
Come la fenice (Parte 1)
Serie: AURA
- Episodio 1: In fuga dal passato
- Episodio 2: Connessioni (Parte 1)
- Episodio 3: Connessioni (Parte 2)
- Episodio 4: Come la fenice (Parte 1)
- Episodio 5: Come la fenice (Parte 2)
- Episodio 6: Prologo
- Episodio 7: È tutto oro ciò che luccica (Parte 1)
- Episodio 8: È tutto oro ciò che luccica (Parte 2)
STAGIONE 1
Osservai il sole nascondersi oltre l’orizzonte e il cielo tingersi di rosa dai grandi vetri del “Dancing Inn” di Rebecca.
Nell’enorme salone in cui c’eravamo soltanto io e lei, la sua musica e il rumore delle scarpette da punta sul pavimento rimbombavano alle mie spalle.
Pensai a come si sarebbe sentita Pam se fosse stata lì con me. Probabilmente sarebbe stata felice di aver ritrovato una ragazza del Collegio, con la quale sentirsi compresa, almeno in parte, per ciò che avevamo provato sulla nostra pelle.
Pam era una di quelle persone con un’anima talmente luminosa da provocare fastidio nelle persone più oscure, tanto da istigarle a spegnere la sua luce, che continuava a risplendere nonostante gli innumerevoli tentativi distruttivi.
Cullata dalla danza delle rondini al tramonto, lasciai ai ricordi prendere il sopravvento.
Erano le 18, fine del turno. Come da routine, rientravamo nelle nostre celle per cambiarci vestiti e poi dirigerci verso la mensa comune, dove sicuramente, anche quella sera sapevo che non avrei mangiato a sufficienza.
Pam aprì il cancelletto, gli occhi fissi sui suoi passi. La treccia si era disfatta, il vestito si era stropicciato, e aveva un grosso segno rosso sulla guancia destra.
“Che ti hanno fatto?” sobbalzai sullo sgabello, come pronta ad azzannare chiunque le avesse fatto del male.
Lei sollevò lo sguardo e semplicemente mi sorrise. I miei muscoli si rilassarono per un momento. Il suo sorriso era l’antidoto ad ogni mia tensione. “Non ti preoccupare. Sto bene.”
“Sei sicura? Quel graffio non mi piace…” ribattei, scettica.
Annuì e si strinse nelle spalle. “Lo sai come sono. Ci provano sempre.” I suoi occhi la tradirono facendosi lucidi.
Mi avvicinai a lei e la strinsi in un abbraccio nel tentativo di rimettere insieme i pezzi del suo cuore.
Pam si lasciò sfuggire qualche singhiozzo e ricambiò la stretta, come se non volesse farmi andare via.
“Ci potranno provare quanto vogliono, ma non ti avranno mai veramente” le dissi, cercando di creare con il mio corpo una sorta di rifugio da tutte le intemperie che aveva e stava passando. “Tu sei come la fenice. Riuscirai sempre a risorgere dalle tue ceneri.”
Percepii la sua commozione anche se non la potevo vedere, ma il tatto valeva più di mille occhi. Il corpo non mente mai.
Avevo sempre provato una grande ammirazione nei suoi confronti.
Era giunta al Collegio quando aveva soltanto cinque anni, a malapena sapeva distinguere il giusto dallo sbagliato, e questo fu sicuramente un punto a favore di Harshman e dei suoi aguzzini.
I capelli biondi, gli occhi azzurri, la pelle rosea: Pam aveva le fattezze di una bambola di porcellana, per cui fu subito inserita nella divisione di Intrattenimento, proprio come Rebecca.
Essere in quella divisione significava dover intrattenere persone dell’alto rango, amici e amiche di Harshman, con le proprie abilità canore, di ballo o soltanto con la propria presenza. Molte ragazze diventavano, più che intrattenitrici, accompagnatrici di uomini di tutte le età, sfoggiate come trofeo alle serate di gala, e giudicate in base al proprio aspetto. Erano carne da macello, e il loro valore veniva giudicato da quante offerte ricevevano.
Pam mi confessò che non aveva particolari capacità, sapeva cantare, ma aveva da poco iniziato a prendere lezioni di canto da parte della madre, famosissima cantante jazz. Harshman infatti non volle soffermarsi sulle sue potenzialità da cantante, ma si focalizzò fin da subito sul suo aspetto.
“Sei bella come un angelo” le aveva detto, sorridendole in un modo strano che la fece sentire a disagio.
Non passò un giorno, dal suo ingresso lì dentro, in cui Pam non fosse abusata. Ad ogni ribellione corrispondeva una punizione: un graffio, uno schiaffo, la proibizione di mangiare, e tanto altro che aumentava il suo supplizio.
Eppure, Pam aveva sempre il sorriso sul viso, e gli occhi pieni di vita. La sua morte fu un evento inconcepibile e traumatizzante per me, ed era uno dei motivi per cui avrei voluto trovare Harshman e ucciderlo.
Harshman aveva deciso di punirmi in giardino, davanti a tutti, così che imparassero cosa sarebbe successo a chiunque non avesse tenuto la bocca chiusa.
