
Consapevolezza
Hilbert si trattenne dal mettere subito Ramanujan sotto pressione. Lasciò trascorrere le prime settimane di collaborazione evitando di condizionarne gli sforzi con la propria interferenza. Poi, in modo informale e con apparente casualità, principiò a sondare l’eccentrico ingegnere, per comprendere come stesse procedendo il suo lavoro, e se s’approssimasse a un concreto risultato.
Col passare del tempo, le interrogazioni di Hilbert si fecero più frequenti. Venne imposta a Ramanujan la redazione d’un rapporto scritto ogni due settimane, nel quale riferisse delle proprie attività, e dei risultati.
L’insistenza del Decano debordò ben presto dall’argine degli obblighi codificati. La situazione in costante peggioramento sospingeva all’interventismo il subissato Hilbert, la cui impazienza, nel perdurante vuoto d’idee della Commissione, andava facendosi incontenibile. Interpellava sempre più spesso il consulente, e si era spinto un paio di volte sino all’ufficio ricolmo di carta di Ramanujan. Questi, di controgenio, in ambedue le occasioni lo aveva accolto sulla soglia, aprendo appena il battente, e lasciandogli soltanto intravedere lo scompiglio di carta che deturpava la stanza. L’ingegnere teneva a bada la curiosità del superiore con difficoltà. Riusciva a spuntarla liquidandolo con qualche formula di prammatica: segnalando come fosse ancora nella fase preliminare di collezione dei dati; asserendo che ogni conclusione al momento non potesse considerarsi null’altro che un’ipotesi con scarso fondamento; affermando che non se la sentiva di esternare inconsistenti congetture in quello stadio embrionale. Malgrado fossero tutte verità, era palese che l’interlocutore viepiù li reputasse espedienti per evadere gli interpelli. Il muro dei pretesti, o vissuti come tali dal Decano, pur non cedendo, scricchiolava di fronte alla perseveranza di un Hilbert sempre più caparbio e indagatore, e faticavano a tenerne a freno l’invadenza.
Ramanujan compilava i rapporti con diligente puntualità, manifestando anche in quella sede la medesima reticenza. Non ci si allontana dal vero affermando che tergiversasse. Rimaneva nel vago circa le proprie attività. Premetteva di trovarsi nel momento preparatorio della ricerca; si manteneva cauto, a non dire sfuggente, in merito ai risultati: nulla di conclusivo: teorie incerte, indeterminate. Condivideva malvolentieri soltanto confuse supposizioni, nebulose ipotesi tutte da comprovare.
A distanza di diversi mesi, la mole di carta ammassata nell’ufficio di Ramanujan aveva cessato di crescere. Ora non lasciava quasi mai l’ufficio, neppure la notte. Trascurava la propria igiene personale, rientrando sempre più di rado all’alloggio, accompagnato dall’idea che la cura di sé rappresentasse una colpevole perdita di tempo.
Il Decano aveva notato il cambiamento, e l’aveva con perspicacia interpretato come un passaggio allo stadio ulteriore delle ricerche dell’ingegnere. Ciò lo aveva indotto a esibire maggiore insistenza. Ramanujan, comunque, pur riconoscendo come le sue ricerche fossero effettivamente progredite alla successiva ma non meglio precisata fase, non abbandonava la propria riluttanza a condividerne gli esiti: persisteva nell’opporsi alle montanti pressioni del superiore. S’ingegnava per evitare il Decano, inventando cavillosi alibi per non incontrarlo, per non doverci parlare. Nel mentre, la sua condizione fisica degradava: mangiava pochissimo; dormiva ancora meno. Non mostrava più interesse verso la pulizia degli abiti, che aveva smesso di cambiare, o verso la sua persona. Il già magro corpo mostrava col deperimento gli effetti di quelle negligenze, consumato dalla febbre degli studi, cui consacrava ormai l’interezza del tempo.
Ramanujan, solo nella sua stanza al quarantatreesimo piano, strappò dalle vetrate tutti i fogli di carta coi quali le aveva oscurate. La fioca luce del breve pomeriggio novembrino, liberata, penetrò nell’ufficio con la sua timidezza. Come colto da improvvisa follia, denudò in un impeto le pareti, gettando sul pavimento tutto ciò che vi aveva affisso. Andava da un capo all’altro del locale calpestando senza riguardo libri e quaderni, cascanti dalle precarie cataste che urtava, agitato dal delirio del quale era caduto preda. Scaraventato tutto a terra, afferrò finalmente un foglio gualcito dalla scrivania: l’ultimo, sul quale aveva fissato in una minuscola e fitta grafia gli appunti definitivi. Arrestatosi il furore, con ritrovata tranquillità lo stirò accuratamente con l’avambraccio, e l’appese a una delle pareti. Prese allora la poltrona e la trascinò attraverso quel sottobosco di carte scomposte fin dirimpetto alla pagina manoscritta, malferma sul muro. Vi si accomodò, contemplando il foglio nel quale aveva condensato i lunghi mesi di lavoro. Restò a fissarlo per molto tempo in uno stato di amenza, dopo di che, come vinto dall’accumulata stanchezza, come se le sue energie si fossero del tutto esaurite, crollò al suolo come un burattino abbandonati i fili, gli occhi gonfi di lacrime, scosso da singulti.
Quando si levò, reso a una ridesta coscienza, era già notte fonda. Inviò al Decano un messaggio, nel quale richiedeva un’urgente udienza. Poi si diresse all’alloggio. Mangiò abbondantemente, per la prima volta da settimane. Si lavò con cura. Si cambiò d’abito, e si mise a letto. Piangeva ancora quando si addormentò.
Il mondo intanto lentamente smetteva di girare. Le macchine operatrici, prive di energia e della guida del Padre, rimanevano immobili nelle rimesse o inerti nelle fabbriche. Gli animali, non più accuditi e lasciati senza nutrimento, languivano sofferenti nelle stalle; i campi, incolti, venivano sopraffatti dalla natura selvaggia.
Il genere umano era un formicaio in una teca: venuta a mancare la mano che vi depositava il nutrimento, le formiche sarebbero perite di stenti.
Gli uomini, increduli, avrebbero forse piagnucolato, emesso gemiti, o innalzato suppliche. Ma, incapaci, non avrebbero fatto: non sarebbero tornati nei campi; o nelle fabbriche; non avrebbero aggiustato; illusi della di loro nobiltà, non avrebbero certo teso le mani ad accogliere la restituita fatica. Non avrebbero mostrato nemmeno più l’orgoglio d’un moto di rivolta: contro qualcuno, contro qualcosa: inetti anche in quello.
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