Cibo Crudele 

“Ti vedo cambiata”

È una frase che mi sono sentita dire spesso nell’ultimo anno e mezzo.

Considerazione più che ovvia, sopratutto per chi non mi conosce e mi ha vista saltuariamente, dato che sono passata dal pesare 136 cazzo di fottuti chili a 80. Le persone la fanno semplice vedono solo quello, i chili in più che non ci sono più.

“Non ti senti meglio con quei chili in meno?”

Francamente NO. Fisicamente sono sempre stata benissimo. Sono arrivata a 31 anni senza diabete, ipertensione o qualsivoglia malattia legata all’obesità. Ho avuto una bambina persino.

Finalmente rendi giustizia al tuo bel Viso.”  Fanculo!

“Ora puoi permetterti dei jeans e non devi comprare più vestiti sui siti di taglie forti.”  Fanculo!

“Fanculo” è quello che vorrei urlare in faccia a queste persone. 

Un sorriso e un “hai ragione” è ciò che mi limito a rispondere. 

In questo non sono ancora cambiata. Sottomessa al parere della gente e impaurita da quello che potrei dire, perché rischiare di ferire qualcuno per me è improponibile. So cosa si prova. So quanto le parole feriscano, anche quando le diciamo con le più buone delle intenzioni.

Sembra assurdo eppure, veder scomparire centimetri di pelle e grasso che per anni mi hanno avvolta, spesso protetta, non è semplice. Non è facile guardare questa pelle in eccesso sintomo di anni di rabbia e dolore prosciugarsi. Non è semplice riconoscermi allo specchio, quando mi ci guardo.  Ma con i chili persi, diminuiscono quelle insicurezze che negli anni erano diventate montagne insormontabili. 

Ero una bambina felice, energica, solare. Sono poi diventata una ragazzina introversa, un adolescente timida e infine un adulta che sta sempre nelle retrovie. Ho smesso di espormi, di combattere per ciò che credevo. Mi sono persa in quelle montagne.

Il cibo era l’unica cosa che mi dava conforto. L’unica valvola di sfogo  per un malessere che ancora non so decifrare. 

Stavo male. Mangiavo.

Stavo bene. Mangiavo per stare male.

Ogni singolo boccone dato nella mia vita è andato a colmare un qualche vuoto a me sconosciuto. O almeno cosi dice la mia psicologa. 

È un circolo vizioso che è difficile da spezzare. Lo spezzi solo quando sei arrivato a toccare il fondo, oppure lui spezza te. 

In qualche modo sono risalita dal fondo, aggrappandomi e scalando i bordi di quel pozzo profondo. Quindi si, sono cambiata!

Saranno stati mia figlia o il mio compagno ad aiutarmi involontariamente? Non lo so. Eppure una mattina mi sono svegliata e mi sono detta Eleonora, questa non sei Tu,

Hai paura di uscire di casa.

Di affrontare un colloquio di lavoro.

Di parlare con le maestre di tua figlia.

Di andare a fare una passeggiata.

Di fare la spesa o andare in posta.

Qualsiasi azione semplice per me implicava uno sforzo enorme. Può sembrare stupido, anzi forse lo è, ed è stato motivo di molti, moltissimi litigi con il mio compagno che in tutti questi anni mi ha sempre sostenuta, anche quando, sono diventata la versione più cupa e ingestibile di me.

Nel ultimo anno sono rinata.

Ora sono felice. E non solo perché entro in una taglia 48. Non c’entra nulla il mio aspetto esteriore. Quello è solo un plus.

È un lavoro costante ricordare ogni giorno a me stessa cosa sono e cosa voglio essere, quale versione di Eleonora mi piace e quale mi fa star male. Perchè è questa la cosa fondamentale, stare bene, riuscire ad affrontare il mondo senza paura, 

Non piacere agli altri.

Non indossare dei jeans.

Non sentirmi dire che bel viso io abbia, me ne fotto sinceramente.

Ci sono giornate come questa ad esempio, in cui vorrei mangiare e basta. Quella stecca di cioccolata nascosta sul terzo ripiano sopra la cappa della cucina ad esempio. 

Il mio compagno pensa che non sappia che è lì. Potrei anche mangiarla tutta fino a stare male, potrei sforzarmi. Ma me ne pentirei ovviamente. Inizierei a fare il calcolo delle calorie ingerite per poi andare a fare una decina di chilometri sul tapis roulant per poi tornare a mangiare qualcos’ altro sentendomi una merda.

“Se non sai di averla non la mangi. Se non lo compriamo non cadi in tentazione” questo è ciò che pensava Fabio, finchè non ha capito che chi soffre di Binge Eating Disorder, non si abbuffa solo di schifezze. Una volta ho mangiato sette mele in mezz’ora scarsa. La mela è sana no? 

Cosi, tormento le mie dita strappandomi via le cuticole fino a farmi sanguinare e non va bene, domani, con i prodotti chimici che uso a lavoro, sarà una tortura.

Mi concentro sul quello che direbbe la mia psicologa, a cosa mi consiglia quando ho questi “attacchi” come li chiama lei.

“Fai qualcosa per distrarti”

“Vai a camminare” 

Sono stufa ho già fatto 35000 passi a lavoro oggi.

“Fai un disegno con tua figlia”

Ci provo ma poi m’ innervosisco perché ha disegnato delle nuvole arancioni. La rimprovero e le spiego che le nuvole sono bianche, grigio o grigio scuro al massimo. Poi mi ricordo che ha solo 5 anni e che devo lasciarla correre con la sua fantasia. Beata lei che ce l’ha. Per me deve essere tutto preciso. Non esistono soli viola o prati azzurri.

Mi tormento masticando l’interno delle guance.

“Scrivi qualcosa”

Cosi inizio a scrivere questa cosa per liberarmi dai pensieri negativi.  La voglia di cioccolata è passata. Ci sono riuscita.

E mentre delirio in tutto ciò, continuo a  chiedermi,

Il cibo sarà sempre la mia ossessione? Ne uscirò mai?

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Discussioni

  1. Non posso che simpatizzare con questa storia. Anche se non mi è mai stato diagnosticato un disturbo alimentare, anche io ho cercato a lungo il conforto nel cibo. Lo faccio ancora. Ma sapere che non sono sola mi da un po’ di spinta per provare a cambiare. Puoi farcela.

  2. Toccante. Posso capire cosa significa il problema del disordine alimentare. Uscirne si puo’. I rimedi, le vie d’uscita, possono essere tanti. Una figlia e un compagno attento e premuroso, sono gia’ una buona motivazione e un punto di forza. Trovare un maggior equilibrio psico-fisico, dovrebbe essere, prima di tutto, un obiettivo di crescita personale, di sano egoismo, di cui possono trarre vantaggio anche coloro che ci stanno vicini. Cosa fare concretamente, a parte il percorso psicologico col supporto di un buon terapeuta? Per esempio convertire, cioe’ riversare le proprie dipendenze in altre abitudini gratificanti, utilizzando i nostri talenti innati, le abilita’ particolari che abbiamo acquisito o le inclinazioni che cerchiamo di sviluppare col tempo. Anche dedicarsi alla scrittura puo’ aiutare, soprattutto quando ci si accorge che, nel frattempo, il tempo vola, dimenticando anche il cibo e tutto il resto.