Comando del diavolo

“Ti prego. Domani ti pago tutto, però mi serve una dose, ora.”

“Nada, amico. Sono stufo di stare allo scoperto. La roba costa, fratello.”

“Ma ne ho bisogno” disse Jonathan grattandosi le braccia costellate dalle piccole crosticine puntiformi.

“Sei strafatto, ecco la verità. Guarda come diavolo ti sei ridotto. Ti sei visto, dannazione?”

“Tu non ti preoccupare di come sto. Il tuo lavoro è vendermi la roba.”

“Hai detto bene, amico, il mio lavoro è vendere. Però lo sai anche tu, che non c’è vendita senza pagamento, fratello.”

“Oppure un credito. Io ti sto offrendo un credito” insisté Jonathan.

“Un che? Amico, se vuoi prendermi per il culo…”

“Ti prego, ne ho un bisogno matto” disse urlando, e poi scoppiò in lacrime. Si grattava in continuazione le braccia scheletriche, dove le vene gonfie erano in rilievo.

“Amico, levati dalle palle. E in fretta.”

“Tu” disse Jonathan con il volto rigato dalle lacrime e i capelli unti sugli occhi arrossati. “TU” ripeté a denti stretti, e si scagliò contro il pusher, che evidentemente non si aspettava una tale mossa. Tuttavia Jonathan, ridotto a un rifiuto, non poteva certo far leva sul solo fattore sorpresa per vincere contro un ragazzo che per di più era molto più robusto.

E infatti l’unica cosa che ottenne fu un destro sui denti. Il sapore ferroso e dolciastro del sangue gli invase la bocca mentre cadeva all’indietro. Batté la testa, poi il mondo divenne nero.

Si riprese dopo qualche ora, svegliandosi in preda ai tremori e con i vestiti intrisi di sudore. Rimase sdraiato, con gli occhi semi chiusi a contemplare lo squarcio di cielo azzurro che si intravvedeva tra i palazzi. Di colpo la nausea lo prese allo stomaco e, troppo debole perfino per lottare contro di essa, vomitò. Erano passate ore dalla sua ultima dose: la crisi di astinenza era ufficialmente iniziata, e Jonathan ne riconosceva i sintomi a uno a uno.

Dalla sera precedente si era messo alla ricerca disperata di una dose di eroina, non tanto per l’astinenza, ma per porre fine al tremendo mal di testa che da qualche giorno lo tormentava senza sosta. A dirla tutta, Jonathan aveva iniziato a intuire che qualcosa non andava già da qualche mese.

All’inizio, non era un vero proprio mal di testa, o comunque differiva dalle fitte degli ultimi giorni: era partito come un punto piccolissimo che gli doleva al centro del cervello. Non diede gran peso a quel minuscolo dolore – complice l’effetto dell’eroina – fino a quando non si accorse che da un punto era diventato una pallina da golf. Qualche giorno dopo, nonostante le continue iniezioni, era giunto alle dimensioni di una palla da tennis, e la sera prima avrebbe benissimo potuto essere una palla da bowling. Il suo cervello si era trasformato in una massa spinosa e pulsante.

Oltre ai dolori, poi, erano comparse le voci. Queste non erano una novità per Jonathan: le droghe sintetiche gli avevano procurato immenso piacere nell’udire sussurri e frasi che giungevano distorte da lontano, per non parlare delle allucinazioni procurate dall’eroina quando si era trovato sulla soglia dell’overdose. Quelle voci, però, erano diverse. Non erano un’allucinazione, erano reali. Qualcuno aveva cercato di entrare in contatto con lui: forse la sua anima?

Si rialzò barcollando e dovette aggrapparsi al manico del coperchio di un cassonetto dell’immondizia per non cadere. Le gambe erano scosse da tremori e intorpidite a causa della posizione innaturale in cui era caduto e rimasto per ore.

Udì dei passi avvicinarsi alle sue spalle. Saranno le allucinazioni, pensò Jonathan, ma quando cessarono e un uomo disse: “Girati, Jonathan” capì che qualcuno era veramente lì. Si girò lentamente. Come faceva a conoscere il suo nome?