Sapendo del mio strettissimo legame con Pam, la trascinò verso di me, anche lei con manette a polsi e caviglie.
I suoi capelli le cadevano sul viso disordinatamente, e il terriccio le aveva sporcato i vestiti.
La guardai con estremo dispiacere, chiedendole silenziosamente scusa.
Mentre ripensavo a quel giorno, il mio cuore accelerò il battito, proprio come allora.
Pam era riuscita a rubare un coltello dalla mensa la sera precedente, in vista di quello che le avevo detto che avrei fatto il giorno successivo, in occasione della celebrazione dei diplomi.
Mi ero infilata il coltello in una cinghia attorno alla gamba, assicurandomi di riuscire ad afferrarlo nel caso avessi avuto le mani legate come, effettivamente, accadde. Il contatto del metallo freddo contro la mia pelle mi trasmetteva sicurezza. Ero convinta di avere la situazione sotto controllo.
L’utilità del coltello era la sua somiglianza con l’arnese che usavano le guardie per aprire le manette, altamente sensibili al metallo – per questo motivo a noi non era acconsentito usare liberamente i coltelli nemmeno a tavola, dove erano fissati a corde elettrificate sotto al tavolo. Ciononostante, la frase “c’è sempre una falla nel sistema”, si era rivelata vera la sera in cui Pam aveva trovato una corda non elettrificata perché difettosa. Quell’evento mi conferì ancora più sicurezza: Harshman non avrebbe mai potuto avere il controllo su ogni singolo elemento del suo impero.
“So che tu ce la farai” mi disse Pam, mentre cercavo di stringere la cinghia attorno al polpaccio.
“Certo che ce la farò, e li umilieremo, vedrai” risposi, indaffarata, senza guardarla.
Pam si avvicinò, inginocchiandosi ai miei piedi per rendersi visibile. “No, Aura. Io intendevo che sono sicura che tu sarai libera” continuò, seria.
La guardai, perplessa. “Be’, sì, ma anche tu lo sarai”
Abbassò lo sguardo.
“Ehi, non ci devi nemmeno pensare, io e te saremo libere, insieme” ribadii, inginocchiandomi a mia volta.
“Devi tenere conto anche di questa possibilità. E io voglio che tu sia libera, te lo meriti dopo tutto quello che hai passato a causa sua.” La sua voce tremò.
Corrugai le sopracciglia verso l’alto, dispiaciuta.
Raggiunsi la sua mano e la strinsi in segno della nostra unione.
“Come mi dici sempre tu, sii come la fenice. Io e te resteremo sempre legate, qualunque cosa accada. Promettimi che non ti fermerai per salvarmi”.
Negai con la testa – ciò che mi stava chiedendo mi sembrava inconcepibile anche solo da pensare.
“Io non… io non posso, Pam. Come potrei?”
“Promettimelo e basta.” Tagliò corto, fissando il suo sguardo sui miei occhi.
“Te lo prometto” conclusi, anche se contraria alle parole che avevo appena pronunciato.
Accovacciate sul terriccio umido, ci guardammo. Pam mi incitò con lo sguardo a iniziare il nostro piano.
“Ti rendi conto della figura che mi hai fatto fare?” tuonò Harshman, a un millimetro dal mio viso, bruciandomi con il suo fiato.
“Questo è sicuramente un gesto che non può essere ignorato. Ed è un bene che tu abbia scelto proprio questo giorno, perché tutti potranno vedere cosa succede a chi non sa stare al suo posto” continuò, ergendosi in piedi e parlando al pubblico in anfiteatro.
Contrassi la mascella per il nervosismo. Sapevo che sarei dovuta rimanere in silenzio. Lentamente, mi accovacciai più in basso, sbilanciando il peso leggermente in avanti, così da riuscire a infilare la mano destra sotto ai pantaloni e raggiungere il coltello.
Le distanze che avevo calcolato erano giuste. Lo impugnai dal manico, e lo feci slittare verso la caviglia in modo da svincolarlo dalla cinghia. Successivamente feci pressione con la lama sulle manette, che si aprirono dopo qualche secondo.
Guardai Pam per dirle che ero pronta.
Harshman si avvicinò nuovamente. Deglutii. “Ti ho subito riconosciuta, cinque anni fa. Hai il suo stesso odore. Odore di presunzione. Ma ricorda, rimarrai sempre e solo una nullità, proprio come lui” mi sussurrò nell’orecchio. Sapevo che si riferisse senza alcun dubbio a mio nonno Moss. Quella frase confermò le ipotesi di mio padre e mi fece esplodere dalla rabbia. Afferrai il coltello e lo conficcai nel piede di Harshman, osservando per un attimo il suo viso contrarsi dal dolore.
Ci fu un tumulto generale che distrasse in parte le guardie. L’impero di Harshman non era avvezzo al caos, e io lo avevo capito, così come lui aveva compreso i miei punti deboli: la mia famiglia e Pam.
Mi precipitai immediatamente verso di lei, lottando con le guardie che la bloccavano, liberandola dalle manette. Afferrai la sua mano e cominciai a correre, trascinandola con me.
Ad un certo punto sentii un movimento brusco che sciolse la nostra stretta.
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