene fatta una sorta di grande polpetta a forma di kebab: -io mangio il falafel, grazie mille, non piccante per favore; la Fanta dal frigo posso prenderla io?- Sono stanco, fa caldo, fuori hanno già ritirato i tavolini, nel locale c’è la solita gigantografia del Bosforo sulla parete, luci troppo forti e bianche per cenare, un sacco di zanzare e stasera anche due ragazzini che non la smettono di chiamarsi “frate”, abbreviazione di “fratello”, uno slang italianizzato dal “bro” (brother, fratello appunto) statunitense.
È un’espressione che odio, è cacofonica, mi dà i nervi ripetuta così di continuo e poi è un’appropriazione indebita dalla mia cultura e loro la usano, pensando gli possa conferire un vago tono gangster che non sarebbe proprio l’idea originaria, ma d’altronde questo è, io non conto più, sono vecchio oramai, “lifegosonio” cantava qualcuno. Sto cercando di finire il mio piatto in tranquillità ma la presenza di questi ragazzini continua a distrarmi, mi sforzo di non seguire i loro agitati discorsi tutti fatti di “tizio ha detto questo e caio ha risposto quest’altro…”, frate ovviamente, mentre si sistemano di continuo il borsello a tracolla che non penso proprio sia davvero di Louis Vuitton.
-Oh frate, nella vita più che il cervello contano i coglioni- dice ad un certo punto al suo compare, quello che pare essere il ragazzino alfa del duo e, dopo questa perla, direi che possiamo anche sparecchiare.
Fatti non foste a viver come bruti…c’è scritto sul muro della biblioteca sotto casa mia: avremmo potuto risparmiarli i soldi di quel cartello e comprarci un bel cestino dei rifiuti.
Ma come si fa dico io nel duemila, ancora con queste frasi da film di Scorsese, manodopera a basso costo penso, i cinesi avranno vita ancora più facile tra qualche anno, sarà meglio iniziare a mollare il falafel e darsi seriamente agli involtini.
Saluto Mamo, le zanzare, i borselli a tracolla farlocchi e me ne torno a casa; a ciò che ho sentito è meglio che non penso, è una frase banale e vuota, altro che andare a vivere su Marte e trovare la cura contro il cancro, avanti di ‘sto passo al massimo andiamo a Rogoredo a farcelo venire il cancro.
Eppure, mentre sono sotto la doccia, quella frase non riesco a farmela uscire dalla mente: “più che il cervello contano i coglioni”… Va bene, devo concedere al ragazzino alfa di non aver detto che il cervello non conti niente e, riflettendoci bene, non posso nemmeno dargli del tutto torto: anche qualora uno usasse bene il proprio cervello, la propria intelligenza, l’istruzione, la cultura, mettiamoci dentro tutto quello che vi pare ma poi non tirasse fuori le palle per mettere a frutto tutto questo, sarebbe di fatto come non aver usato nulla.
Già.
In effetti per andare su Marte ci vuole la testa, ma pure le palle: giovani cervelloni fanno equazioni utili all’umanità, mentre certa gente gli scrive su Facebook che la Terra è piatta; ci vuole la testa ma ci vogliono anche le palle per fare ricerca contro il cancro a due lire e zero riconoscimenti, mentre con meno sforzo potevi fare la sexy igienista dentale, comprarti due Audi Q8, venire in quartiere dai “frate” a prendere le buste di bianca e poi finire da un tuo collega a furia di strofinartela sulle gengive come hai visto fare nei film di Scorsese.
Che poi non so se il “frate” intendesse proprio questo ma avere le palle non significa andare in giro a picchiare il prossimo e urlare in faccia a tutti che il parcheggio l’hai visto prima tu: in fondo ci vogliono le palle anche per fermarsi e dire “sto sbagliando”, per chiedere scusa, per ammettere “è colpa mia”, per confessare di avere paura, per invocare aiuto o anche solo sussurrare “ti voglio bene”.
Per domandare a qualcuno “come stai?” serve usare il cervello, ma ci vogliono le palle per zittirsi e stare ad ascoltare veramente la risposta; ci vuole cervello per riuscire a pensare con la propria testa, per essere umili, per avere rispetto degli altri e ci vogliono le palle poi per riuscire a fare tutto questo davvero ed essere sinceri con sé stessi.
Per fare impresa, ad esempio, ci vuole davvero un sacco di cervello, specie in questo Paese ma se poi non tiri fuori le palle, la tua impresa se ne va a picco, glu-glu-glu, come questo Paese. Bisogna saper usare il cervello per mettersi nel settore della ristorazione a Milano, e ci vogliono le palle per restarci. Ci vuole cervello per sognare e ci vogliono le palle per svegliarsi, venire via dalla Turchia con moglie e figli ed aprire un kebab a Baggio (ma tu Mamo, come cazzo te l’eri immaginata Baggio, quando stavi ad Istanbul?!).
Ci vogliono le palle per decidere di usare il cervello.
Ci vogliono le palle per far sì che alla fine il cervello conti più delle palle: eccola l’equazione.
“Per seguir virtute e canoscenza” ci vogliono le palle insomma. Sta a vedere che adesso ci vogliono le palle per ammettere che il ragazzino avesse ragione a modo suo, e che la frase scritta sul muro della biblioteca sotto casa mia, non sia poi così lontana da quella che ho sentito nel kebab di Mamo.
E allora, ok, ci vogliono le palle, il cervello, mettiamoci pure una manciata di cuore ed un pizzico di fortuna; adesso finisco di asciugarmi, me ne vado a letto e chissà se domani mi ricorderò ancora di questa storia; per ora vi dico grazie ragazzi, non l’avrei creduto, ma in fondo è stato un piacere ed anche se un po’ a fatica: -bella bro-.
Istanbul Mamo Kebab
Via delle Forze Armate, 212
Zona 7, Milano
Milano, (Agosto 2012) Giugno 2022
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Prendo nota dell’indirizzo, dovessi mai passare per Milano so dove andare a pranzare.
Sì, per vivere ci vogliono le palle (anche se concordo con il fatto che questa affermazione potrebbe avere valenza diversa per un ragazzino). La vita ti mette di fronte mille ostacoli. Dicono che ci si scelga la propria vita prima di iniziarla, ma cavoli, alcuni settano il videogame nella modalità hard maledicendo un Dio inesistente nella dimenticanza! A parte questo, apprezzo molto il tuo stile narrativo: leggero all’apparenza, ma dà da pensare.