
CON LE MANI PUOI…….
“CONLEMANIPUOITAGLIARELECIPOLLE” era la grande scritta che vide appena spalancò gli occhi in quella stanza in cui inspiegabilmente si trovava, una stanza semivuota, semibuia, seminterrata. Se mi spiego male è solo perché la storia è semiseria! Se vi girano……non leggete oltre, è pur sempre un horror, non vorrei aver qualcuno/a sulla coscienza.
La “Stanza” non era un sequel de “La Casa”, film di ordinario terrore casalingo ma, guarda caso, incuteva egualmente un senso d’inquietudine e di sgomento. “Non entrate in quella stanza!” Così recitava un trailer tempo fa, ma la paura era in quella stanza, viva, palpabile; la si respirava anche nella polvere che, depositandosi in ogni dove, anche dove non so, non era di stelle.
Era ancora stordito. I muscoli del collo, tesi, avvertivano una strana sensazione: torpore misto a dolore, oltre al solito indolenzimento cervicale che in passato lo aveva tormentato e che, ora, si era ridestato e gli impediva di girare la testa per scrutare meglio quel luogo dimenticato da Dio e da tutto il creato. Forse era stato creato ad hoc da qualche mente malata per qualche oscuro motivo. Non aveva nessun ricordo di come vi fosse giunto, ma di certo non con le sue gambe: ma con quelle di chi allora?
《CHE CAZZO CI FACCIO QUA DENTRO?》 urlò terrorizzato, terrorizzando un ratto che in quell’oscuro ambiente tutto sommato si era ambientato. Le sue mani freneticamente cercarono di liberarsi dalla morsa di quelle catene che gli stringevano i polsi, ma inutilmente. Con la schiena appoggiata al muro, seduto sul pavimento freddo di pietra cercò di alzarsi, ma invano, le catene corte e a maglie spesse gli impedivano il movimento completo.
“CONLEMANIPUOITAGLIARELECIPOLLE” la scritta si ripeteva su tutte le quattro pareti della stanza; era di un colore rosso sangue, dai caratteri non uniformi, piuttosto irregolari e senza spazi tra le parole, apposta da una mano tremolante, scritta apposta col sangue per incutere terrore. Le sue pupille, dilatate per la scarsa luce e per la paura, seguivano l’oscillare di un martello legato ad una corda che raggiungeva il soffitto, dove un nodo doppio la fermava ad un anello metallico. Quel macabro pendolo, che nulla aveva a che fare con il pendolo di Foucault, foucaulizzava però la sua attenzione quasi a ipnotizzarlo: ipotizzare un cupo presagio, una morte orribile per niente indolore era più che realistico. Mille e più pensieri scorrevano veloci nella sua mente aumentandone l’inquietudine, in sottofondo le note di un Profondo Rosso-Argento non lo rassicuravano affatto.
Udì dei passi provenire dietro l’unica porta che aveva di fronte, squallida, di ferro arrugginito. Una chiave dall’esterno iniziò a ruotare all’interno di una serratura scricchiolante: nel mezzo una, due tre mandate. Poi la porta, con difficoltà e a scatti, iniziò ad aprirsi lentamente mentre i battiti del muscolo cardiaco acceleravano un cuore datosi alla fuga e già scappato in gola.
《Sei Daniil Smirnov, il grande pianista russo?》
《Sì!》 rispose 《Ma tu chi sei?》
《Le domande qua le faccio io》 lo interruppe stizzito. Smirnov lo fissò in volto, colse uno sguardo raggelante che non faceva ben sperare; era incappucciato con un passamontagna nero attillato, addosso un giubbotto nero di seppia sotto il quale si intravedevano dei jeans nero carbone fortemente inquinanti marchiati Diesel. Stivaletti neri e guanti neri completavano l’abbigliamento poco ricercato, piuttosto funereo. Sicuramente era un ricercato dalla mise poco ricercata.
《E tu vorresti suonare domenica il concerto per pianoforte orchestra e coro di Ferruccio Busoni, e con quante dita delle mani?》chiese ironicamente l’uomo nero trasparendo un umore che nero è dir poco, meglio noire.
Quella domanda spiazzò Smirnov, e balbettando dalla paura 《Con dieci dita, e co.., come po… potrei fare diversamente?》
《Con otto dita, che ne dici, sarebbe un’ottima idea! Tanto cosa vuoi che siano due mignoli persi, una minima invalidità che non ti garantisce neanche una pensione minima》 continuò l’oscuro individuo con una certa soddisfazione, ridacchiando in quel bunker umido e illuminato da una misera lampadina di altri tempi ma ancora funzionante, forse per poco.
