Ciò che resta 

Cammino nel lungo corridoio quasi buio. Il freddo delle pietre mi attraversa i sandali. Arrivo in fondo e mi fermo di fronte alla grande porta di legno, avvicino la torcia per vedere la maniglia di ottone. La mia vista non è più come prima. La abbasso e spingo con decisione. Un cigolio pesante, c’è qualcosa che sfrega il terreno. Il rumore penetrante mi provoca dei piccoli brividi sulle braccia.

Entro e appoggio la torcia sul supporto, la sala si illumina. Anche se a fatica. Le ombre negli angoli occhieggiano inquietanti. Fa freddo anche qui, sento l’aria fredda sul viso. Alzo gli occhi verso la fessura sulla parete, arriva da lì. E da lì vuole entrare anche il buio.

Accanto alla parete di fronte a me c’è il grande leggìo. Lo prendo, devo afferrarlo con entrambe le mani, pesa tanto. Lo colloco in mezzo alla stanza e poi sistemo sul ripiano anche una candela e il contenitore con l’inchiostro. Sul piccolo tavolo di legno grezzo accanto al leggìo giace il libro. È dove l’avevo lasciato ieri. Lo fisso per un attimo e lui sembra rispondere con uno sguardo minaccioso.

Sospiro e lo sollevo. Lo appoggio al leggìo. Esito un momento prima di aprirlo.

Prendo dal tavolo anche la lunga penna d’oca e il piccolo coltellino. Li appoggio accanto alla candela. La accendo, la fiammella ondeggia insicura. Guardo ancora verso la fessura.

Con un sospiro afferro la pesante copertina del libro. Lo apro a colpo sicuro, oggi devo finire il lavoro. Le immagini vivide mi inchiodano lo sguardo, subito la bocca secca e quel calore che sale dal basso. Cerco di scacciarlo. Ma non se ne va.

Prendo il coltellino e mi metto al lavoro. Raschio con decisione ma anche con delicatezza la sottile pergamena. La sento ruvida sotto le dita ma anche tenera e indifesa. Il suo odore acre mi invade le narici e si mescola con quello dolciastro della cera della candela che si scioglie.

Le immagini iniziano a sfocarsi, a perdere i contorni. Braccia, schiene, ventri. Perdono la loro vita sotto la lama del coltellino che li raschia. Si trasformano in polvere che si accumula sulla pagina. Chino la testa e la soffio via. Non ne rimane più traccia. Poi dovrò scriverci sopra. Le parole giuste che copriranno quell’empietà.

Proseguo a lungo. Il rumore del coltellino si fa ritmico, quasi concilia il sonno che però le immagini sotto le mie dita provvedono a scacciare. Volti arrossati e distorti dal peccato. Esito un momento. Non voglio ancora trasformarli in polvere. Poi però sospiro rumorosamente e affondo con attenzione la piccola lama.

Il soffio d’aria che a intervalli mi sfiora le guance si è fatto più freddo. La notte sta scendendo. La candela si sta rapidamente consumando. Dovrò metterne un’altra tra poco.

Un rumore nel corridoio. La pesante porta non è chiusa completamente e il mondo può fare capolino. Passi, si stanno avvicinando. Il rumore sulla pietra è familiare. Lo riconosco.

La porta si apre lentamente. Vedo prima la mano. Fresca, giovane. Poi un viso timido. Pallido, una barba appena accennata. Morbida e indecisa.

«Padre, posso?»

Non alzo lo sguardo, non ne ho bisogno.

«Sì, vieni pure Tommaso».

Il novizio entra. Mi passa accanto e sento il calore del suo corpo.

«Le ho portato l’acqua Padre».

«Sì, grazie. Mettila pure sul tavolo. E… versami una coppa per favore».

Sento i suoi movimenti, il rumore della pesante caraffa e poi il gorgoglìo dell’acqua che viene versata.

«Sta correggendo ancora quel libro Padre?» chiede il novizio con la sua voce squillante.

Senza rendermene conto con una mano cerco di coprire quello che sto facendo. Lui è dietro di me, so che sta allungando il collo.

«Sì, stasera voglio finire. Lo voglio consegnare domani all’Abate».

Mentre parla sento il suo fiato caldo sotto l’orecchio, un piacevole contrasto con l’aria fredda. Scaccio ancora il pensiero. Ma lui torna. Non ho più una goccia di saliva in bocca.

«Prego Padre» e mi porge la coppa.

Mi giro appena verso di lui. La prendo dalla sua mano e per un istante le nostre dita si sfiorano. Sento una forte scossa che mi fa rizzare i peli sulla nuca. Il calore sparisce dal mio viso.

Alzo gli occhi e incrocio il suo sguardo. Prima di distoglierlo rimane un momento agganciato. Mi sembra che le sue labbra si pieghino in un fuggevole mezzo sorriso.

Afferro la coppa e farfuglio un «grazie». La mano mi trema leggermente, qualche goccia cade sulla pagina sotto di me. La miniatura già quasi cancellata dal raschietto si deforma ancora di più. È irriconoscibile. Un dettaglio però è ancora chiaro. Una coscia prepotente. Sudata e muscolosa.

Il ragazzo è ancora accanto a me.

«Vai pure Tommaso, se ho bisogno ti chiamo».

Il novizio si gira e con passo lento, forse troppo, esce dalla stanza.

Lo guardo uscire e attendo che la porta si chiuda. Poi abbasso lo sguardo. La miniatura mi fissa, mi sembra quasi un sorriso beffardo. La candela illumina quella coscia. La fa brillare.

Chiudo il libro e ripongo il coltellino. Rimango per un lungo istante a fissare la porta socchiusa.

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