Quando si fu voltato, vide davanti a se una figura, nascosta nell’ombra del palazzo, non troppo alta e nemmeno bassa, tutta vestita di nero. L’uomo misterioso fece un passo avanti e la luce del sole gli illuminò il volto, mostrando il viso di una persona che avrebbe potuto avere duecento anni. I capelli grigi perfettamente pettinati si intravedevano da sotto il cappello. Portava una camicia abbottonata fino al collo, e quel particolare ricordò a Jonathan un prete, anche se non poteva esserlo perché, non aveva il colletto bianco.

“Jonathan, come ti sei ridotto?” disse il vecchio.

“Chi sei?” rispose Jonathan. Il vecchio spalancò le braccia ed eseguì un movimento circolare con la mano sinistra, fermandosi a indicare il ragazzo con il dito indice. Quando i suoi occhi si spalancarono e la mano dell’uomo ebbe un leggero scatto, una fitta squarciò la testa di Jonathan. “Smettila, ti prego! Cosa mi stai facendo?”

“Jonathan, non hai ascoltato. Ha provato a dirtelo, ma tu eri troppo assuefatto dalla droga. Tu farai quello che ti dice.”

“Chi?” chiese Jonathan, che si era inginocchiato ed era ormai scoppiato in lacrime. La fitta incrementò la sua intensità quando il vecchio, ignorando la sua domanda, ripeté: “Farai quello che ti dice.”

“Va bene!” sbottò, e l’emicrania svanì. Jonathan rimase a gemere, e quando alzò lo sguardo chiedendo un’altra volta: “Chi sei?” rimase sbalordito.

La figura era sparita. Jonathan sapeva cosa fare.

*** *** ***

L’uomo riposava su una sedia in acciaio, il gomito poggiato al tavolino e la testa sorretta dalla mano chiusa a pugno. Fumava una sigaretta mentre leggeva una rivista. Sul tavolo traballante il pacchetto di sigarette, ormai vuoto per metà. Più che leggere la rivista, in realtà la stava sfogliando con apatia.

Il suo compito era quello di controllare le pompe di benzina, ma quel giorno c’era davvero poco da controllare. L’ultimo cliente si era visto ore prima, e la noia stava prendendo il sopravvento, tanto che l’uomo decise di alzarsi. Si stirò la schiena e le spalle, poi rimase con le mani appoggiate ai fianchi guardando le pompe e il paesaggio circostante. Un vero buco, polveroso e tremendamente caldo, in cui solo i cactus avevano il coraggio di stabilirvisi. L’uomo scrutò il paesaggio arido e grigio, disseminato di crateri e montagnette simili a vulcani alieni.

Entrò nel sudicio bar e frugò nel cassettone sotto al registratore di cassa in cerca della chiave per il rubinetto dell’acqua posto sul retro dell’edificio, trovandola in fondo al cassetto, in mezzo a chiodi arrugginiti, cartacce e blatte morte. La prese e camminò pigramente fino al retro, infilò la chiave nella serratura del lucchetto e sciolse la catena, poi bevve qualche sorso. Quando si accorse del sapore metallico, la gola aveva già iniziato a bruciargli, mentre sostanze mortali avevano già percorso una volta tutto il sistema circolatorio.

Jonathan, nascosto dietro ad alcuni barili arrugginiti in cima a una collinetta, osservò l’uomo portarsi le mani alla gola, sulle braccia, sul ventre, urlando per gli atroci dolori che le emorragie interne gli stavano procurando. Infine, il poveretto si accasciò gemendo, e dopo qualche minuto tacque.

Jonathan si portò nel luogo dove il cadavere giaceva scomposto, con gli occhi spalancati e la pelle tinta di rosso. “Dove lo porto ora?” disse sussurrando a se stesso.

“Da nessuna parte” disse una voce, una che aveva già sentito. Era la voce dell’uomo. Alzò lo sguardo e si guardò attorno, ma non c’era nessuno. Poi, l’occhio si posò su una finestrella nel muro dell’edificio. Dentro le luci erano spente, e il sole splendeva nel cielo illuminando il deserto di una luce intensa, quindi Jonathan non poté che distinguere un’ombra indefinita che lo osservava dalla finestra. “Non lo porterai da nessuna parte. Ovviamente quel cadavere ha una destinazione ben precisa, ma tu non puoi tornare in quel luogo.”

