
Comprendere
Serie: Tre anni in Nigeria
- Episodio 1: L’amore di una madre e il dovere di un figlio
- Episodio 2: Cuore tricolore
- Episodio 3: Mai fermarsi
- Episodio 4: Benvenuti in Nigeria
- Episodio 5: Comprendere
- Episodio 6: Coccodrilli e libellule
- Episodio 7: Il club degli Alleati
- Episodio 8: Famiglia unita
- Episodio 9: Nuovo anno, nuovo mondo
- Episodio 10: Gomma alla liquirizia
STAGIONE 1
Samuel apre il cancello e papà accelera con la Jeep. Rambo fa un cenno col capo mentre passiamo e io mi sotterro dentro al sedile. Deglutisco, impaziente e ansioso di affrontare il mio primo giorno di scuola.
C’è una luce strana, forte e abbagliante ma senza sole, il cielo è grigio anche se non da pioggia. La Nigeria si trova tra la fascia equatoriale e quella tropicale, la zona di Abuja ha due stagioni, una secca, corrispondente al nostro inverno, e una umida con forti ed improvvisi temporali monsonici, corrispondente alla nostra estate. Siamo sul finire dei monsoni ora e tutto attorno la vegetazione è rigogliosa.
E verde.
Tanto verde. Non ho mai visto così tanto verde, né in Trentino a casa di papà, né a Napoli a casa di mamma, né tantomeno in Sardegna, dove vivevo prima di qui. Non è un verde come il nostro, è molto più brillante e luminoso, quasi finto. Sembra la vegetazione che fanno vedere negli speciali sui dinosauri in TV. E questo è ovunque in tutta la città. Abuja è diventata la capitale da tredici anni, nel 1991, ed è ancora gran parte in costruzione, alcune ambasciate si trovano ancora nella vecchia capitale, Lagos, e pure quella italiana si è trasferita da poco, per questo l’ufficio è un po’ allo Sheraton e un po’ a casa. Mancini è stato un anno a Lagos, non ha voluto parlarne molto ed era serio serio, continuava a guardarmi, era evidente che non voleva discuterne davanti a me. Qualunque cosa ci sia a Lagos, qui ad Abuja sono tutti concordi che la vita è più tranquilla e ci sono molti meno attacchi agli Occidentali, le case che vengono assaltate sono o di gente che ha fatto qualche sgarbo o di persone ingenue che non hanno rispettato alcune regole di sicurezza elementari, come non far vedere mai la cassaforte, far entrare qualcuno dentro e mostrare di avere più contanti di quanto necessario a saldare un conto.
A proposito di soldi, strizzo il naso perché sento ancora nelle mani la puzza delle naire, la moneta nigeriana. Non scherzo, le banconote puzzano proprio di cacca. Ho qualche banconota in tasca per il pranzo a scuola, ma nel dubbio mamma mi ha messo nello zaino anche un panino. Spero solo di trovare un bagno funzionante per lavarmi le mani.
«Siamo quasi arrivati, ti ricordi la strada?» mi chiede papà ad un semaforo.
«Credo di sì» rispondo titubante «Macchina inglese! Ha appena girato» continuo indicando la macchina davanti. Ha la targa diplomatica del Regno Unito. Da subito in famiglia è nato il gioco di indovinare dai numeri delle targhe diplomatiche la Nazione corrispondente. Il numero associato all’Italia è il sessantanove, esattamente a metà dell’elenco. Ogni volta che viene avvistata una targa rossa in giro, parte la gara. Io sono fortissimo a questo gioco.
La strada è tranquilla, ci sono donne in abiti dai colori vivaci che spazzano la strada con scope senza manico, inchinandosi ogni volta. Hanno i bambini legati alla schiena con una fascia che dormono tranquilli. Anche molti uomini dormono ovunque, sopra le moto nei punti più strani e pericolosi, come sotto un ponte o un cavalcavia. Lungo i marciapiedi c’è qualche carrellino o un tavolino fatto con due assi di legno dove si vendono ogni genere di alimento, dalla frutta come la papaia a spiedini di carne cotta in un fuoco in un bidone lì vicino.
«Eccoci» dice papà.
Ci mettiamo in coda dietro tre auto per valicare il cancello della scuola. Esattamente come casa, la scuola è circondata da un muro con il filo spinato e le guardie armate presidiano il cancello.
