Coraggio!

Serie: Pace in terra


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Natasha sta cercando i suoi figli e chiede aiuto a Padre Alfonso

Gli occhi di Natasha erano sempre stati quelli di una donna ferma e decisa. Non l’avevo mai vista piangere in tutti questi anni. Neanche al funerale di suo marito, prematuramente scomparso nelle campagne attorno a Kiev, per via di una mina rimasta inesplosa. Allora non conoscevo Natasha, ma ricordo che fu il mio primo funerale celebrato in questa chiesa, alla quale ero stato assegnato da poco. Ricordo ancora la forza negli occhi di quella giovane sposa, il coraggio che quella vedova trovò nel suo essere madre. Quel coraggio che negli anni seguenti chiedeva tutti i giorni a Dio, seduta in fondo alla chiesa, con in braccio quei fagottini che avevo visto crescere da vicino. E che ora erano scomparsi. 

«Da quanto stai cercando i tuoi figli?» – afferrai la sedia dalla scrivania e la feci sedere. 

«Non lo so Padre Alfonso, da quando è scoppiata la prima bomba, ormai sono mesi! Ho fatto il giro di tutti gli ospedali, anche in quelli improvvisati. Ci sono molti visi che me li ricordano, ma poi non sono mai loro! Qualche volta riesco a trovare un passaggio in auto per spingermi più lontano nel cercarli, ma torno sempre esausta e senza risposte. Se lei è a conoscenza di qualsiasi cosa, la prego me lo dica! Sono disperata!»

«Adesso calmati Natasha e cerchiamo una soluzione. Raccontami» disse Padre Alfonso porgendole un bicchiere d’acqua. 

«L’ultima volta che ho visto Stefania, era con Ivan, il ragazzo amico dei miei figli, lo ricorda? È lui che ha aiutato Stefania a salire in ambulanza, e poi… non so… magari ha trovato anche Andriy? Io l’ho visto cercare per ore tra le macerie, benedetto ragazzo! Sono rimasta fuori dal balcone a guardarlo finché mi è stato possibile… tutti quei morti Padre Alfonso! Tutti quei morti! E i feriti, e le persone intrappolate nei palazzi! Anche io sono stata ore, giorni ad aspettare i soccorsi per uscire di casa. Sono salva Padre, ma nel mio cuore non lo sono, se non riabbraccio i miei figli!  – disse Natasha portandosi una mano sul petto, inspirando a fondo – Conosce Ivan, il ragazzo russo?»

«Si, volevo lasciarti finire, ma certo che lo conosco! Ivan è un ragazzo eccezionale e con slancio si sta adoperando come volontario in una ex-scuola ora adibita ad ospedale. Lui e suo padre ci vanno assieme»

«E dove si trova questo posto? Andiamoci! Padre lei ha ancora la sua macchina?» disse Natasha rinvigorita

«Si per fortuna, un pò ammaccata, ma il motore non ha subito danni. Però, io devo rimanere qui ad occuparmi della gente. Ho fatto accomodare gli sfollati in chiesa, non li posso abbandonare»

«Capisco padre, mi dia le chiavi della macchina, ci vado anche da sola non si preoccupi!»

«Natasha, è troppo pericoloso. E comunque la macchina…ce l’ha il padre di lvan»

«Non è possibile Padre, perché lei è sempre così generoso! Non ne ha un altra a disposizione?»

«No Natasha, e comunque Ivan e suo padre dovrebbero rientrare il fine settimana, ed è più saggio attenderli qui e sentire poi cosa possono dirci dei tuoi figli. Nel frattempo puoi mangiare qualcosa, metterti in forze. Capisco che vorresti andarci subito, ma i bombardamenti sono continui, si rischia molto percorrendo tratti così lunghi con qualsiasi mezzo! Dove alloggi in questo momento? »

«Da mia sorella, a venti chilometri da qui. Venti, si, ho detto venti. Oggi ho battuto ogni record di marcia. Ma solo perché ero partita già con l’idea di non tornarvi. Ho salutato mia sorella sta mattina, lei e la sua famiglia hanno deciso di andare in Polonia. Chissà quando la rivedrò… va bene! Basta con la lagna, a quanto pare Padre, se lei non può prestarmi una macchina…ma davvero non ne ha un altra?»

«Natasha, Natasha io alzo le mani!» disse Padre Alfonso 

«Va bene Padre farò come dice lei, aspetterò qui Ivan, ma mi creda mi sta chiedendo un sacrificio incredibile! A sabato mancano tre giorni! La prego nel frattempo mi dia qualcosa da fare! Qualsiasi cosa per tenere la mente occupata!»

«Qualsiasi cosa? Dar da mangiare agli affamati?»

Usciti dalla sacrestia, un breve corridoio ci portò direttamente in chiesa. Aprii la piccola porta adiacente l’altare, aveva ancora i cardini al suo posto, ma era ancorata ad un muro che si teneva su appena. La campanella fuori dall’uscio che annunciava l’inizio della messa, cadde al nostro passaggio rotolando stonata poco lontano; la raccolsi e rialzandomi mi voltai verso Natasha, trovandola immobile a fissare il cielo, che aveva preso il posto e riempito il vuoto lasciato dalla grande cupola ormai in frantumi. Come un affresco vivo indugiai anch’io sul passaggio di un piccolo gruppo di nuvole, a cui subito seguii il volo di uno sciame di uccelli spaventati. E poi di nuovo l’ennesimo terribile fischio precedente lo scoppio di una bomba che cadde poco lontano. Paralizzati rimanemmo ad osservare il fumo, e quel celeste delicato che impunito riapparve poco dopo ad affrescare la volta. Che mi inondò di speranza. 