Jonathan sentì il sangue gelarsi nelle vene: come poteva sapere, quel vecchio, del suo passato in quella maledetta cittadina del Montana?

“Il tuo compito non è ancora finito” disse ancora la figura. “Al distributore troverai un seghetto, delle tronchesi e un coltello. Vai a prenderli e ritorna qui” comandò, e Jonathan obbedì, ricordando che quella mattina, il vecchio era sparito nel nulla.

“Non sono questioni che ti riguardano” lo ammonì, guardandolo dalla vetrata del bar, come se avesse letto i suoi pensieri. Gli attrezzi c’erano veramente e Jonathan li portò sul retro. “Ora seguirai le mie istruzioni nei minimi dettagli. Non ti conviene sbagliare.

Jonathan, in preda al panico per quello che stava per fare, aveva dimenticato i sintomi dell’astinenza, e stava per accingersi a compiere il suo lavoro. Dopo che ebbe utilizzato il seghetto e le tronchesi – e vomitato l’anima – arrivò il momento dell’incisione con il coltello, ma i tremori alle mani rendevano impossibile fare un buon lavoro.

“Io non ci riesco” piagnucolò.

Il vecchio non disse nulla, ma Jonathan era sicuro che fosse parecchio infastidito. Una fitta lo colpì al cervello, e le sue mani smisero di tremare. Poi, come se fossero comandate da un burattinaio, presero il coltello e incisero le lettere una dopo l’altra, componendo una frase perfetta.

“Che non succeda più che io sia obbligato a eseguire il tuo lavoro. Sono vecchio e stanco, Jonathan.”

“Certo, non succederà mai più” disse Jonathan. “Chi sei?” aggiunse, ma il vecchio non rispose. Non era più nell’edificio.

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Discussioni

  1. Caro Nicola, ti faccio i complimenti per questo racconto sorprendente, articolato, intimo al punto giusto da farci sentire il dolore. Le descrizioni sono davvero ben sviluppate, hai sicuramente raggiunto, e superato, la soglia del “visivo”.

    Mi è piaciuta tanto l’ambientazione americana, di cui sono davvero appassionato e che ricorre spesso nei miei piccoli scritti. Anche se confesso di non aver ben compreso il ruolo del Montana, di sicuro per colpa mia. Se vuoi, magari ne parliamo in pvt.

    Piaciuto tanto, un ottimo spunto, un bel modo di scrivere, promettente al cento/cento.

    1. Grazie Robért, mi fa molto piacere che tu abbia apprezzato!
      Anche a me piace molto l’ambientazione americana, che ritrovo molto anche nei romanzi di King e che secondo me li rende ancor più affascinanti.
      Il Montana forse è l’incarnazione dell’America rurale, quella che sta facendo parlare molto in questi giorni, ma allo stesso tempo affascinante, anche soprattutto per i paesaggi.
      Da qualche mese sto sviluppando questo racconto, e a breve spero di poter iniziare una serie 🙂

  2. Bravo Nicola, veramente ben scritto e con descrizioni dettagliate e precise. Per il tema particolare che hai trattato, poteva essere facilmente rischioso cadere nell’esagerazione, ma non ci sono ripetizioni e nemmeno ridondanze. Il racconto scorre bene fino alla fine, sorretto da un’ottima struttura narrativa. Sei sceso così bene nei particolari che spesso sembra di vedere ciò che accade. Interessante il finale che mi lascia la giusta curiosità.

  3. Molto originale e coinvolgente, con una trama ben strutturata.
    Forse, avresti potuto osare un pochino in più sul finale, aggiungendo più pathos con, ad esempio, un colpo di scena imprevedibile, che avrebbe reso più macabro il racconto.
    In ogni caso, sei stato molto bravo.

    1. Grazie di aver letto tutto il racconto! Mi fa molto piacere che ti sia piaciuto. In effetti mi sono trovato a dover scegliere se creare una storia puramente horror oppure puntare sulle conseguenze psicologiche della violenza e del commettere gravi reati… alla fine ha prevalso la seconda scelta.