«Alex, va tutto bene?» mi chiede papà, sembra un po’ nervoso.
«Certo.»
«Sai che ci saranno ragazzini da tutto il mondo lì dentro e tu rappresenterai in qualche modo l’Italia.»
Annuisco un po’ perplesso.
«Voglio dire, non è perché sei l’unico italiano a frequentare questa scuola, ma perché il mio lavoro…tutta la famiglia contribuisce a favorirlo o no, riesci a capire?»
Papà ride, devo aver fatto una faccia decisamente emblematica.
«Questo lavoro si basa sulle informazioni, sulla fiducia e anche sulle relazioni interpersonali che si instaurano con gli altri addetti militari, se sei loro amico e sanno di avere a che fare con una certa persona, allora si fideranno a condividere certe informazioni. Così come tua madre deve partecipare alle feste e alle cene, aiutarmi a rappresentare l’Italia, anche tu dovrai sempre ricordarti chi sei e chi rappresenti quando stai con gli altri ragazzini, sii cauto nelle amicizie, ora è più chiaro?»
Ci penso qualche secondo, credo che il senso del discorso sia di non combinare casini e di non metterlo in imbarazzo.
Sospiro.
«Sì papà, ho capito.»
Mi accarezza la testa con un sorriso prima di valicare il cancello. Mi saluta e mi augura buona fortuna prima di andar via.
Prendo un grande respiro di quell’aria pungente, ed entro.
Papà aveva ragione, i corridoi sono un brulicare di bambini e ragazzi di tutto il mondo. Ci sono ragazzine indonesiane e arabe con hijab colorati o a tema floreale, ragazzoni africani dalla pelle nera e lucida e il sorriso bianchissimo, cinesi e giapponesi minuti, americani e inglesi biondi e alti, ispanici sudamericani con qualcosa di indios nel loro viso…sembra un’assemblea dell’ONU versione giovanile! Resto incantato a guardarmi attorno finchè la preside, Mrs. Graham, non mi viene ad accogliere con il classico sorriso a stelle e strisce. Mi infila in mano l’orario delle mie lezioni, comprese le attività extrascolastiche a cui sono già iscritto e i miei turni in mensa. Mi fa vedere il mio armadietto, mi dà la combinazione del lucchetto e resta stranita quando non accenno a mettere niente dentro.
«Faccio dopo» balbetto.
Parla rapidamente, con un accento credo della East Coast, New York o Boston se ricordo bene le lezioni di inglese di Mrs. Jones, ma io ogni tanto mi perdo a seguirla, distratto a vedere tutti quei ragazzi passarmi vicino che sembrano più grandi di me. Ci fermiamo ad una porta, Mrs. Graham bussa e poi apre. Faccio appena in tempo a leggere che è la classe di Storia che la preside mi agguanta e mi tira dentro. Una quindicina di ragazzi mi guarda curiosa, sento le mie guance diventare paonazze per l’imbarazzo mentre la Graham annuncia il mio nome e la mia nazionalità alla classe. Non sento le parole dell’insegnante ma capisco che mi invita gentilmente a sedere in un banco monoposto in fondo alla classe. La saliva mi resta in bocca, deglutisco a forza e metto le mani in tasca per non far vedere che stanno tremando. Tutta la classe mi guarda sogghignando mentre cammino al mio posto. Sono pochi passi ma sembrano eterni, finalmente arrivo e mi siedo, restando immobile, rigido, nella posa più innaturale e scomoda che una persona riesca a pensare mentre il professore riprende a scrivere alla lavagna qualcosa sugli antichi Romani, Egizi, Persiani, forse è il programma del semestre. Sono un drago in Storia ma in questo momento il mio cervello è incapace di pensare, fermo, morto, encefalogramma piatto.
«Ehi» bisbiglia qualcuno al mio fianco.
Mi giro lentamente e vedo due ragazzi identici, fratelli gemelli, capelli corti e biondi e occhi leggermente a mandorla e fisico grosso.
«Sei italiano?» mi dice quello più vicino. Ha un accento dell’est, russo.
Annuisco.
«Pizza, mafia e Berlusconi» dice l’altro sogghignando.
Lo guardo sbalordito e spaventato e non so cosa replicare.