《MA CHI CAZZO SEI, LIBERAMI SUBITO GRAN FIGLIO DI PUTTANA!》 urlò Daniil, cercando una via d’uscita dalle catene mentre, allo stesso tempo, avvertiva un forte dolore ai polsi per le ferite che si era autoinflitto involontariamente nel tentativo di liberarsi.
《Ho un terribile mal di testa,》 proseguì l’incappucciato 《sento qualcosa che mi martella le tempie come,》 alzando la testa verso l’alto 《come quel martello, lo vedi quel martello?》 Poi, prendendolo in mano continuò: 《Io vorrei suonare Mussorgsky ma non ne sono capace, però potrei cimentarmi in un nuovo quadro di un’esposizione, con un andante lamentoso per poi continuare con…. con un martellato con dolore pieno di pathos》.
《Tu sei completamente pazzo. No! Non toccare le mie dita, ti prego, non farlo!》 erano le parole sofferte di chi il terrore lo vedeva ravvicinato in quell’incontro del terzo tipo ma, trattandosi di orrore e non di fantascienza, va bene il primo.
《Vedo che sei perspicace, senza quei due insignificanti mignoli potrai sempre tagliare le cipolle!》
《Le mie dita, tutte le mie dita, anche quei due insignificanti mignoli, sono tutta la mia vita; la mia vita è nelle mie mani.》
《Ora la tua vita è nelle mie mani》 ribattè l’incappucciato, rimarcando nelle mie mani.
《Te la sei meritata questa vita, il successo, la gloria?》
Daniil, spiazzato, non seppe dare una risposta sensata.
Ripensò, riavvolgendo la pellicola della sua vita, alle sue tournée in giro per il mondo, agli applausi, ai premi vinti, ai titoli dei giornali che lo celebravano come il nuovo astro nascente del pianismo mondiale. Per lui tutto era facile, le difficoltà erano tutte superabili, anche quel concerto di Busoni era alla sua portata, il concerto più impegnativo della letteratura pianistica non lo impensieriva. Le doti lui le aveva. Ma perché tutta quella fortuna? Non se lo era mai chiesto. Ora era alle strette.
《Ah, vedo che non rispondi Daniil, la lingua ce l’hai ancora, vero?》
Poi ripresosi dall’emozione:《Ma è orribile quello che hai intenzione di fare, io cosa ti ho fatto di male?》
《Niente!》 rispose l’incappucciato tipo 《Ed io cosa ho fatto di male per non essere come te, per essere un genio mancato o meglio una persona viva ma insignificante?》
《Chiedilo a Dio, non a me!》 sbottò Daniil.
《Non scomodiamo Dio che avrà un mondo di problemi da risolvere nell’altro mondo, io voglio portare solo un po’ di giustizia in questo mondo, non m’interessa la giustizia dell’altro mondo, ne voglio un po’ anche qua, che ce n’è troppo poca, e quando vedo ingiustizie macroscopiche io non le applaudo, le martello. Con questo martello, e ricorda che CONLEMANIPUOITAGLIARELECIPOLLE.》
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Smirnov si destò quella mattina di cattivo umore, incubi notturni ne avevano disturbato il sonno, solitamente tranquillo e riposante. Uno in particolare lo aveva inquietato, ma non riusciva ad averne memoria completa; solo qualche flash ogni tanto e una frase, “Con le mani puoi tagliare le cipolle”, risuonava come una nota ribattuta e fastidiosa nella testa. C’era qualcosa di diabolico in quelle parole ma, oramai, il tempo stringeva e la sala da concerto lo reclamava.
