Con le buone maniere

Serie: Agenzia Sullivan & Soci


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Stavolta non era bastato un po’ di ago e filo guidato dalla mano di Sullivan per rattopparmi, avevamo dovuto far visita al nostro amico dottore che esercitava il mestiere in uno scantinato nascosto da sguardi indiscreti in periferia. I medici erano l’ultima categorie di persone che potevo considerare simpatiche ma, ogni tanto, erano necessari. Prima di uscire mi diede un pacco di antidolorifici di vario genere, ne ingurgitai subito un mix preso a caso con un po’ d’acqua. Nonostante continuassi a bere avevo la gola secca e non riuscivo a deglutire bene, la sensazione era quella di aver ingurgitato un bicchiere di terra del deserto a colazione. Io e il mio socio ci sedemmo in macchina per fare il punto della situazione.

“La visita al porto è stata un buco nell’acqua, come hai potuto constatare dal mio stato di salute” dissi mentre la mia lingua doveva lottare per articolare ogni parola.

“Sicuro di non aver scoperto niente di niente?”

“Posa quella merda o ti vomito in maccina” gli bloccai la mano pronta ad infilare il sigaro tra le labbra.

“Stai diventando un bel dito in culo, Colt. Comunque, possibile che non sia saltato niente fuori mentre stavi lì a caricare e scaricare casse come un bravo mulo?” il solito sorriso del cazzo stampato sul volto.

“No, non si parla di culi di ballerine mentre ti spezzi la schiena, nemmeno se tiri fuori l’argomento. Ho cercato in tutti i modi, senza attirare troppo l’attenzione, di fare domande, gettare ami, ma niente, ci ho rimediato solo un chiodo nel piede e mazzate a non finire.”

Sullivan rimase in silenzio, lo sguardo fisso fuori, alle mie spalle, come se ci fosse un gobbo dal quale leggere le battute da ripetere a pappagallo; conoscevo bene quell’espressione, gli occhi serrati e il respiro quasi azzerato: pensava a qualcosa.

“Perché non torniamo dal nostro amico Patrick e gli diamo ciò che si merita?”

“Vuoi spaccargli le mani visto che mi ha fracassato una bottiglia in testa? Molto gentile da parte tua ma non penso sia la cosa migliore da fare, soprattutto se vogliamo tenerci buona Nadia e il resto del personale del locale” stavolta ero io a sorridere beffardo.

“Chi ha detto che dobbiamo spaccargli le mani, pensaci bene: lui è l’unico insieme al sassofonista ad essere stato in sala ogni fottuta sera per mesi. Insomma, lui deve aver notato qualcosa, ne sono certo, magari non lo dice per paura di qualcuno ma noi possiamo mettergliene di più addosso.”

Qualche minuto dopo Sullivan sfrecciava verso il “Rising Star” che non era affatto lontano dalla nostra posizione di partenza. Le strade a quell’ora della notte erano del tutto deserte, come se una guerra avesse portato via tutta la gente che un tempo le animava. Aprii il finestrino per intercettare un po’ dell’aria che schizzava a tutta velocità, mi schiaffeggiò come volevo, mi scrollai di dosso parte del torpore che le pillole mi avevano indotto, percepivo il cervello più reattivo e pronto per la giornata. Il groviglio di pensieri che occupava la mia scatola cranica pareva destinato a non sciogliersi più, la pista del porto non ci aveva condotto a niente e ci trovavamo in un vicolo cieco dal quale solo uno come il pianista poteva tirarci fuori, il che la diceva lunga sulla nostra abilità investigativa.

Parcheggiammo la macchina sul retro, insieme alle ultime due rimaste, ormai anche i più assidui frequentatori avevano alzato il culo dalla sedia per andarsene a casa a picchiare le proprie mogli prima di poggiare la testa sul cuscino. Mettemmo i piedi giù dall’auto, io ero pronto ad entrare nel locale quando, a metà strada, notai che Sullivan era fermo al portabagagli, un sorriso a trentadue denti che non gli avevo mai visto campeggiava sulla sua faccia da cazzo. Tornai indietro, ogni passo più sicuro del precedente.

“Che diavolo stai facendo? Che c’è da essere così felici?”

“Al volo” mi lanciò una spranga arrugginita dall’aria affatto pulita, forse ci aveva già pestato più di qualcuno in passato.

“Cosa dovremmo farci con questa roba?” alzavo e abbassavo lo sguardo, passavo dall’oggetto contundente al cranio malato che aveva partorito l’idea.

“Gli mettiamo ansia, non si vede?” afferrò una mazza da baseball d’acciaio e chiuse il portabagagli con violenza.

“Siamo diventati criminali da strapazzo? L’ultima volta che ho controllato dovevamo farli arrestare, non essere come loro” Sully camminava spedito verso la porta sul retro.

“Sta tranquillo, non abbiamo cambiato sponda, stiamo solo facendo una visita di cortesia ad un testimone che non vuole testimoniare.”

Fu proprio in quel momento che Patrick, con l’aria stanca di chi aveva appena smesso di spingere i tasti di un pianoforte, uscì con la sigaretta già accesa tra le labbra. Non appena girò la testa nella mia direzione l’espressione mutò: gli occhi si spalancarono e per poco il cilindro di tabacco non gli cadde per terra. In quel momento Frank alzò la mazza al di sopra delle spalle, pronto a sganciare un colpo che si preannunciava forte, il metallo della porta, all’altezza della testa di “Slowhand”, rientrò di qualche centimetro, tanto era stato potente.

“Ma che cazzo fate con quelle cose?” le mani sopra la testa come se gli avessimo ordinato di darci tutti i soldi.

“Ci siamo rotti i coglioni dei tuoi giochetti da imbecille, te ne rendi conto che è morta la persona che amavi? Piantala di proteggere chi l’ha uccisa” il volto di Sully si era fatto paonazzo, i denti in mostra come un cane pronto ad azzannare la preda, la vena sul collo era sul punto di esplodere.

“Io non so di che cosa stai parlando, io non so niente” la sigaretta cadde a terra in una pioggia di scintille. Scaricai un colpo di spranga sul muro alle sue spalle, per poco non si cagò nei pantaloni.

“Sappiamo che è un portuale, abbiamo bisogno solo di un nome e al resto ci pensiamo noi. Ti proteggeremo, se necessario.”

“Va bene, va bene, abbassate quegli arnesi” prese una lunga boccata d’aria, si passò una mano sulla testa e poi tornò a scrutarci “Vincent. Non conosco il cognome, ho solo sentito una volta qualcuno chiamarlo così. So che è un portuale perché viene sempre con una spilla sulla giacca ma, davvero, non ho idea di nient’altro.”

“Era così difficile? La prossima volta risparmiaci le mazze” Sully si incamminò da dove era venuto.

Serie: Agenzia Sullivan & Soci


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Discussioni

  1. “ormai anche i più assidui frequentatori avevano alzato il culo dalla sedia per andarsene a casa a picchiare le proprie mogli prima di poggiare la testa sul cuscino”
    eh. Frase cruda che riassume in maniera fin troppo efficace il cliente medio del Rising. Ben scritta.