Pregai Natasha di seguirmi all’istante e di non cercare altra via. Macerie ovunque ostacolavano i nostri passi. Colonne morse da mostri invisibili tremavano pericolosamente, ma resistevano, come Gesù appeso ad una croce, ma presente come non mai. Misi la mano in tasca e i grani presero a scivolare tra le dita così in fretta come i nostri passi. Pregai la Santa Vergine per Stefania, per Andriy, per tutti i bambini innocenti. E chiesi per “Erode” la conversione del cuore, quel cuore che indurito continuava la sua strage senza sosta, restando indifferente alle grida di dolore che salivano fino al cielo. Madre Celeste ti prego, fa che tutte le madri come Natasha possano essere consolate da te. Dalle conforto e vicinanza, dalle speranza!


«Eccoci! Siamo in salvo grazie a Dio. Vedi? Questo che sto illuminando con la torcia è l’ultimo gradino. Ma non poggiarci il piede che non è sicuro! Salta! Bravissima!»

«Padre lei non mi ha voluto… non ha voluto che io andassi a piedi perché era pericoloso, ma qui in chiesa lo è altrettanto! Non dico che casca a pezzi Padre, ma ci manca poco, ad occhio direi che è ridotta peggio di casa mia!» disse Natasha con un tono sarcastico. 

«Hai ragione Natasha, questa chiesa casca a pezzi, ma questa chiesa ha un cuore forte! Come questo ipogeo di cui vado fiero ora come non mai!». Sorrisi a Natasha, e finalmente la vidi sorridere, colpita dalla bellezza del luogo. Anche se solo per qualche secondo. Infondo alle scale, il corridoio ci portò subito in un grande ambiente. Una prima grande sala, e poi un altra più piccola, e un altra ancora. Tutte erano piene di letti, materassi, cartoni dove la gente dormiva, o cercava di farlo. La luce: un piccolo candelabro posto a terra, torce puntate direttamente sui visi, generatori da campeggio, sorrisi di bambini scampati alle bombe abbracciati alle loro madri. Natasha rabbrividii non solo per il freddo e l’umidità.

«Padre Alfonso! Padre Alfonso! Abbiamo appena iniziato il momento della luce, vuole venire?» disse una bimba dalle lunghe trecce, spuntata d’improvviso dal buio

«Ah che bello! Perché no? Però prima devo fare una cosa, intanto perché non lo insegnate a Natasha? Natasha vedrai, è un momento di condivisione molto bello. Fidati! Io torno fra poco. Tu sai cucinare vero?»

Natasha guardò l’ombra di Padre Alfonso scomparire man mano nel lungo corridoio. A stento ricambiò la stretta di mano della bimba, che poco dopo corse via ridendo lasciandola al buio. Rabbrividì una seconda volta. E ora? Tempo di formulare il pensiero che la bimba tornò con un elmetto in testa da minatore. 

«Per me? E tu non ne hai bisogno?»

Tempo di formulare anche questo pensiero, che la bimba scappò di nuovo, lasciandola a mezza bocca. La ritrovò ad ogni bivio di quelli che sembravano infiniti cunicoli. Che posto era questo? L’ambiente era umido, ma sulle pareti poteva ancora scorgere strane figure della tradizione classica, leoni, pesci, strane iscrizioni. Eravamo davvero nel terzo millennio?». 

«Ecco arrivati questa è la nostra stanza! Io mi chiamo Biancaneve come lei! disse la bimba facendomi vedere la sua bambola – vieni con me che ti presento agli altri sette nani! Sto scherzando eh? Loro sono i miei genitori e lui è Steven il mio fratellino, poi c’è mio zio Pit, poi ci sono…» 

Seguii una serie infinita di “poi ci sono”, di nomi che non riuscii più ad afferrare, la testa mi stava scoppiando. 

«Si scusami, scusatemi, piacere io sono Natasha»

Serie: Pace in terra


Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Cara Maria Anna, ho scoperto, attraverso questo episodio, una serie che avevi pubblicato proprio nel periodo in cui io sono approdata su Open e mi ero evidentemente persa. Me la sono letta per intero e mi hai colpita, a tratti commossa. Molto interessante anche la tua scrittura, ben curata, cosa che non è affatto scontata. Ti seguirò volentieri nell’attesa dei prossimi episodi. 🙂

  2. Ciao Maria Anna e di nuovo bentornata. Questo racconto, scritto con pensieri, sentimenti e anima, e fatto di materia reale e` struggente, ma anche a tratti confortante, perche` fatta anche di tante persone che non hanno perso la loro umanita` e si sostengono a vicenda.
    Leggendo questo episodio ho provato anch’io qualche brivido, come Natasha, “e non solo per il freddo e l’ umidita`”.

  3. “Come un affresco vivo indugiai anch’io sul passaggio di un piccolo gruppo di nuvole, a cui subito seguii il volo di uno sciame di uccelli spaventati.”
    Parole come un breve verso che incanta.

  4. ho letto le tre parti che hai pubblicato finora. Scrivi bene, e con evidente passione. Sull’ideale della pace universale e sulla necessità- a volte non c’è scelta- di avere coraggio non si può non essere d’accordo. La realtà è complicata e il mondo non è un bel posto.

    1. Grazie mille Francesca ❤ E di più per aver letto anche i precedenti! La realtà è complicata si, ma penso tutt’ora che il mondo sia un bel posto, siamo noi a renderlo orribile con le nostre azioni, migliore con le nostre azioni.