«Tranquillo» continua il primo sorridendo al fratello.
«Siamo amici se tu sei amico, comprendi?»
Serie: Tre anni in Nigeria
- Episodio 1: L’amore di una madre e il dovere di un figlio
- Episodio 2: Cuore tricolore
- Episodio 3: Mai fermarsi
- Episodio 4: Benvenuti in Nigeria
- Episodio 5: Comprendere
- Episodio 6: Coccodrilli e libellule
- Episodio 7: Il club degli Alleati
- Episodio 8: Famiglia unita
- Episodio 9: Nuovo anno, nuovo mondo
- Episodio 10: Gomma alla liquirizia
Iniziare un percorso scolastico non è mai facile, tanto meno se ci si trova soli in un mondo tutto da scoprire. Le preoccupazioni esternate dal padre mi hanno ricordato un anime visto di recente (non so se a te piacciono): Spy X family. É un peso piuttosto grande da mettere sulle spalle di un bambino, la diplomazia non lascia spazio alla spontaneità né alla libertà ostacolata da troppe bandiere.
Non questo questo anime ma dal titolo si capisce parecchio! Da quello che ho visto la diplomazia è quanto di più falso e ipocrita possa esserci, seconda soltanto alla politica, ma anche molto affascinante una volta imparate le regole del gioco. Ho un po’ esagerato nella storia ma neanche di molto ed effettivamente la responsabilità di rappresentanza era estesa a tutti i membri della famiglia e si sentiva anche tra noi bambini. Per fortuna c’era il calcio, ricordo di una serata dove una partita a calcio aveva tolto tutte le barriere. Da bravo italiano ho fatto la stessa figura della nostra Nazionale alle qualificazioni di questi mondiali!
Ho letto questo episodio, e solo questo. Davvero una sorpresa positiva. La scrittura fila fluida che è una bellezza, senza cabrate né picchiate: da vero narratore. I pochi refusi, pochissimi, si perdono nella storia che “prende”.
Ho letto i commenti, Carlo e non comprendo di cosa tu ti debba giustificare. Forse dovrei dare uno sguardo al resto, ma per quanto riguarda questo brano, io l’ho trovato pieno di bellezza, rispetto, quasi un amarcord. Anche, se mi consenti, di un certo orgoglio nell’aver vissuto qualcosa d’importante di cui, si avverte bene, il piccolo protagonista era parte attiva.
Complimenti.
Grazie Roberto, grazie di cuore. Non è mai facile scrivere di esperienze personali, ma il tuo commento mi rassicura parecchio. A presto!
Quanta responsabilità addosso ad un bambino! Bello! La storia si fa avvincente
Grazie Cristiana! La storia è di fantasia ma non troppo lontana dalla realtà ed effettivamente quel senso di responsabilità c’era anche tra i più piccoli
Ciao Carlo, la figura del protagonista sta prendendo forma in modo sempre più chiaro, in un contesto pieno di colori che aiutano a visualizzare e fanno apprezzare l’ ambientazione della storia. Esilarante la frase che ci riguarda come Italiani.
Ma davvero le banconote puzzano?
Parliamo di quasi20 anni, per carità non volevo nemmeno generalizzare forse l’ho scritto male, ma effettivamente sì, almeno quello che abbiamo avuto di maneggiare noi, sarà stata una partita sfigata 😂 comunque mi sembrava una cosa simpatica da inserire attraverso gli occhi di un ragazzino, non voleva essere una cosa offensiva, come la frase degli stereotipi italiani che purtroppo l’ho sentita veramente per tutti il decennio successivo e non da altri ragazzini ma da adulti e persino politici stranieri europei. Vabbè, non è un viaggio negli stereotipi questo, mi piace giocarci come in Erasmus perché hanno comunque un fondo di verità in alcuni casi (io sono il classico italiano che mangia pasta tutti i giorni 😂) ma questo è anche un percorso di crescita di Alex che piano piano si apre ed esce da quella villa per scoprire il bello e il brutto di un mondo diverso e simile al suo. Mi si sono sciolte le dita a furia di scrivere sta risposta che è un poema, ma questa serie è piuttosto importante per me è non vorrei passasse un messaggio sbagliato nelle mie descrizione magari un po’forti. A presto Maria Luisa!