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Il teatro era pieno, tutti i biglietti sold out; il suo nome di fama mondiale aveva richiamato tanti amanti della musica colta. Colta o incolta che sia la musica è sempre da accogliere con animo buono. Smirnov, dopo un primo applauso d’incoraggiamento, raggiunse il pianoforte a gran coda ringraziando il pubblico con un cenno del capo. Dopo uno sguardo d’intesa col direttore d’orchestra le prime note iniziarono a riempire l’uditorio. Le sue mani correvano veloci sulla tastiera, le difficoltà tecniche trascendentali di quell’opera partorita da quella mente geniale di Busoni scomparvero, e non solo ad un pubblico meno accorto. Era concentratissimo, i suoi occhi non seguivano le sue dita, irrefrenabili, ma si elevavano alla ricerca del sublime. In un attimo di pausa, mentre l’orchestra proseguiva con le note di Ferruccio, Busoni per i nemici, cercò un fazzoletto nella tasca per asciugarsi le tempie madide; gocce di sudore scorrevano copiose per lo stress accumulato. Nella tasca una cipolla bianca faceva capolino. Allora cercò il fazzoletto sul pianoforte davanti a sé ma vide un martello. Riprese a suonare ma non era più lui, l’inquietudine lo stava prendendo. Il concerto di Busoni, una vera maratona pianistica di oltre un’ora, lo stava provando. Il direttore se ne accorse cercando di rallentare quel movimento finale. I due s’incontrarono con lo sguardo; occhi gelidi, sotto un cappuccio nero, lo stavano osservando malignamente: Daniil trasalì! CONLEMANIPUOITAGLIARELECIPOLLE!
Quella frase ritornò nuovamente e ossessivamente nelle sua mente, ossessivamente nella sua mente, ossessivamente nella sua mente.
Era pazzesco, di più: ERA DEMENTE!
Si svegliò da quel terribile incubo in una pozza di sudore. Era desto ma l’incubo non era finito. Sempre la stessa scritta davanti a sé, color rosso sangue “CONLEMANIPUOITAGLIARELECIPOLLE” lo riportò alla realtà: era sempre legato a quelle catene in quella stanza dalle mura scrostate dall’umidità e dagli anni, ma con entrambe le mani fasciate e doloranti ora.
《Sei svenuto sul più bello Daniil, hai fatto almeno bei sogni?》 erano le parole sarcastiche dell’incappucciato che avvicinandosi continuò 《Prendi queste cipolle, ora puoi tagliarle!》 Daniil solo allora notò un vassoio d’argento in mezzo alla stanza: era sporco di sangue.
《Quelle due dita le porto a Zar, il mio cane, che ne dici? Oggi, almeno per lui, sarà una bella giornata.》
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Con le c…..te che scrive Fabius P., del quale mi dissocio perché sono una persona seria, è difficile non accorgersi. È una sorpresa anche per me un horror, or ora me ne accorgo, ma non è un error e non me ne pento. Visto il tempo natalizio, un sottofondo musicale alla Quentin Tarantino: “Django bells, Django bells, Django all the way!” P.S. ci sono almeno tre diverse interpretazioni per i puntini mancanti, a te la scelta della più pertinente. Grazie della recensione (i 15 giorni per il diritto di recesso della recensione sono sempre garantiti a termini di legge).
Che sorpresa Fabius! Complimenti! Mi è piaciuto molto questo racconto. C’è sempre la tua vena ironica che stempera l’atmosfera, riconoscerei il tuo stile in ogni racconto di qualunque genere ti voglia cimentare. Le descrizioni sono accurate senza essere pesanti, ci dai i giusti particolari. Mi ha ricordato molto una sceneggiatura alla Quentin Tarantino. Ad un certo punto credevo fosse tutto un sogno, un incubo da ansia di prestazione, mi hai confuso alla grande per prepararmi perfettamente al gran finale. Davvero bravo!
Da applauso! Ti sei cimentato benissimo in un genere che a me piace molto. Sembra quasi una sceneggiatura per un corto, con un ritmo incalzante e una narrazione che mi ha tenuta incollata. Bella lettura
Come finisse l’ho scoperto anch’io verso la fine. Suspense per come concludere la storia restando nelle 1.500 parole. Alla 1.499esima ho aggiunto un Gran a quel figlio di p……. che ci voleva. Grazie per l’applauso.
Gli horror non sono il mio genere preferito e fino alla fine pensavo che questo tuo racconto non avrebbe avuto alcun epilogo macabro. Mi sbagliavo, pero` ho apprezzato la costruzione del racconto e lo stile impeccabile. La musica in generale e il pianoforte in particolare, possono essere motivo di grande passione e, nel tuo caso, anche fonte di ispirazione per creare racconti ben “accordati”.
È un horror all’acqua di rose per gli amanti del genere. Però nel genere umoristico non mi sembrava adatto anche se si vede la mia mano. Grazie per averlo letto nonostante l’avviso.